Professor Guzzi, «l’Europa non è in crisi: è la crisi». È questa la tesi di fondo del suo saggio, nel quale compie una disamina lucida e impietosa del fallimento strutturale dell’Unione Europea. Può illustrarcene brevemente i principali motivi?
«In questa crisi di civiltà diventa indispensabile un ripensamento radicale dell’economia, della politica e della cultura. Il mio lavoro vuole essere un seme in questa direzione: costruire un’altra economia e un diverso spazio di pensiero, capace di porre al centro l’umano nella sua essenza relazionale e creativa». Si presenta così Gabriele Guzzi, classe 1993 – giovane economista e saggista -, autore di un recente lavoro dal titolo eloquente Eurosuicidio (Fazi Editore 2025, pp. 228). Laureatosi con lode in Economia alla Luiss e alla Bocconi, è stato economista a Palazzo Chigi e al Dipartimento della Programmazione Economica della Presidenza del Consiglio ed è attualmente docente di storia economica all’Università di Cassino. Collabora con diverse testate giornalistiche tra cui Limes, Il Fatto Quotidiano, Econopoly-Il Sole 24 Ore, Rai Radio. Il Timone lo ha raggiunto telefonicamente per approfondire «come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci», secondo quanto recita il sottotitolo del suo ultimo saggio.
Professor Guzzi, «l’Europa non è in crisi: è la crisi». È questa la tesi di fondo del suo saggio, nel quale compie una disamina lucida e impietosa del fallimento strutturale dell’Unione Europea. Può illustrarcene brevemente i principali motivi?
«Le crisi che stiamo vivendo attualmente – dalla guerra ucraina a quella internazionale dei dazi con Trump – non sono eventi accidentali, ma l’esito logico e diretto delle scelte fondative alla base dell’Ue. Io parlo infatti di ‘apocalisse dell’Unione Europea’, ossia tutte le crisi che stiamo vivendo oggi rivelano i problemi costitutivi di un’Ue che nasce sostanzialmente in un clima profondamente impolitico, post-democratico e tecnocratico; che pensava non fosse necessaria la forma democratica e che le decisioni principali dovessero essere delegate a esperti competenti. Ecco tutto ciò si è rivelata una colossale mistificazione che non solo non ha favorito l’economia, ma ha prodotto uno spostamento di potere dal basso verso l’alto».
L’Ue insomma è tutt’altro che sinonimo di pace, progresso e modernizzazione.
«L’Ue nasceva con il sogno, condivisibile sul piano ideale, di unire un Continente. Il punto è che però si è voluto partire dalla fine, da alcune competenze – la moneta, il commercio – aggirando il nodo politico di fondo. Ciò ha creato un ghetto di sovranità, in cui i singoli Stati hanno perso sovranità, ma questa non è stata pienamente recuperata a livello europeo. Questa forma di asimmetria si è rivelata un ostacolo non solo per la modernizzazione economica, ma ora anche per la garanzia di sicurezza e di pace del Continente. Perché affidare anche solo una forma di indirizzo geopolitico seppur sfumato alle istituzioni europee – che hanno nella loro compagine Stati che la pensano praticamente all’opposto su quasi tutti gli argomenti politici e internazionali – ha generato di fatto un profondo indebolimento sia dei Paesi europei, sia delle stesse istituzioni europee. Basti pensare ad alcuni dossier realizzati da tali istituzioni che hanno spesso portato avanti posizioni che hanno danneggiato, per esempio, l’economia italiana e anche favorito un clima bellicista».
Alle radici della profonda crisi dell’Ue, Lei individua «una vera e propria teologia politica dell’euro quale surrogato spirituale di una classe dirigente priva di visione».
«Si è molto sbagliato a interpretare l’Ue e l’euro solo come un fattore comune. Questa è una forma di superficialità di economisti che non conoscono bene la storia e la filosofia. In realtà bisogna ricordare dove e quando nascono per comprendere come si sia creata tale indicibilità: oggi l’Ue e l’euro sono i grandi feticci del discorso pubblico, per cui in Italia mettere in discussione l’euro vuol dire veramente minare alle fondamenta il pensiero dominante. L’Ue è stata una risposta della classe politica italiana in una fase di crisi profonda della stessa: il Trattato di Maastricht è stato firmato nel 1992, l’anno di Tangentopoli, delle stragi di mafia, della svalutazione della lira. In un simile contesto l’Ue e l’euro sono stati visti come delle narrazioni sostitutive capaci di colmare quel vuoto spirituale che si era creato tanto nella Democrazia Cristiana quanto nel Partito Comunista rispetto alla visione del bene comune. Tale vuoto era, a mio avviso, comunque un fattore positivo, perché fede e spiritualità devono alimentare la visione politica. Eppure, quando queste differenti visioni escatologiche entrano in crisi, l’Ue acquisisce quella stessa aura di compromesso che aveva avuto nel passato per entrambi i partiti, diventando però un feticcio indiscutibile e dogmatico. Di qui i nostri politici di allora si sono approcciati con grande superficialità alla questione, non valutando a fondo tutti gli allarmi che provenivano dagli ambienti economici internazionali sul fatto che l’Europa stava commettendo un suicidio e l’Italia in particolare stava scegliendo di aderire a un’infrastruttura che davvero si conciliava molto male con le sue identità di fondo».
Eppure il mainstream continua a raccontare che senza l’Ue l’Italia, come ogni altro Paese membro, non andrebbe da nessuna parte. Ma davvero abbiamo un bisogno così vitale dei finanziamenti europei?
«Stando ai dati della Ragioneria dello Stato, negli ultimi trent’anni, l’Italia ha contribuito notevolmente all’Ue: il saldo tra uscite ed entrate è di 120 miliardi di euro. Noi versiamo all’Ue circa 6 miliardi di euro all’anno e siamo nel contempo l’unico Paese che più ci ha rimesso con l’euro, con addirittura 5 miliardi di euro di ‘mancata crescita’, come dimostrauno studio di un centro di ricerca tedesco. Quindi viviamo in una totale mistificazione del dibattito pubblico, per cui si continua a raccontare in specie ai giovani che l’Ue è garanzia di prosperità e di crescita. Al contrario, se guardiamo i dati, non c’è nessun altro Paese nella storia del capitalismo moderno che abbia vissuto una stagnazione così prolungata della propria economia come l’Italia che, da quando è entrata nell’euro, è passata dall’essere un’economia che cresceva più di Germania, Francia, Regno Unito e Stati Uniti all’ultima della classe».
Qual è dunque il prezzo da pagare per tali fondi in termini non solo economici, ma evidentemente anche politici e culturali?
«L’Ue porta avanti anche una sua ideologia culturale e politica, una visione del mondo di natura progressista; “un progressismo senza progresso”, per dirla con Pasolini. È un nichilismo di natura tecnocratica e alla fine mercificante di un’Europa che ha perso la sua visione spirituale e le sue radici. Pertanto oggi il vero europeista non può che essere contrario a questa Ue. D’altra parte non è affatto detto che qualsiasi processo di unificazione europea rappresenti il destino profondo e spirituale dell’Europa. Anzi, negli ultimi due secoli, i due processi di unificazione che hanno avuto maggior successo sono stati quelli di Napoleone e di Hitler, per cui sarei molto cauto nel dire che l’Ue sia un obiettivo da raggiungere a tutti i costi. Credo vi sia un’unità profonda dell’Europa, ma questa si dà nella diversità e nell’identità degli Stati nazionali».
Qual è allora infine, a suo giudizio, la ricetta per salvarci dall’eurosuicidio e ridare all’Ue le sue radici?
«Ritengo francamente che all’interno di questa Ue non vi sia futuro, in quanto dentro questa integrazione europea non sembra vi siano reali possibilità di sviluppo. Vi sono numerosi problemi che andrebbero affrontati alla radice, già a partire dal numero eccessivo di Paesi membri. Ragionando in termini realistici, anzitutto occorre ribadire che non può esservi alcun potere senza una legittimazione politico-democratica. Questo aspetto è stato disatteso in Europa in forza di una grande presunzione. Tuttavia ogni forma di potere economico – ma anche militare o geopolitico (si parla di ‘esercito comune’) – deve avere una legittimazione politico-democratica, per cui tali prerogative devono tornare in capo ai singoli Stati, immaginando forme di collaborazione tra alcuni Paesi europei. Noi abbiamo vissuto un incubo – altro che ‘sogno europeo’ – dal quale si può uscire ritornando a fare le cose con gradualità, serietà e realismo. Questa Ue sta collassando e mietendo molte vittime nella sua caduta: dobbiamo costruire un nuovo edificio di collaborazione tra Paesi europei su basi solide e vere».
Fonte: Il Timone (marzo 2026)