Sul tema della transizione di genere la fondatrice del Centro Universitario di Studi sulla Medicina di Genere dell’Università degli Studi di Ferrara, Fulvia Signani, suggerisce un approccio non ideologico che favorisca l’esplorazione del momento vissuto con difficoltà da parte del minore, prevedendo anche approfondimenti di diagnosi differenziale al fine di evitare percorsi farmacologici (e chirurgici) e di attendere invece lo sviluppo puberale naturale di bambini e adolescenti.
«Al momento i servizi pubblici non offrono la possibilità di una presa in carico con quell’approccio che viene definito “esplorativo neutrale” che è volto a favorire un’esplorazione del momento vissuto con difficoltà, prevedendo approfondimenti anche di diagnosi differenziale. Si tratta sostanzialmente di prendere tempo, non configurare percorsi farmacologici, tantomeno chirurgici e attendere lo sviluppo spontaneo e di maturazione del bambino, bambina, ragazza, ragazzo». Commenta così la situazione italiana sul tema della disforia di genere Fulvia Signani – psicologa e docente incaricata di sociologia di genere, nonché fondatrice e componente del Centro Universitario di Studi sulla Medicina di Genere dell’Università degli Studi di Ferrara – in un corposo volume Potenziare la gender medicine (Mimesis 2024, pp. 520) che, dati alla mano e raccogliendo anche i contributi scientifici di numerosi ricercatori, ricostruisce i termini della questione a partire dalle radici storiche, antropologiche e sociologiche delle differenze tra i sessi fino alle ricadute in ambito clinico delle terapie affermative di genere nel nostro Paese e all’estero.
Stop alla terapia affermativa in diversi Paesi europei
«Le cure affermative di genere sono pericolose. Lo so perché ho contribuito a pionierizzarle. Il mio Paese e altri hanno scoperto che non ci sono prove solide a sostegno della transizione medica dei giovani», afferma Kaltiala, primaria del Dipartimento di Psichiatria adolescenziale dell’Ospedale di Tampere in Finlandia. «Sono trattamenti potenzialmente gravidi di conseguenze negative estese e irreversibili, come malattie cardiovascolari, osteoporosi, infertilità, aumento del rischio di cancro e trombosi», le fa eco il Karolinska Institute di Stoccolma. Oltre a Svezia e Finlandia, anche la Norvegia è dello stesso parere. In Francia, invece, per la prima volta si indaga sull’ipotesi del contagio sociale rispetto al problema della disforia di genere. E ancora, dopo le denunce di Keira Bell e lo scandalo della clinica Tavistock, «il governo inglese ha preso atto della mancanza di evidenze che dimostrassero l’innocuità dei bloccanti, individuando invece dati che se osservati longitudinalmente portano a considerare che la somministrazione di essi in età precoce può dare conseguenze molto negative per la salute in età immediatamente più mature». Pertanto, dopo la celebre Cass Review di una dei più noti pediatri inglese, Hilary Class, che ha fatto luce sulle ricadute nefaste dell’approccio affermativo, si è giunti al divieto di somministrare bloccanti ai minori fino al 2027. Insomma molti Paesi europei, compresi diversi Stati americani, sono ormai concordi nel denunciare le conseguenze drammatiche e irreversibili sullo sviluppo psicofisico dei bloccanti la pubertà, degli ormoni sessuali incrociati e degli interventi chirurgici per la transizione di genere.
La “terapia esplorativa”
Sul piano diagnostico, a partire dal 2013, si è verificata una progressiva depatologizzazione del problema dell’identità di genere. Così si è passati dal «disturbo d’identità di genere» alla «disforia di genere» e di qui all’«incongruenza di genere». C’è addirittura chi la considera una varianza del normale sviluppo che non necessita neanche di una diagnosi dedicata. Tuttavia, poiché in assenza di diagnosi non ci sarebbe neanche alcuna presa in carico da parte del servizio sanitario, permane l’esigenza diagnostica quale presupposto per poter cominciare un percorso di transizione di genere. Fortunatamente però non esiste solo l’approccio affermativo. Esiste infatti la possibilità di una terapia esplorativa che «contestualizzi l’ambito di sviluppo del disagio», sia esso familiare, relazionale o sociale; che indaghi le cause alla base dell’insorgenza in relazione allo sviluppo dell’identità della persona; che affronti le eventuali comorbilità con disturbi dello spettro autistico, deficit di attenzione/iperattività, ansia sociale, depressione, ideazione o tentativi suicidari e disturbi alimentari; che riconosca l’interazione complessa dello sviluppo sessuale e dell’identità di genere e che mantenga un approccio basato sulle evidenze scientifiche.
Il peso del contagio sociale
In tutti i Paesi, Italia compresa, a giocare un ruolo decisivo nel processo d’identificazione degli adolescenti è la dinamica di gruppo che innesca il fenomeno del contagio sociale, in specie mediante i social media. In alcune scuole americane, per esempio, gli attivisti Lgbtqi+ si sostituiscono surrettiziamente ai genitori, inviando messaggi quali: «Se i tuoi genitori non accettano la tua identità, io sono tua madre ora». Anche la pornografia e l’ipersessualizzazione sul piano culturale inficiano senza dubbio la maturazione dell’identità sessuale di un adolescente. Per cui «le ragazze imparano che devono essere forti, sexy e attraenti per gli uomini e combattere il patriarcato. I ragazzi, invece, vengono educati a controllare la propria mascolinità per evitare di essere percepiti come predatori sessuali». Sono questi alcuni fattori spesso sottovalutati nell’indagine sul fenomeno di quanti presumono di essere nati nel corpo sbagliato.
Il merito del volume curato dalla Signani, che si è avvalsa anche del materiale documentale di GenerAzione D – la nota associazione di genitori con figli con disforia di genere -, è allora anche quello di aver acceso i riflettori su un «tema drammatico ancora oggi oggetto di disattenzione scientifica, clinica e sociale».