Ammonta a due milioni di dollari il risarcimento che la Corte suprema della contea di Westchester, nello stato di New York, ha recentemente accordato alla ventiduenne Fox Varian, detransitioner pentita di aver effettuato il cambio di sesso, giudicato dallo stesso tribunale come affrettato e zeppo di conseguenze negative sulla salute e il benessere psicofisico della giovane donna. La sentenza, che giunge al termine di un processo durato tre settimane, è destinata a passare alla storia, perché si tratta di fatto del primo risarcimento in denaro per danni alla salute provocati dal percorso di transizione di genere. Nel caso di specie si tratta di un risarcimento di 1,6 milioni di dollari per la sofferenza e i dolori passati e futuri e di 400mila quale anticipo per le spese mediche che Varian dovrà ancora affrontare per riappropriarsi del proprio autentico sé femminile.
La vicenda di Fox Varian
Sul banco degli imputati sono finiti lo psicologo Kenneth Einhorn e il chirurgo plastico Simon Chin, che nel 2019 hanno dato il loro assenso e parere positivo all’intervento di transizione della giovane americana – per farla diventare “uomo” – senza neanche confrontarsi tra loro in maniera adeguata e violando gli stessi protocolli di cura vigenti in materia. «Ho pensato subito che fosse sbagliato e che non poteva essere vero», ha dichiarato Adam Deutsch, avvocato di Varian, riprendendo alcune considerazioni della giovane messe su carta a ridosso della mastectomia. In esse Varian raccontava di «un calore bruciante, una sensazione di lacerazione al petto» accompagnata da un forte senso di «vergogna: è difficile accettare di essere trasfigurati a vita». Nel corso del processo, la madre di Varian, Claire Deacon, ha testimoniato di aver accettato a malincuore – a suo tempo – la scelta della figlia di sottoporsi a un intervento chirurgico e di non averla osteggiata, pur essendo contraria a questa decisione. Anche a lei i medici avevano infatti raccontato il solito ritornello: “Meglio un figlio vivo che una figlia morta”, facendole credere che, se non si fosse operata, la giovane avrebbe corso il grosso rischio di suicidarsi. Sulla portata storica di questa sentenza è intervenuto anche l’avvocato Josh Payne, noto in quanto co-fondatore dello studio Campbell Miller Payne che negli ultimi anni ha sviluppato varie azioni legali per presunti danni e mancanza di consenso informato legati a percorsi medici di “transizione”, anche su minori. «Questa giuria – ha dichiarato Payne – ha inviato un messaggio chiaro: giustizia sarà fatta per le persone vulnerabili che sono state indotte a procedure di transizione di genere senza le opportune garanzie». E in effetti, di 28 cause intentate dai detransitioner ancora in corso, questa è la prima a giungere al termine e a ottenere il relativo risarcimento davanti a un tribunale federale.
I Detransitioner
Purtroppo quello dei detransitioner non è un fenomeno nuovo, né questo è pertanto un caso isolato. Si tratta infatti della drammatica realtà vissuta da tante persone, prima sedicenti trans – giovani e meno giovani non soltanto Oltreoceano ma anche in Europa -, le quali scelgono liberamente di tornare indietro nel percorso di transizione di genere, dunque di riappropriarsi della propria identità e sessualità biologica, dopo averne sperimentato tragicamente anche numerosi danni irreversibili sulla propria pelle. La loro voce è scomoda per il “politicamente corretto” che cerca con ogni mezzo di censurarla e metterla a tacere, proprio perché costituisce quel bastone tra le ruote capace di far inceppare i meccanismi ideologici della teoria gender. Quelle dei detransitioner, insomma, sono storie drammatiche e molto toccanti anche sul piano emotivo, perché raccontano di una sofferenza e di dolori fisici e psicologici che continuano a segnare corpi e anime.
La testimonianza di Pro Vita & Famiglia
Lo sa bene Pro Vita & Famiglia, che già nell’ottobre 2024 ha portato in tour, nelle principali città italiane, la storia della detransitioner americana Luka Hein, la quale nella sua testimonianza ha acceso i riflettori non solo sui danni irreversibili del percorso di transizione di genere sperimentati in prima persona, ma anche sul peso del contagio sociale, che arriva da social, ambienti scolastici e spesso anche da medici ideologizzati. Anche di recente l’associazione è tornata sul tema, con un’altra testimonianza, quella del venticinquenne di origine ceca Daniel Black, il quale – durante una conferenza stampa a Bruxelles, nella sede dell’Unione Europea – ha raccontato senza sconti né infingimenti gli anni di medicalizzazione, gli interventi chirurgici irreversibili e le cicatrici fisiche e psicologiche con cui deve fare purtroppo ancora i conti quotidianamente per aver creduto alla menzogna ideologica di essere nato nel corpo sbagliato.