«Posso dire che, alla luce di tutto ciò che so ora, al momento mi opporrei alla medicalizzazione della maggior parte dei giovani che si rivolgono alle cliniche». Sono parole inequivocabili quelle pronunciate nel corso di un’intervista, dalla dottoressa Karine Khatchadourian, tra le maggiori esperte in Canada in materia di trattamenti per la disforia di genere. E quello di Karine Khatchadourian non è un caso isolato. Infatti, sempre più voci e pareri autorevoli, in Canada e non solo, si stanno sollevando per dire basta alla prescrizione di bloccanti della pubertà e a interventi chirurgici per il “cambio sesso” dei minori.
La critica all’approccio affermativo
Pediatra, endocrinologa e professoressa associata di pediatria all’Università di Ottawa, la dottoressa Karine Khatchadourian è stata tra le prime in Canada a somministrare i farmaci bloccanti della pubertà a giovani con disforia di genere, quindi per far loro intraprendere un percorso di transizione. A lei si deve infatti, nel 2014, il primo studio canadese – il secondo in Nord America – sui trattamenti medici di minori con disforia di genere. Tra il 2022 e il 2024 è stata anche co-direttrice della clinica per la cosiddetta “diversità di genere” del Children’s Hospital of Eastern Ontario (CHEO).
Ora il cambio di rotta, maturato già con un intervento pubblico tenuto lo scorso febbraio presso il Women and Children’s Health Research Institute dell’Università di Alberta, durante il quale ha mostrato, dati alla mano, come non vi siano evidenze scientifiche sui presunti benefici dell’approccio affermativo in materia di transizione di genere di bambini e adolescenti con disforia. Gli studi dimostrano piuttosto «risultati contraddittori nella migliore delle ipotesi» e si muovono dunque in una «zona grigia ad alto impatto», ha affermato la stessa Khatchadourian in un’intervista al National Post.
Emergono sempre più criticità
Al contrario, come rilevato sempre da Khatchadourian, emergono sempre di più le criticità per la salute di quanti si sottopongono a tale iter per il “cambio sesso”. E in effetti i dati disponibili raccontano in special modo una netta prevalenza di femmine sul piano biologico con complessi quadri di salute mentale e senza storia nota di distress di genere nella fanciullezza, per cui diviene piuttosto complesso determinare aprioristicamente sul piano clinico se tale incongruenza di genere persisterà o meno anche dopo la pubertà. Ecco perché la stessa dottoressa – in passato in prima linea nel somministrare queste terapie – ora ribadisce l’esigenza di affrontare tale materia «con rigore e cautela, date le poste in gioco estremamente elevate in questo campo».
Il ruolo di social e propaganda Lgbt
Inoltre, rispetto all’incremento esponenziale di coloro che avanzano il desiderio di una transizione di genere, denuncia con grande onestà intellettuale il ruolo determinante dei social media e della martellante propaganda Lgbt: «So che i social media e i coetanei hanno una maggiore influenza durante l’adolescenza. Non vedevo nessuno identificarsi come non binario dieci anni fa, quando mi stavo formando». Insistendo sul tema sulla base delle evidenze empiriche raccolte, Khatchadourian aggiunge ancora: «È così difficile sapere, quando si vede un paziente, quanta parte di questa storia sia davvero la storia di quella persona e quanta sia basata sull’influenza dei coetanei e dei social media». Insomma, la dottoressa canadese ha avuto il merito di rilevare sul piano clinico tanto un’insorgenza tardiva della disforia tra le minorenni, quanto di considerare il ruolo determinante giocato dai social media sui temi legati alla fluidità di genere.
La paura di fare un torto all’ideologia
Che il vento nello Stato canadese stia cambiando anche rispetto alla percezione dell’opinione pubblica in materia di transizione di genere lo testimoniano anche altri pareri clinici autorevoli. Recentemente, infatti, persino una dottoressa che si autodefinisce transgender, Laura Targownik – scienziata, gastroenterologa e professoressa di medicina all’Università di Toronto – ha evidenziato una dinamica che sta prendendo piede tra i professionisti del settore della medicina di genere. Se da un lato, per certi versi, sta venendo meno il sostegno dell’opinione pubblica, dall’altro anche i medici si stanno mostrando «più cauti, riconoscendo di non poter più fungere da facilitatori della transizione in tutti i casi». La stessa Targownik ha inoltre sottolineato con preoccupazione come spesso, in barba alle evidenze cliniche, non si affrontino le criticità che emergono rispetto ai danni sulla salute, per timore di essere annoverati tra le fila dei detrattori dell’approccio affermativo.
Impossibile certificare eventuali benefici
E in effetti, rispetto agli studi clinici, c’è un altro dato da evidenziare: le prove sui farmaci bloccanti della pubertà e sulla mastectomia nei giovani sono talmente basse che è impossibile determinare se tali interventi siano davvero utili. È quanto ha evidenziato in particolare Gordon Guyatt, scienziato di fama internazionale dell’Università di McMaster e co-ideatore del sistema GRADE, che si occupa proprio di valutare sul piano clinico la “certezza delle evidenze”. «L’approccio affermativo adottato dalla Società Canadese di Pediatria è fondato su un’impostazione di tipo “diritti-centrico” piuttosto che su un rigoroso scrutinio delle evidenze», ha inoltre affermato un’altra esperta, Chan Kulatunga-Moruzi, studiosa indipendente con specializzazione in salute mentale degli adolescenti e disforia di genere, in un articolo pubblicato su Archives of Sexual Behavior. Nello studio, si dimostra l’ipotesi che le comorbidità psichiatriche e i fattori traumatici manifestati da quanti si siano sottoposti alla transizione di genere non siano un effetto dello stigma sociale, bensì precedano l’insorgenza della disforia. La stessa Kulatunga-Moruzi aveva avanzato già nel 2024, insieme ad alcuni colleghi pediatri canadesi, le proprie perplessità in materia di transizione di genere, attraverso una lettera pubblicata su Paediatrics and Child Health. Nella missiva si invitava la Società Canadese di Pediatria a rivedere con urgenza la propria posizione ufficiale, la quale caldeggiava l’approccio affermativo.
Il rischio di autocensura
A questo punto c’è un altro tassello da non trascurare e che traspare più o meno apertamente dalle dichiarazioni di questi esperti professionisti del settore, ossia il fatto che, in materia di transizione di genere, si rischia grosso se si è una “voce fuori dal coro”. La pressione della propaganda ideologica di matrice Lgbt resta elevata, per cui tanti medici sono riluttanti a esprimere pubblicamente le proprie riserve rispetto all’approccio affermativo, anche per timore di essere marginalizzati o additati come “transfobici” dagli attivisti.
Ecco perché questo rinnovato slancio di verità scientifiche e questo nuovo dibattito in corso in Canada fanno ben sperare, poiché ci si augura che – sulla scia di queste testimonianze – tanti altri medici e professionisti del settore abbandonino l’ideologia e aprano sempre più gli occhi sui dati provenienti dalle evidenze scientifiche, premurandosi perlomeno di comunicare con onestà intellettuale alle famiglie dei minori interessati al “cambio di sesso” il livello oggettivo di grande incertezza degli studi clinici in materia e soprattutto i risvolti negativi sulla salute di trattamenti simili.