In Danimarca arriva lo stop a smartphone e tablet a scuola. Lo Stato danese, che pure era stato tra i primi Paesi all’avanguardia nel promuovere l’utilizzo del digitale nelle classi sin dal 2011, fa ora marcia indietro. E se da un lato, come in Australia, vieta tassativamente ai minori di 15 anni di aprire un profilo sui social, dall’altro decreta che nelle aule di scuola i pc vengano utilizzati esclusivamente qualora il docente lo ritenga necessario ai fini didattici per un compito o una lezione specifica. Insieme al metodo, tornano dunque nello zaino e sui banchi degli studenti i materiali didattici tradizionali, quali libri, quaderni e penne.

Dietrofront sulla didattica digitale

Mediante l’attuazione di tale drastica contromisura, anche la Danimarca mostra dunque di recepire gli studi e le ricerche di settore che attestano i danni dell’iperdigitalizzazione sui minori. D’altra parte, il tempo a scuola, quello per i compiti a casa e il tempo libero di bambini e adolescenti, sembrano avere, purtroppo, un denominatore comune: la mediazione dello schermo, sia esso quello di un pc, di un tablet o di uno smartphone. Tale sovraesposizione prolungata ai device digitali incide molto pesantemente sull’apprendimento e anche sulla salute dei più giovani, come osservato recentemente anche dal Joint Research Centre della Commissione Europea. È infatti esperienza comune constatare come, dinanzi a uno schermo, ci si distragga molto più facilmente. Questa frammentazione dell’attenzione inficia negativamente il processo di apprendimento, generando rendimenti scolastici più bassi, ma anche assuefazione al digitale, poca socialità e così via.

La didattica digitale, infatti, produce a tal proposito un vero e proprio paradosso, ovvero quello che quando si partecipa a una lezione interattiva sul piano multimediale, ci si trova di fatto nel contempo soli dinanzi al proprio dispositivo, in una sorta di “solitudine di gruppo”. E ciò aumentò ai tempi della pandemia da Covid-19, con l’allora tanto decantata “didattica a distanza”, per cui ogni alunno così come lo stesso docente erano fisicamente soli nella propria stanza pur essendo collegati in rete con il gruppo classe. Insomma, la didattica digitale, che pure sembrava promettere un potenziamento della formazione in termini qualitativi, si ritrova al contrario a dover registrare conseguenze come: alienazione dalla realtà e dal gruppo dei pari, isolamento, distrazioni, rendimenti scolastici più bassi.

L’Italia non è immune 

Anche il nostro Paese non è immune dai rischi derivanti dall’abuso dei dispositivi digitali, che generano soprattutto nei bambini e negli adolescenti dipendenza, insonnia, ma soprattutto l’incapacità di muoversi adeguatamente nella “realtà analogica”, ossia nella vita reale, oltre a un depotenziamento progressivo dell’intelligenza cognitiva ed emotiva. E questo avviene in particolare attraverso le piattaforme social che puntano quasi esclusivamente – attraverso la condivisione di storie, reel e video virali – a massimizzare l’attenzione dei minori attivando i meccanismi dopaminergici della ricompensa. Poco importa che ciò generi disturbi d’ansia, dell’attenzione, emotivi e socio-relazionali.  Per questo motivo, nel solco delle direttive dell’OMS e degli studi più recenti dell’OCSE, anche il Ministero dell’Istruzione e del Merito è corso ai ripari e – con la nota 3392 del 16 giugno 2025 – ha esteso, a partire dall’anno scolastico in corso, il divieto di utilizzo di smartphone e dispositivi elettronici durante l’orario scolastico a tutte le scuole secondarie di secondo grado. Stessa misura, tra l’altro, già disposta per le scuole primarie e secondarie di primo grado, proprio allo scopo di ridurre distrazioni e migliorare concentrazione e apprendimenti per favorire risultati scolastici più performanti.

Cosa accade nelle scuole italiane

In realtà, nei regolamenti scolastici vigenti in Italia era già previsto che gli smartphone fossero utilizzati solo a scopo didattico, ma tale finalità veniva costantemente disattesa e trasgredita dagli studenti, che si assumevano il rischio di incappare in una nota disciplinare, alla quale spesso non veniva purtroppo dato alcun peso in termini di valutazione del comportamento col cosiddetto “voto di condotta”. Pertanto, in un contesto socioculturale in cui lo smartphone è ormai considerato dai più giovani e non solo alla stregua di una protesi – per cui dimenticarlo a casa, tenerlo spento o senza rete è una tragedia immane – si auspica che tale contromisura del MIM possa davvero creare in ciascun alunno non solo le condizioni fondamentali per un apprendimento più proficuo, ma anche per rendersi conto che esiste tanta bellezza nella realtà da osservare, conoscere, vivere e amare, dalla quale lo schermo ci “scherma” e che il digitale, pur coi suoi innumerevoli pixel, può solo emulare e scimmiottare ma mai eguagliare.

Fonte: Pro Vita e Famiglia

Please follow and like us: