Un tour italiano di un grande storico francese esperto del genocidio vandeano.  È quello che, a breve, avrà come protagonista Reynald Secher, classe 1955, storico specializzato nel concetto di resistenza al totalitarismo, nonché direttore della casa editrice Reynald Secher Éditions, docente di Relazioni internazionali e presidente dell’associazione Mémoire du Futur de l’Europe. È lo studioso che ha dimostrato ufficialmente che come Vandea si sia verificato un genocidio legale durante la Rivoluzione francese. Nel corso di questo mese il professor Secher farà in Italia diverse tappe. Tra quelle già fissate, segnaliamo: Martedì 23 giugno ore 21 sarà al Museo di Arte Sacra di San Giovanni in Persiceto, Bologna (incontro promosso da Centro Culturale GK Chesterton Persiceto – Alleanza Cattolica – Foedus Catholicum Modena – Terra e Identità); titolo dell’evento: Il volto nascosto della Rivoluzione francese. Vandea: dal genocidio al memoricidio; Giovedì 25 giugno ore 20:30 sarà a Piacenza alla Chiesa di San Giorgio in Sopramuro – Via Sopramuro, 61 (Incontro promosso dalla Confraternita Beata Vergine del Suffragio); titolo dell’evento: Vandea: dal genocidio al memoricidio. Il volto nascosto della Rivoluzione francese; Venerdì 26 giugno ore 21 sarà al Castello di Montecuccolo a Pavullo nel Frignano (incontro promosso da Terra e Identità/Alleanza Cattolica – Foedus Catholicum Modena con la Parrocchia di San Bartolomeo Apostolo); titolo dell’evento: Vandea: dal genocidio al memoricidio. La metastasi della Rivoluzione francese; (Per informazioni Alleanza Cattolica Foedus Catholicum Modena: WhatsApp: 340 548 2252). Ora, il Timone ha avuto la possibilità di intervistare in anteprima questo illustre studioso.

Professer Secher, in questo tour italiano Lei parlerà del volto nascosto della Rivoluzione francese. Il genocidio vandeano è ancora parte di questo “volto nascosto”? «Oggi la Rivoluzione francese gode di un’aura estremamente positiva, sia in Francia che nel resto del mondo. Questa visione positiva è il risultato di una manipolazione storica che si configura come una sorta di ‘memoricidio’: i carnefici sono diventati eroi, le vittime paria – persone emarginate di rango inferiore. La realtà però è ben diversa. La Rivoluzione fu innanzitutto una violenta rottura nella storia dell’umanità: esiste infatti uno spartiacque netto tra il prima e il dopo la stessa. Questa rottura si realizzò attraverso una violenza inimmaginabile, una violenza derivante dall’ideologia propagata al tempo dai rivoluzionari francesi. Secondo costoro bisognava creare un uomo nuovo, un mondo nuovo, e ciò richiedeva evidentemente la cancellazione del vecchio mondo considerato oscurantista in quanto monarchico e cattolico, stando in particolare agli scritti oltraggiosi di Voltaire. Per raggiungere i loro obiettivi, i rivoluzionari si servirono di un’arma formidabile e terribilmente efficace – il Terrore – il cui scopo primario era quello di fermare e annientare tutti gli oppositori: uomini, donne, bambini, gruppi di persone, ma anche intere città e paesi. Allo stesso tempo è doveroso ricordare che almeno il 70% della popolazione francese era ostile alla Rivoluzione».

Come mai? Chi e cosa riescono ancora a nascondere, a distanza di secoli, questo orrore? «L’orrore si manifestò nell’eliminazione sistematica di tutti i potenziali oppositori, siano essi apertamente contrari alla Rivoluzione o semplicemente non suoi pubblici sostenitori. Oltre al regicidio, la Rivoluzione commise numerosi crimini nell’ambito di un cattolicidio, che incluse il clericidio – arrivando persino a colpire il Papa Pio VI -, un nobilicidio e vari populicidi e genocidi. I rivoluzionari eliminarono infatti fisicamente tutti gli oppositori non per ciò che avevano fatto, ma per ciò che erano: cattolici, sacerdoti, religiosi, nobili e avversari politici. Grazie all’evoluzione del diritto internazionale, in particolare dalla Seconda Guerra Mondiale, politici, giuristi e storici si stanno gradualmente allontanando da tale narrazione storica spesso solo apologetica e stanno analizzando gli eventi nella loro oggettività, anche alla luce dei crimini di massa che hanno segnato il XX secolo. Nonostante tutto, la Francia non è ancora pronta a mettere in discussione la Rivoluzione, che considera come il fondamento della Repubblica; una Repubblica equiparata, nella coscienza e nell’inconscio collettivo, alla democrazia. Inoltre occorre evidenziare che attualmente che il pensiero intellettuale francese, i media e l’istruzione sono in gran parte controllati da una sinistra rivoluzionaria che continua a idolatrare tra gli altri Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, considerati quali eredi della Rivoluzione francese e presunti figli di Robespierre. È altresì particolarmente interessante osservare come al contrario nei paesi dell’ex blocco orientale, che hanno sofferto sotto il regime comunista, questa visione della storia sia crollata con la caduta del Muro di Berlino e sia stata sostituita da un’analisi più oggettiva ed equa, diffusa ufficialmente attraverso tutti i mezzi di comunicazione, istruzione e cultura».

Che cosa dei crimini commessi in Vandea continua a colpire uno studioso come Lei, che di questi fatti si occupa da molti anni? «Da quando ho discusso la mia tesi di dottorato alla Sorbona nel 1985 la ricerca storica, basata sulla mia analisi, ha compiuto progressi significativi. Grazie alla scoperta di nuovi documenti pubblici e privati, ho potuto ampliare il mio lavoro iniziale. Nel 1985 avevo individuato un solo piano per lo sterminio e l’annientamento della regione della Vandea, collegato alle cosiddette ‘colonne infernali’ di Turreau, un piano che si estese da gennaio a maggio del 1794. In realtà i piani erano quattro e si protrassero dal luglio 1793 al dicembre 1794. Pertanto il genocidio legalizzato perpetrato in Vandea non durò cinque mesi, bensì sedici, il che ha modificato radicalmente i dati e l’analisi degli eventi. Al di là di tale approfondimento, il mio lavoro accademico ha stimolato ulteriori ricerche in Francia e nel mondo, in particolare lo studio del giurista Jacques Villemain, che mette in discussione la narrazione storica ufficiale. D’altra parte non ci fu un solo genocidio, quello della Vandea, ma piuttosto una serie di crimini di massa di natura genocida. Ad esempio, ho appena terminato un documentario sulla città di Lione durante il Regime del Terrore. In esso rivelo la natura dei crimini commessi, simili a quelli accaduti in Vandea nello stesso periodo. Il mito della Rivoluzione francese come evento positivo, generoso ed emancipatorio sta dunque crollando. Stiamo anche dimostrando che la Rivoluzione francese è fondamentale, nella misura in cui ha dato origine a tutti i regimi totalitari del XX secolo, dal momento che le stesse cause producono gli stessi effetti. Possiamo comprendere gli orrori sovietici, comunisti, nazisti e messicani solo cogliendone la fonte primaria, che è proprio il Regime del Terrore della Rivoluzione francese».

Intervenendo una volta al Meeting di Rimini, Lei ha dichiarato«Se non fosse stato dimenticato il genocidio della Vandea, forse non sarebbe accaduto ciò che è accaduto nel XX secolo». Che cosa intendeva dire? «La natura del crimine commesso in Vandea nel 1793-1794 fu perfettamente compresa all’epoca, sia da coloro che lo idearono e lo attuarono, sia da un gran numero di osservatori. Possiamo citarne tre: il primo è Gracco Babeuf. Considerato il padre del comunismo, rimase scandalizzato dal fatto che un popolo sovrano potesse legalmente sterminare una parte di sé, per cui scrisse un opuscolo intitolato Sul sistema di spopolamento, in cui denunciò ciò che aveva visto, descrivendolo con grande precisione. Il secondo è il generale Louis-Michel Thévenet, detto Danican, che non solo denunciò il genocidio, ma prese direttamente le armi per combattere contro i responsabili. Il terzo è un giornalista anonimo, il quale denunciò sia l’orrore commesso sia la continua manipolazione della storia. Egli annotò: “Il tempo scorre, trascinando uomini ed eventi verso l’abisso dell’oblio: l’esperienza è la bussola della storia”. Questi tre testimoni oculari lamentano sia come, a causa delle circostanze, la realtà dei fatti sia stata cancellata; sia il fatto che i politici non abbiano poi tratto le dovute conclusioni per impedire il ripetersi in futuro di questa spiacevole esperienza. Nel XIX secolo storici come Hippolyte Taine e nel XX secolo giornalisti e giuristi come Raphael Lemkin avrebbero espresso gli stessi rimpianti in termini molto precisi e per le stesse ragioni: l’esperienza è la bussola delle nazioni».

In Italia, ma non solo, parlare degli orrori commessi in Vandea viene ancora considerato “di destra”. Perché? La storia non dovrebbe essere senza colore politico? «Denunciare questi stessi crimini in Francia equivale a essere emarginati e considerati alla stregua di esponenti poco raccomandabili di estrema destra. D’altra parte gli intellettuali sono prevalentemente di sinistra e impongono la loro visione univoca della storia. Coloro che aderiscono a queste scuole di pensiero dominanti credono che anche una minima alterazione del mito rivoluzionario equivalga a mettere in discussione le fondamenta stesse del regime, ovvero la sua ragion d’essere. Ricordiamo che si tratta delle stesse persone che hanno sostenuto il comunismo in tutte le sue forme, il nazismo, e via discorrendo. Queste persone sono doppiamente criminali: commettono un primo crimine contro la verità falsificando la storia e, in secondo luogo, si rendono complici di questi carnefici, commettendo un crimine contro la memoria storica, attraverso la pratica della sua cancellazione. Pertanto suggerirei loro di rileggere la definizione di quello che ho definito ‘memoricidio’: “Sul piano giuridico il memoricidio può essere considerato come un crimine contro l’umanità che consiste nel concepire, attuare o essere complice, sia nella sua ideazione che nella sua esecuzione parziale o totale, di un atto o di un’azione il cui scopo è negare, relativizzare o giustificare, parzialmente o totalmente, un precedente atto di genocidio”. Eppure “quando la menzogna prende l’ascensore, la verità sale le scale”, come recita un proverbio. Insomma la verità trionfa sempre, anche se c’è bisogno di tempo, per cui un giorno questi responsabili saranno considerati a buon diritto revisionisti».

Fonte: Il Timone

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