«Promuovere narrazioni che rispettino le soggettività LGBTQIA+». È questo lo scopo principale dichiarato della Carta Arcobaleno appena redatta e promossa dall’Ordine dei giornalisti del Piemonte, in sinergia con il Coordinamento Torino Pride, il cui sottotitolo recita esplicitamente l’intento programmatico: «Per un’informazione rispettosa e consapevole sulle persone LGBTQIA+». Tale Carta sarà presentata il prossimo 17 maggio, in occasione della Giornata contro l’omotransfobia, al Salone del libro del capoluogo piemontese. Ma di cosa si tratta? È una questione soltanto di, giustissimo, rispetto per qualsiasi persona o è un indottrinamento?
La Carta Arcobaleno
I dubbi ci sembrano più che legittimi, visto che d’altra parte «non si tratta solo di evitare stereotipi o correggere storture, ma di valorizzare il potenziale trasformativo del linguaggio e delle scelte editoriali», come si legge nel documento, che dunque sembra palesare chiaramente la propria finalità ideologica. Che ha tutti i tratti di essere quella di cambiare le parole nell’auspicio di stravolgere e sovvertire la realtà e il suo racconto: «Questa Carta non impone, ma propone (excusatio non petita, accusatio manifesta? ndr) linee guida per migliorare il lavoro quotidiano, per arricchire le narrazioni e per contribuire a una società più giusta e accogliente. Perché l’arcobaleno è simbolo universale della comunità LGBTQIA+: visibilità, pluralità, convivenza delle differenze», recita infatti il testo introduttivo. Insomma, dietro il consueto refrain dell’inclusione e della non discriminazione si avanzano di fatto pretese ideologiche che vanno al di là del rispetto che ovviamente si deve a ogni persona, che non può e non deve certamente essere considerata limitatamente al suo orientamento sessuale.
Una neolingua per i giornalisti?
Tra i principi del nuovo decalogo Lgbt proposto nella Carta Arcobaleno viene richiesto in primo luogo l’«uso di un linguaggio ampio e plurale», ovvero il giornalista deve evitare «stereotipi di genere, espressioni, immagini e comportamenti lesivi della dignità della persona o patologizzanti, e si impegna ad aggiornare il proprio vocabolario». In questo modo, però, sorge un altro dubbio: ovvero che qualsiasi critica espressa contrariamente al “politicamente corretto” potrebbe essere bollata come illegittima e non sarebbe perciò consentita, nella misura in cui violerebbe i dogmi del pensiero unico in materia di fluidità di genere. E ancora si fa riferimento all’esigenza del «ricorso a fonti qualificate e rappresentative» nel racconto di una notizia, citando però soltanto quelle di matrice Lgbt: «La/il giornalista si impegna a consultare persone esperte e a dare voce a figure dell’attivismo e rappresentanti delle comunità LGBTQIA+ quando tratta temi che riguardano direttamente la vita e la dignità delle persone LGBTQIA+». Così facendo, però, si privilegia e si offre all’opinione pubblica una visione parziale che va a detrimento della verità sostanziale dei fatti.
Una sorta di “carriera alias” nelle notizie
C’è poi un altro punto che spinge all’«uso del nome e dei pronomi scelti», per cui «la/il giornalista non usa il nome anagrafico precedente (dead name) di una persona trans o non binaria senza consenso, né attribuisce genere o pronomi errati. Si usa il nome di elezione». Pertanto quanto stabilito all’anagrafe il giorno della nascita è carta straccia, che deve cedere necessariamente il posto al nome di elezione prescelto: per la comunità Lgbt chiamare le persone col nome conforme al loro sesso biologico è infatti considerata una violenza intollerabile. La stessa nuova carta deontologica invita anche alla «moderazione dei commenti online», ovvero «le testate giornalistiche sono invitate a moderare o a rimuovere commenti d’odio e di disinformazione dalle proprie piattaforme e dai propri canali social». Fin qui nulla di strano se non per il fatto che per chi modera le pagine di certi giornali progressisti il margine tra odio – da condannare sempre e comunque – e critica può essere davvero molto labile, con il rischio di censurare tutte le opinioni legittime e innocue ma contrarie al mainstream, di fatto ledendo la libertà d’espressione di un pensiero formulato in pieno rispetto del principio della dignità della persona. Infine, il decalogo chiarisce come bisognerebbe provvedere alla «promozione di un’informazione inclusiva nelle redazioni», mediante l’introduzione di un «Diversity Editor», pronto a rimproverare il collega non allineato alla linea editoriale dettata dal vocabolario Lgbt.
Ma è davvero necessario?
Alla luce di tutti questi, non piccoli, dettagli, sorge spontanea la domanda: ma c’era proprio bisogno di un decalogo che sembra voler “rieducare” i giornalisti? Francamente non sembra ve ne fosse alcuna necessità, se si considerano i principi deontologici fondamentali che ciascun giornalista è già tenuto comunque sempre a osservare – e ci mancherebbe pure! – nell’esercizio della propria professione. Al contrario, i “dieci comandamenti” della Carta Arcobaleno sembrano invece rispondere a una logica ideologica, quasi che i giornalisti debbano essere assoldati alla propaganda Lgbt, e non siano dunque liberi di pensare con la loro testa ed esprimersi conseguentemente nel rispetto della dignità di ogni persona e dei dati sensibili dei soggetti di cui parlano nei loro articoli e servizi. D’altra parte, il rispetto si deve sempre e comunque alla persona in quanto tale, a prescindere da sesso, origine, orientamento sessuale e opinioni di qualsiasi credo religioso o politico. Per questo motivo, per i membri della galassia Lgbt non vi è di fatto alcuna esigenza di una categoria specifica “a particolare e maggior tutela”, magari utilizzando anche una neolingua artificiosa e alquanto bizzarra. Perché questa sì che costituirebbe una vera e propria discriminazione, perpetrata paradossalmente proprio in nome di una presunta discriminazione che pure si vorrebbe combattere, andando da un lato a stravolgere le regole della grammatica e dall’altro ad alimentare un’informazione faziosa a scapito di ogni pluralismo informativo.