C’erano una volta, tra i cartoni più noti degli anni ’90, Holly e Benji, Sailor Moon, Belle e Sebastien, Heidi, Calimero, Cantiamo insieme, Esplorando il corpo umano e tanti altri, anche e soprattutto della Disney. Cartoni che, pur imperfetti, facevano crescere, stimolavano l’educazione e portavano valori sani. Appunto. C’era una volta. Oggi, invece, niente più. Oggi i bambini devono fare i conti con cartoni animati che, a differenza del passato, rischiano di creare danni, dipendenze e sono megafono di ideologie.
Sovrastimolazione e dipendenza
A differenza del passato, infatti, oggi i bambini sono sensorialmente sovrastimolati da cartoni costruiti attraverso immagini con colori irreali e che scorrono velocemente sul piccolo schermo o, peggio su tablet e smartphone, con il rischio serio di danni non solo alla vista. Sono ormai acclarate sul piano scientifico alcune pesanti ricadute della sovraesposizione agli schermi sulla salute dei più piccoli in crescita, quali ritardi motori, impoverimento del linguaggio, riduzione delle relazioni sociali, dipendenza emotiva e difficoltà di concentrazione causate in special modo dalla sovrastimolazione visiva e sonora. Lo ha confermato recentemente anche uno studio del Telethon Kids Institute, il quale ha evidenziato come tre ore di schermo al giorno comportino per i bambini di età compresa tra 1 e 3 anni una perdita di 1.000 parole, 840 vocalizzi e 200 conversazioni con i genitori. Di qui, sulla scia delle linee guida dettate dall’OMS, anche la Società Italiana di Pediatria ha recentemente ribadito la raccomandazione di vietare ogni schermo fino ai 2 anni, di consentire al massimo un’ora al giorno ai bimbi dai 3 ai 5 anni e meno di due ore quotidiane a quelli dopo i 5 anni.
Cartoni di oggi, le differenze con gli anni ‘90
Insomma, non si tratta solo di vagheggiare nostalgicamente il passato, ma le differenze tra i cartoni di un tempo e quelli di oggi sono palesi anche dal punto di vista tecnico. Fino agli anni ’90 presentavano colori più naturali, un ritmo narrativo più lento, puntate lunghe e orari fissi; quelli attuali hanno al contrario contenuti brevi, una velocità estrema, colori innaturali e soprattutto – cosa ancor più deleteria – una disponibilità on-demand continua. Inoltre, sono spesso organizzati secondo cataloghi personalizzati fortemente influenzati dagli algoritmi delle varie piattaforme di streaming. L’obiettivo è chiaramente quello di massimizzare l’attenzione di bambini davanti allo schermo – e dunque il profitto -, incentivando una vera e propria forma di dipendenza con gravi danni sulla crescita e lo sviluppo psicofisico dei più piccoli.
L’allarme della pedagogista Maria Cristina Boccacci
La visione dei cartoni animati attuali abitua i bambini «a una modalità di fruizione iperstimolante che non ritrovano nella realtà, e questo provoca difficoltà di attenzione, nervosismo e poca tolleranza alla frustrazione», afferma la pedagogista Maria Cristina Boccacci al quotidiano Leggo, commentando i dati della ricerca elaborata da Telethon. Per quanto concerne l’ambito motorio-percettivo, i cartoni di ultima generazione favoriscono infatti «la relazione “a una dimensione” con lo schermo; sedentarietà, rischio obesità e minore coordinazione; difficoltà a interpretare la realtà», in quanto ci si «abitua a vedere colori ipersaturi e immagini velocissime per cui per i bambini diventa più difficile comprendere la realtà analogica, che non assomiglia ai cartoni moderni», rileva Boccacci. Così «i bambini si “settano” su velocità e colori forti prodotti in digitale, ma la realtà analogica è più lenta. Questo genera un crash: a scuola come in famiglia, faticano a mantenere l’attenzione perché non riescono a ritrovare quel ritmo rapido a cui sono abituati davanti allo schermo». Di qui anche il ricorso a smartphone o tablet nell’auspicio di tranquillizzare i figli quando piangono o fanno capricci si rivela assolutamente nocivo oltre che controproducente, in quanto tale esposizione «genera un circuito di dipendenza dopaminergica: il piccolo impara a sedare le emozioni con un video, non a riconoscerle e gestirle con conseguenze fino all’adolescenza. Facendoli diventare fruitori dei dispositivi digitali sin da piccoli, gli stiamo rubando quella capacità di esplorazione del mondo che poi non possono più riacquisire», osserva sempre Boccacci. D’altra parte «il bambino apprende con tutto il corpo. Le connessioni neurali, che si estendono su mani, piedi, petto e viso, si formano esplorando il mondo fisico. La visione degli schermi invece le taglia», conclude la stessa pedagogista.
I contenuti ideologici dei cartoni attuali
Anche sul piano dei contenuti, i cartoni recenti sono molto più poveri rispetto a quelli degli anni ’90. Lo schema narrativo viene infatti condensato in un tempo più breve e reiterato con lievi declinazioni al tema principale nei diversi episodi di una serie. Per non parlare poi dei contenuti ideologici, spesso di matrice Lgbt, sposati dalle più celebri aziende produttrici di cartoni animati e piattaforme digitali, dalla Walt Disney a Netflix. A tal proposito basti ricordare il cartone animato “Lightyear. La vera storia di Buzz” che, nel raccontare la storia del famoso personaggio di “Toy Story” inserisce un bacio gay e parla di matrimonio di una coppia lesbica, la quale sfrutta anche la fecondazione artificiale pur di avere un bambino, privandolo così intenzionalmente della figura paterna. E ancora, tra gli altri personaggi chiamati a incarnare le istanze arcobaleno vi sono la poliziotta Specter, primo personaggio Lgbtqia+, protagonista del film “Onward – Oltre la Magia” (2020) e Priya di “Red” (2022), queer d’inclinazione bisessuale. Per quanto riguarda Netflix, in alcune puntate del cartone “CocoMelon Lane” il personaggio Nico indossa un tutù e dice di avere «due papà gay», mentre in un altro alcuni protagonisti si dichiarano apertamente trans. Questi ultimi casi hanno fatto esplodere l’indignazione di molti sui social, per cui lo stesso Elon Musk ha invitato gli utenti al boicottaggio della celebre piattaforma. Certo, anche la Disney dei decenni passati fu protagonista di alcuni – seppur pochi – inquietanti e odiosi messaggi subliminali, ma niente a che vedere con tale e palese agenda arcobaleno.
Insomma, se lo schermo “scherma” dalla vita reale, interponendosi tra il bambino e l’ambiente circostante, è preferibile decisamente crescere imparando a confrontarsi con persone e oggetti che popolano la realtà concreta, piuttosto che smarrirsi in quella digitale. Occorrerebbe, inoltre, tornare a giocare con le costruzioni e ad aprire un buon libro per sviluppare creatività e fantasia, altrimenti a farne le spese saranno lo sviluppo motorio, il linguaggio, l’attenzione, le relazioni e la regolazione emotiva, a detrimento della crescita e della maturazione umana dei nostri figli.