«Non provo più alcuna gioia, non ho nessun desiderio di continuare a vivere». Con questa dichiarazione rilasciata al Daily Mail, poco prima di congedarsi dalla vita terrena, lo scorso 25 aprile la 56enne britannica Wendy Duffy ha chiesto e ottenuto il suicidio medicalmente assistito in una clinica svizzera. Il motivo? Il dolore lancinante per la perdita di un figlio nel 2021. E lo Stato svizzero – piuttosto che sostenerla adeguatamente con ogni mezzo possibile per affrontare tale profonda ferita – ha concesso il suo assenso alla richiesta di morte della donna. Una richiesta di cui, a quanto pare, non sono stati informati in tempo utile neanche i suoi fratelli, che ora hanno portato in tribunale la Pegasos Swiss Association, che ne ha curato la procedura. Una vicenda che insegna tanto ed è un monito anche per noi italiani e per la politica del nostro Paese.

La vicenda

Wendy Duffy era un’assistente sociale britannica senza alcuna patologia pregressa, che circa cinque anni fa vide morire tragicamente il figlio Marcus, di soli 23 anni, soffocato da un pezzo di cibo. Da allora non riuscì più a darsi pace, sentendosi terribilmente in colpa per quanto accaduto. Così, dopo aver già tentato il suicidio, rese partecipi i suoi quattro fratelli e le due sorelle della propria decisione irrevocabile: raggiungere una clinica svizzera a Basilea, partner dell’organizzazione Pegasosdisposta a praticarle il suicidio medicalmente assistito, dietro il compenso di 10mila sterline«Pegasos si è messa in contatto con loro [i familiari ndr]. Li chiamerò quando arriverò in Svizzera. Sarà una telefonata difficile, in cui li saluterò e li ringrazierò. Ma capiranno. Lo sanno. Onestamente, al 100%, sanno che non sono felice, che non voglio stare qui», dichiarò la donna nel corso di un’intervista rilasciata alla stampa britannica.

La famiglia ora fa causa

Eppure, contrariamente a quanto preannunciato, pare che i fratelli della signora Duffy abbiano appreso soltanto dai media la triste notizia della morte della sorellaNessuna telefonata sarebbe dunque loro giunta dalla clinica di Basilea prima che cominciasse la procedura per la “dolce morte”. «Non ci hanno avvertito di ciò che stava accadendoSe l’avessi saputo, sarei corsa subito a Birmingham e l’avrei fermata. Avrei fatto tutto il possibile; l’avrei trattenuta con tutte le mie forze», ha dichiarato infatti a LBC la sorella gemella della donna. «Posso confermare che i quattro fratelli sono stati informati. Hanno dato il loro consenso», ha ribadito invece il fondatore della Pegasos, Ruedi Habegger, smentendo la versione della sorella della defunta. La suddetta organizzazione non è però nuova a scandali di questo genere. Fondata nel 2019, finì al centro di numerose polemiche dopo aver aiutato il cittadino britannico Alistair Hamilton – 47 anni e senza alcuna diagnosi di patologie – a porre fine alla sua vita

L’ente che dà la morte a chiunque

Sul suo sito ufficiale la Pegasos si definisce «un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Basilea, che ritiene sia un diritto umano di ogni adulto razionale e sano di mente, indipendentemente dal proprio stato di salute, scegliere le modalità e i tempi della propria morte». Insomma, se si vuol morire basta far loro richiesta e, senza alcun requisito particolare – se non gli oneri di oltre 10mila euro – la richiesta è presto evasa. Ora anche i familiari della signora Duffy annunciano di aver avviato una battaglia legale contro la stessa organizzazione. Ruedi Habegger si difende ricordando che la 56enne si è autoproclamata «molto determinata», relativamente alla decisione di voler morire, nel corso di una valutazione psichiatrica effettuata appena una settimana prima del suicidio assistito. Ma i suoi cari hanno replicato opportunamente che in effetti «Pegasos ha preso una donna di 56 anni in perfetta salute, senza però tenere conto dei suoi problemi di salute mentale. Come può una persona, per il fatto di soffrire di depressione e avere pensieri suicidi, essere considerata lucida?».

Un monito per la politica italiana

La vicenda di Wendy Duffy testimonia che i venti della “dolce morte” continuano purtroppo a soffiare impetuosi in Europa e nel mondo. Il triste epilogo della sua esistenza costituisce dunque un monito significativo anche per il nostro Paese, se pensiamo alle spinte – in Parlamento – per discutere e approvare un disegno di legge proprio sul suicidio medicalmente assistito, per giunta con l’avallo di una parte della maggioranza di centrodestra che si è convinto – e vuole convincere gli italiani – di una fantomatica “bontà” di tale legge. A costoro occorrerebbe far notare che legiferare sul suicidio medicalmente assistito significherebbe spalancare le porte all’eutanasia, qualsiasi siano gli argini e i “paletti” che pure si presume di voler fissare. In questo modo si avallerebbe infatti un fantomatico diritto alla disponibilità della vita umana, per il quale la stessa sarebbe declinabile – e potrebbe finire o continuare – soltanto secondo le convinzioni e le modalità di vivere di ciascuno. Ma l’esistenza di ogni persona è un bene indisponibile, un valore in se stesso – ‘non disponibile’ per l’uomo né tantomeno per lo Stato -, che dunque non può e non deve mai essere assoggettata a logiche di potere, né interpretata secondo criteri economici o utilitaristici, bensì va custodita e protetta, a maggior ragione quando si trova in condizione di particolare vulnerabilità e fragilità.

Fonte: Pro Vita e Famiglia

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