C’è una crisi, forse – per fortuna – non nazionale e così largamente diffusa, ma comunque tragica e pericolosa, che si sta diffondendo tra i giovani. È quella di una “cultura della violenza” sempre più diffusa, che è ultimamente sfociata in alcuni casi di cronaca nera. Purtroppo sono ancora ben chiari i dettagli del caso di La Spezia, dove uno studente di un Istituto superiore è morto dopo essere stato accoltellato da un suo compagno. O ancora, qualche giorno fa, un altro liceale – di 17 anni – è stato colpito da una coltellata al termine di un diverbio all’uscita da scuola, a Sora, nel Frusinate.
Al di là dei dettagli e dell’efferatezza di questi casi, si tratta comunque di episodi non completamente isolati, che hanno ridestato attenzione sul grave tema della violenza tra i giovani e soprattutto sul perché di tali derive. Si è infatti acceso il dibattito su cause e soluzioni a simili fenomeni, in alcuni casi anche brutali, di devianza giovanile. Proprio le cause, ovviamente, sono molte e sicuramente complesse, ma tra queste c’è sicuramente l’incidenza – come hanno fatto notare stampa, esperti e opinionisti – dell’uso di droghe. E riguardo a tale fenomeno, è intervenuta recentemente sulle pagine locali di Bergamo del Corriere della Sera anche Laura D’Urbino, giudice minorile dal 1999 e presidente del Tribunale dei minori di Brescia.
Utilizzo precoce di stupefacenti
«Sono ragazzi estremamente fragili, portatori di bisogni non risolti. Spesso hanno utilizzato e utilizzano in età estremamente precoce sostanze stupefacenti o psicofarmaci, anche associati tra loro o all’alcol, e sono già portatori di problematiche psichiatriche». Il magistrato Laura D’Urbino descrive così la stragrande maggioranza dei giovani che incappano nelle maglie della giustizia minorile. E nel merito delle ricadute sulla salute dell’assunzione di psicofarmaci, il magistrato evidenzia anche che esiste «un mercato nero. Le sostanze più diffuse sono Rivotril e Lyrica, che hanno effetti devastanti e a volte paradossali: il Rivotril era usato come antiepilettico, dovrebbe calmare, ma assunto in forti dosi e associato spesso all’alcol mette i ragazzi in stato di agitazione e di totale incapacità. Commettono rapine in strada in rapida successione, ma poi al giudice dicono: “Può darsi, ma non mi ricordo”. Con un uso continuativo, in poco tempo, sviluppano problematiche psichiatriche». Di qui vengono a crearsi situazioni particolarmente complesse da gestire, aggravate ancor più dalla mancanza di risorse economiche e di strutture adeguate in grado di farsi carico dell’aspetto detentivo e riabilitativo della pena. Infatti questi giovani «avrebbero bisogno di comunità a doppia diagnosi, dove essere da un lato contenuti e dall’altro curati. Ma le pochissime comunità a livello nazionale sono piene e hanno lunghe liste d’attesa. Ci si trova così a lasciare i ragazzi, in estrema ratio, in carcere, inadeguato però a rispondere ai loro complessi bisogni; oppure, peggio, sul territorio», aggiunge D’Urbino. D’altra parte, a causa della continua crescita dei reati commessi dai minorenni, si è costretti a lavorare «per forza sull’emergenza, meno sulla prevenzione».
La crescita dello spaccio di droga
Soffermandosi in special modo sulla situazione particolare di Bergamo e provincia, il Presidente del Tribunale sottolinea altresì come al di là dell’incremento esponenziale di furti, rapine e violenze sessuali, dall’anno 2023-2024 al 2024-2025, lo spaccio di droga sia passato da «53 a 143 nuovi fascicoli» e come vi sia nel contempo «un altro fenomeno in aumento e particolarmente angosciante, quello dei maltrattamenti in famiglia, quasi sempre commessi da minori assuntori di sostanze psicotrope». Eppure, proprio a causa degli effetti devastanti delle droghe sul cervello, e quindi sui comportamenti, diventa spesso difficile trattenere i giovani dipendenti da sostanze anche nelle stesse comunità terapeutiche preposte ad accoglierli, come rivela ancora il giudice D’Urbino: «Nell’ultimo anno abbiamo disposto 37 misure cautelari in comunità e 57 in carcere, queste in aumento rispetto alle 42 dell’anno prima. Molti dei ragazzi in carcere sono minori stranieri non accompagnati che scappano dalle comunità e si danno alla vita di strada. Facciamo fatica a contenerli se non con la misura cautelare massima perché sono compromessi, spesso anche a livello psichiatrico e per l’abuso di sostanze». Molti di loro, tra l’altro, arrivano addirittura ad affermare che «cedere droga senza farsi pagare non sia spaccio, quando invece lo è».
L’impegno di Pro Vita & Famiglia
Al contrario, sappiamo bene che gli spacciatori sono “venditori di morte” e il contrasto a qualsiasi uso di droga – cosiddette leggere o pesanti che siano – e all’uso di psicofarmaci senza reale necessità è una battaglia fondamentale per il bene dei nostri giovani. Lo sa bene anche Pro Vita & Famiglia, da anni in prima linea anche nel denunciare che ogni droga è sempre nociva e che, appunto, non esistono “droghe leggere”, come attestano tra l’altro anche numerosi studi clinici e pubblicazioni scientifiche, i quali mostrano, dati alla mano, proprio le molteplici conseguenze devastanti sulla salute psicofisica soprattutto dei più giovani, qualora non siano già sufficientemente esplicativi della natura di questa drammatica piaga sociale tutti i reati di cronaca nera commessi sotto l’effetto di tali sostanze.