Costruire un’impresa a misura d’uomo. È questo il tentativo riuscito di Léon Harmel (1829-1915), imprenditore della seconda metà dell’800 di un lanificio che a Val des Bois nella Francia nord-orientale dà lavoro fino a 1.200 operai. Coniugando fede e concretezza, visione sociale e industriale Harmel anticipa il welfare dentro la sua fabbrica e così offre il suo contributo per sconfiggere la povertà che considera una «ferita orribile che divora la società». Sosteneva infatti che «l’operaio è più povero di Lazzaro». La sua figura è nel pieno della seconda Rivoluzione industriale Profezia di un’impresa, come recita il titolo della mostra visitata al Meeting Rimini in forma privata anche da Sua Santità Leone XIV. Tra le principali novità che Harmel introduce rientrano la riduzione dell’orario di lavoro da 12 a 10 ore, l’abolizione del lavoro notturno, il riposo domenicale («Vi parlano tanto di diritti, ma vi negano l’unico diritto che Dio ha concesso anche a se stesso: il riposo», afferma in proposito), la costruzione di case a schiera per gli operai e addirittura un orto per sostenerne le esigenze alimentari. «Il mio vero affare è fare degli uomini», asserisce.

Un’altra misura per l’epoca davvero rivoluzionaria è l’abolizione del lavoro sotto i 12 anni, superati i quali ritiene si debba trascorrere soltanto la metà del proprio tempo in fabbrica. Si preoccupa dunque della loro formazione al lavoro: il ragazzo in fabbrica deve avere una sorta di tutor che lo segua nelle diverse mansioni. Ma la sua modernità non è solo in queste scelte imprenditoriali, ma soprattutto nel metodo, che muove da una radicata consapevolezza che «ciò che non è buono per gli uomini non è buono neanche per gli affari». Egli sostiene fermamente che la dignità del lavoro passi attraverso la partecipazione e la cooperazione di tutti. Di qui non prevede nell’organizzazione della sua fabbrica le risorse umane, in quanto gli operai «amano difendere i loro diritti e sanno già farlo molto bene». E ancora, si premura di contribuire a costituire una cassa mutua sanitaria, banche popolari, assegni familiari, congedo di maternità retribuito, una scuola di formazione per dirigenti cristiani, il Consiglio di fabbrica, la formazione di sindacati di operai cristiani e l’Unione fraterna del Commercio e dell’industria per una carta etica della produzione. È un precursore della responsabilità sociale d’impresa, che abbandona il paternalismo compassionevole degli imprenditori cattolici.

Non vuole far le cose per gli operai, ma lavorare con gli operai per renderli davvero protagonisti: «Il bene dell’operaio con lui e per lui, mai malgrado lui».In questo modo traduce concretamente le parole di Cristo: «Non vi chiamo più servi, ma amici». Sul piano professionale realizza anche un brevetto per la cardatura della lana che poi vende in tutta Europa. In sostanza questo imprenditore illuminato difese la dignità della persona in quanto tale, e non come mera manodopera, e attuò il principio secondo il quale il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro. Ecco perché – esclamò papa Leone XIII nel 1887 – «bisogna che i Léon Harmel si moltiplichino». Amico di don Bosco, Murialdo e Toniolo, anche di Padre Pernet – il fondatore delle Piccole Suore dell’Assunzione – e di Leone XIII, a partire dal 1885, organizza i pellegrinaggi operai a Roma (a quello del 1891 partecipano in 20.000 fedeli). È stato in effetti un pioniere nell’attuazione della dottrina sociale della Chiesa, alla quale la Rerum novarum (1891) darà notevole impulso.

Insomma Harmel «nell’intelligenza della fede aveva trovato ispirazione e questo ne ha fatto un uomo di mezzo secolo in anticipo sui tempi», secondo quanto evidenzia un contributo video del percorso espositivo.  Nella sua enciclica Magnifica humanitas Leone XIV riprende e attualizza i principidella Rerum novarum, e dunque anche il modello realizzato della fabbrica di Val des Bois: si tratta di tutelare la persona attraverso il lavoro – da intendersi non solo come occupazione ma come dimensione di significato – e la sussidiarietà come metodo, favorendo una cooperazione reale tra tutti i fattori agenti in un’azienda. Pertanto, a oltre un secolo dalla sua morte, la testimonianza di Harmel resta viva e profetica come invito a guardare l’impresa quale luogo per custodire l’umano nella realtà concreta del lavoro quotidiano nell’era dell’IA.  

Videointervista a Ubaldo Casotto, curatore della mostra, al link sottostante

Fonte: Il Timone

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