«La sofferenza è intollerabile solo quando nessuno se ne cura», affermava la pioniera delle cure palliative, Cicely Saunders. È quanto sostiene anche Pietro Angelo Rossi – pseudonimo di un medico palliativista, che preferisce restare anonimo –, quando ribadisce che l’uomo è un essere relazionale, e quindi anche la sua dignità, in qualche modo, lo è: «Quando un essere umano non ha più relazioni nelle quali riceve un riconoscimento della propria dignità – quando è, fisicamente o emotivamente, solo – la sua umanità può andare in frantumi ed egli desidera la morte». E, in effetti, dietro ogni richiesta di anticipare la morte, al di là delle sofferenze fisiche o psicologiche, possiamo trovare una grande solitudine, accompagnata da una perdita di senso della vita. Nelle sue Lettere da un palliativista(Ares 2025, pp. 120), l’autore racconta diversi casi di malati in fase terminale, che ha avuto modo di assistere fino alla fine.
Lei scrive in una lettera: «Volevo aiutare i malati, tutti, a morire con il sorriso sulle labbra. I malati vogliono questo: vogliono vivere senza soffrire, vogliono morire senza soffrire, e vogliono un senso alla sofferenza, mentre combattono. Invece, adesso, si offre solo la morte». Quando e per quale motivo ha scelto di diventare medico palliativista?
«La scelta si è sviluppata nel tempo, con un percorso non immediato, ma soprattutto perché sono stato aiutato da colleghi più anziani molto bravi e molto competenti. Molte persone, anche infermieri e operatori sociosanitari, mi hanno dato indicazioni e mi hanno corretto, finché sono approdato alle cure palliative, dove ho trovato ciò che desideravo, senza saperlo: un approccio a un tempo estremamente rigoroso ed estremamente umano. Sono stato fortunato, perché mi hanno guidato».
Quali gratificazioni maggiori ha avuto e quali difficoltà ha invece riscontrato, stando al capezzale di tanti malati terminali?
«La gratificazione più bella è stata senz’altro la possibilità di ridurre la sofferenza dei malati e la disperazione delle famiglie, che ti ringraziano in modi molto particolari: molto spesso, con un omaggio di cibo preparato in casa, oppure un libro, o una foto del malato. Un giorno, tanto tempo fa, un collega mi disse che aveva visto il mio nome su una pubblicazione importante; gli chiesi quale fosse e lui mi rispose, sorridendo, che era l’epigrafe di morte di un malato che io avevo assistito in un paesino di campagna. Era, da parte sua, un modo per darmi il benvenuto, ma anche per farmi capire che quella non era l’università, ma – non per questo – era meno importante: una lezione di buon senso e di umiltà. Le difficoltà sono state di due ordini: interne ed esterne. La difficoltà interna è stata la mia ignoranza. Le difficoltà esterne sono state quelle organizzative, comuni a tutta la Sanità, acuite dalla tragedia demografica che stiamo vivendo».
Qual è, a suo giudizio, allo stato attuale, il principale vulnus della rete di cure palliative in Italia, e come bisognerebbe implementarle?
«Non penso che si tratti di trovare un colpevole, ma solo di aiutarsi a lavorare meglio e con più serenità. A questo proposito sono attivi gruppi di studio a livello ministeriale, per migliorare la quantità e la qualità delle cure palliative: il modo migliore di implementarle è sostenere lo sforzo di quei tecnici. Ritengo inoltre sia necessario istituire le cattedre universitarie di Cure Palliative: formare e selezionare docenti, magari assumendo inizialmente alcuni colleghi stranieri, che già vengono in Italia ad insegnare, potrebbe funzionare e aiuterebbe a costruire una solida formazione comune. Mi spiego con un’analogia: un tempo si pensava che i bambini ammalati fossero dei “piccoli adulti” e che si potessero dare loro le stesse terapie degli adulti, anche se adattate al loro peso corporeo; in realtà, ora sappiamo che non è così. Allo stesso modo le cure palliative devono conquistarsi il rango di disciplina autonoma e seria, come ha fatto la pediatria. Spero che la neonata Scuola di Specializzazione ci aiuti in questa direzione e penso che – se istituite – le cattedre potranno agire in quel senso».
Nell’introduzione alle Sue lettere osserva che «la società che permette ad un essere umano di suicidarsi, magari anche con un permesso ufficiale da parte di un “comitato etico” e offrendo un aiuto di Stato, ha perduto la propria umanità ed è destinata all’oblio». Allora quale contributo ritiene che le cure palliative possano e debbano offrire, rispetto al dibattito sulla presunta necessità di una legge in materia di suicidio assistito ed eutanasia?
«Penso che si possano offrire molti contributi, indipendentemente dal dibattito. Il primo è continuare a lavorare con impegno, un malato dopo l’altro: una famiglia e un paziente che ricevono aiuti adeguati sono i migliori diffusori della conoscenza della nostra disciplina. Il secondo contributo è capire che non si può pensare di offrire la morte come soluzione alla sofferenza, quando non si arriva in tempo a lenire quella sofferenza: è contradditorio. Noi sappiamo, inoltre, che molti malati, se formulano un desiderio di morire e, in seguito, ricevono buone cure palliative, cambiano idea: se non riusciamo a offrire – prima – un percorso adeguato e personalizzato a tutti, stiamo discriminando tutti quelli che -dopo – cambierebbero idea. Solo quando potremo dare una risposta a tutta la popolazione, potremo discuterne. Il che non significa che io sia d’accordo: accetterò di parlarne ed esporrò le mie ragioni per rifiutare la proposta di legge, in quell’ipotetico contesto, ma adesso non è certamente la priorità, anzi».
Nella Sua esperienza clinica, quali parole pronunciate da malati allo stadio terminale che ha avuto modo di assistere Le sono rimaste particolarmente impresse nella mente e nel cuore, quale prezioso insegnamento di vita da non dimenticare?
«Non sono in grado di dire quante volte le abbiamo sentite, tutti noi che lavoriamo in questo campo, ma sono più o meno queste, ripetute da malati e famiglie: “Perché non vi abbiamo conosciuto prima?”».
Per concludere, può raccontarci brevemente un caso clinico che Le è particolarmente caro?
«Sono in difficoltà ad aggiungerne altri: penso che i più emblematici siano quelli raccontati nel libro, con una formula che altri, narratori ben più esperti di me, hanno utilizzato, cioè alcune lettere ad un destinatario interessato. Desidero però cogliere l’occasione per dire che tutti coloro che fanno questo lavoro, siano essi infermieri, operatori sociosanitari oppure medici, potrebbero scrivere racconti migliori: di solito, si preferisce tacere. Io ho deciso di sollevare un po’ il velo di pudore, senza mancare alla discrezione, per offrire un contributo culturale. Ho scritto nel libro, e ribadisco ora, che ho un assoluto rispetto per chi, disperato, sceglie di darsi la morte. Le motivazioni del mio rispetto, però, non si fondano sulla assolutizzazione della autodeterminazione, ma si radicano nel rispetto della dignità delle persone: quella stessa dignità che noi, con i nostri limiti, cerchiamo di tutelare, rendendo più umane la malattia e la morte. Non posso approvare la scelta di togliersi la vita, ma mi sono sempre sforzato di assistere chi aveva quel desiderio, fino a dove ho potuto: nessuno di loro ha poi proseguito nell’intento suicidario. Una legge anche solo minimamente permissiva renderà molto spesso inutili gli sforzi di chi lavora in cure palliative: speriamo che non si arrivi mai a quel punto».