Sette canti contro lo Scontento (Garzanti 2026, pp. 192) è l’ultima grande fatica letteraria di Davide Rondoni, una delle maggiori voci della poesia contemporanea. Si tratta di un poema raffinato e particolarmente elaborato che ha richiesto dieci anni di gestazione prima di vedere la luce. È sostanzialmente un viaggio in cui l’io lirico, alla stregua di un eroe, è chiamato a combattere il signor Scontento, ma anche contro se stesso e quel velo di tristezza strisciante che attanaglia la vita, pur di soddisfare l’anelito ineludibile del suo cuore: vivere in pienezza la propria esistenza. Sette canti si elevano dunque sullo sfondo di altrettanti quadri di metropoli e città italiane, da New York a Firenze. C’è spazio per tanti incontri con personaggi mitici e storici, volti più o meno noti – tra i quali Nausicaa, la Fallaci, Ratzinger, il suo maestro Luzi e la donna di un lanciatore di coltelli -, per l’amicizia, le prove e le cadute, le lacrime e il sangue. È un viaggio nel corso del quale il poeta in particolare – l’uomo in generale – riscopre proprio attraverso la dimensione agonica contro lo Scontento la bellezza del Tutto che riemerge in ogni frammento di realtà.
Rondoni, in cosa si materializza in special modo lo Scontento?
«Si materializza in tante cose, ma innanzitutto come sterilità. Infatti il suo contrario è la letizia, che è la fecondità. Si materializza dunque in una sorta di lamento, di mugugno continuo. E una società scontenta avvilisce i giovani».
Il “politicamente corretto”, ossia il modo di pensare e di agire mainstream sotteso dietro il “così fan tutti”, è un’arma tra le mani dello Scontento, di questo micidiale killer che mistifica la vera gioia sospingendo a inseguire piaceri vacui ed effimeri?
«Questo è un rischio che c’è sempre, in tutte le epoche e in tutte le persone: è l’idolatria, cioè lo scambiare il motivo della vita con una cosa piccola, che può essere la fama o il successo. Siamo figli di quattrocento anni che promettono la felicità in terra, dalle ideologie alle rivoluzioni e al consumismo, per cui è comprensibile che ci sia – come diceva Auden – una certa ansia perché manca la felicità che tutti promettono. Ciò ha generato maggiore scontento, dal momento che la felicità è impossibile sulla terra. Non a caso san Francesco prometteva la letizia, che non è l’idolatria della felicità, ma un’altra cosa».
In una lirica scrive: «Non ridurti per orgoglio / o come dicono i cambiaparole / per autodeterminazione / a essere giovane e vecchio ricco e triste / inseguendo il delirio di essere quello che vuoi / senza essere quello che vuoi». Il rischio oggi più che un tempo è diventare ciò che gli altri – o peggio i social – vogliono che tu sia, piuttosto che «divenire ciò che sei»?
«Io mi rifaccio alla grande domanda che pone Leopardi quando nel 1830 grida alla luna: “Ed io che sono?”. Senza rispondere a questa domanda tutto diventa complicato e confuso perché tutte le azioni – “io amo”, “io voglio”, “io desidero” – si oscurano se non è chiara la natura dell’io. Oggi parliamo molto di natura, ma sulla natura dell’io non c’è una gran chiarezza: ciò che mette in una posizione adeguata per vivere non è tanto non avere problemi, ma essere quello che vuoi, ossia essere quello che il tuo io vuole. E il nostro io – come affermano Pasolini, Leopardi e tutti i grandi poeti – è un desiderio che non si placa con nulla».
Quanto pesa, soprattutto nei più giovani, l’elusione da parte della società della domanda radicale di senso che li abita e li pungola contro lo Scontento?
«I giovani sanno benissimo che tutto quello che la società offre loro è limitato e passeggero. Il loro problema – che è lo stesso degli adulti – è non riconoscersi creature, non sentirsi che vanno bene a prescindere. Anche rispetto alla parola creatura san Francesco ne testimonia il significato profondo. È questo lo scandalo della nascita: vai bene perché c’è un Altro che ti fa, non perché sei il frutto delle tue aspirazioni, delle tue determinazioni, delle tue volontà. Di qui, tornando al problema dell’io, se l’io è l’esito delle mie creazioni, aspirazioni e volontà, auguri a quelli che gli va tutto bene e sono davvero pochi! Se invece l’io sei Tu che mi fai – cioè sono creato, sono una creatura – allora cambia tutto».
«Solo quel che fissi tra le lacrime / solo quel che non smetti / di fissare tra le lacrime / solo quel che ti fa sorridere tra le lacrime / vale tutto il tuo amore», scrive. Insomma, al di là di ogni sensazionalismo e sentimentalismo, cos’è che commuove davvero il cuore?
«Tante cose, quelle che portano il segno di un’incommensurabile sproporzione rispetto alla nostra statura e alle nostre misure. Per esempio, una cosa per la quale puoi sorridere e piangere contemporaneamente può essere lo sguardo dei tuoi figli, un panorama, una carezza che qualcuno ti dà. Si potrebbe dire che tutto, se guardato profondamente, può far ridere e piangere contemporaneamente e merita il tuo amore, perché tutto è ferito e abitato da un Mistero che commuove».
Quali sono allora i rimedi che suggerisce per resistere allo Scontento che ci assale?
«Il modo per resistere allo scontento è vivere, vivere magari guardando certe cose invece di altre, fissando lo sguardo, il cuore e il tempo su certe realtà piuttosto che su altre. Il dramma è aperto per ciascuno; non ci sono delle istruzioni che salvano a prescindere. Però in questo viaggio contro il killer dello Scontento – un viaggio costellato di incontri, amori, accelerazioni – io racconto che lo si può sconfiggere in sostanza vivendo, se il vivere tiene lo sguardo su certe cose, non su altro».
Lo stupore profondo di fronte al reale può costituire allora un argine allo Scontento che attanaglia la vita per ritrovare la gioia?
«Lo stupore non è un effetto della volontà. Non ci si alza la mattina dicendo: “Oggi mi stupisco!”. È un’apertura della vita, dell’essere – quindi degli occhi e del cuore – che ciascuno porta con sé, e quindi è più facile che si stupisca. Non può essere dunque un programma. Non si può dire a un ragazzo:“Stupisciti!”. È l’esito di una formazione, di un’educazione, di un’opera d’arte in cui l’io rimane aperto e disponibile al contraccolpo della realtà, e quindi allo stupore. Per cui se non ci si abitua a guardare, a stare attenti, a lasciarsi ferire e commuovere, ci si può anche non stupire di fronte allo spettacolo più bello del mondo».
In una recente intervista ha affermato che «la poesia può servire a non avvilire il cuore, facendoci sentire la forza della vita nei suoi precipizi come nelle sue cose stellari». In che misura è per Lei una via d’uscita dallo Scontento?
«La poesia è un’arte, non un’essenza, per cui può essere usata in tanti modi. C’è dunque anche una poesia che invece favorisce lo scontento e lo coltiva. Sicuramente tanti poeti, anche nel momento in cui mettono in scena l’orrore e il tremendo del mondo, comunicano una forza di composizione, di bellezza, di apertura che può aiutare a tenere una posizione contro lo Scontento, ma non è di per sé la poesia. La poesia di per sé non fa niente, ma – ribadisco – è il nome di un’arte. Su questo sono abbastanza feroce perché vedo troppi che fanno della poesia una specie di religione».
Alle radici dello Scontento pare dunque esserci l’orgoglio di un uomo tronfio della propria autosufficienza. Al contrario alla scaturigine della letizia c’è un cuore umile, che si fa mendicante del Mistero che abita la realtà e che rinasce continuamente nel riconoscerne la bellezza e il suo Autore.
«Si può sintetizzare così, poi certo tutto questo avviene drammaticamente, nella penombra. Non è una dinamica cosìchiara, perché ciascuno è sempre preda dell’idolo di se stesso e della possibilità contraria. Quindi è un dramma continuo, non c’è un passaggio, né si risolve mai se non fino all’ultimo momento della vita. Certo una posizione più disponibile è quella di non pensare di essere Dio, che forse aiuta a stare al mondo».
Dunque, in ultima analisi, è possibile constatare come nella società attuale regni lo Scontento perché manca di fatto la fede in Cristo, laddove è appunto tale fede la linfa di una gioia vera, piena e duratura. D’altra parte c’è un legame profondo tra gioia e grazia, come testimonia la Vergine Maria, la quale può rallegrarsi in Dio proprio perché dimora e vive della Sua grazia.
«Il libro finisce con un verso che recita: “La mia gioia sei tu”. Questo vuol dire in qualche modo che, prima ancora che dentro l’esperienza della fede, essa risiede nella grande fiducia nell’altro, nell’appoggiarsi ad altro da sé. Perché la gioia non te la dai da solo: hai bisogno di qualcuno che ti ami e di amare qualcuno. Ecco in questa dinamica c’è già l’inizio della gioia, che può crescere e riconoscere la propria natura a un livello più profondo e maturo proprio come grazia. Perché l’altro è comunque una grazia. Quando Dante dice di Beatrice che è venuta “da cielo in terra a miracol mostrare” sta raccontando proprio tale dinamica. Di qui la persona che ami, i tuoi figli, sono un miracolo per te. Ma anche l’albero che sto vedendo in questo momento è un miracolo, cioè è qualche cosa che non faccio io e che mi è dato. Ecco: dare di più del “tu” al mondo è l’inizio della possibile gioia».