«La maternità surrogata riduce le donne e i bambini a semplici merci, privandoli della loro uguaglianza e dignità e incoraggiandone lo sfruttamento e l’abuso». Sono parole di ferma condanna della barbara pratica dell’utero in affitto quelle risuonate la scorsa settimana al Palazzo di Vetro a New York, quando Reem Alsalem – Relatrice Speciale Onu sulla violenza contro donne e ragazze – ha illustrato il suo Rapporto, proprio contro la maternità surrogata, nel corso della Quarta Conferenza mondiale sulle donne svoltasi presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

L’allarme e la proposta della Relatrice Onu

Parole che fotografano la realtà della sedicente “gestazione per altri”: la scelta delle madri surrogate avviene infatti «con una dinamica che rischia di rinforzare stereotipi coloniali e discriminatori» – ha evidenziato Alsalem – riducendole a «incubatrici umane». La stessa Relatrice ha sottolineato che nessuno vuole «colpevolizzare le madri surrogate, perché sono vittime non veramente consenzienti» e ha lanciato un appello alla comunità internazionale per istituire «una piattaforma intergovernativa per discutere delle conseguenze negative della maternità surrogata». Tra gli interventi che si sono succeduti, e che hanno condiviso la linea della Relatrice dell’Onu, anche quelli di Paesi come Camerun, Etiopia, Nigeria, Egitto e della Santa Sede, insieme chiaramente al nostro Paese, per il quale anche Pro Vita & Famiglia si è esposta, con una petizione popolare già consegnata ma che è possibile continuare a firmare, chiedendo un ruolo di primo piano.

Il ruolo capofila dell’Italia

L’Italia, infatti, ha avuto – e dovrà ancora avere – un ruolo da protagonista, in particolare per essere tuttora il primo – e unico – Paese al mondo ad aver reso tale pratica un “reato universale”. «L’Italia è pronta a fare tutto il necessario per promuovere una messa al bando globale della pratica in tutte le sue forme», ha infatti affermato, sempre durante la Conferenza dell’Onu, il Ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità Eugenia Roccella e ha quindi ribadito il ruolo capofila del nostro Paeseproponendo anche un’alleanza internazionale.

Gli attacchi ideologici dei “progressisti”

A esprimere perplessità e riserve, invocando tra i diritti personali quello di “scegliere per il proprio corpo”, dunque in nome di una sorta di «body autonomy», sono stati Paesi e realtà più progressiste e di Sinistra, ovvero Canada, Australia, Sudafrica e Spagna, i quali hanno affermato di non condividere un’abolizione perentoria della “gestazione per altri”. Replicando a tale obiezione, la relatrice Alsalem ha invece puntualmente ribadito il principio per cui «non esiste alcun diritto umano internazionale ad avere un figlio come parte dei diritti riproduttivi. Anche la distinzione tra maternità surrogata altruistica e commerciale non è reale: il rimborso nel caso della prima è così elevato che costituisce di fatto un pagamento commerciale e non possiamo parlare di autonomia o consenso quando le donne ritengono che la Gpa sia la loro unica opzione economica». Tra i fautori dell’utero in affitto c’è poi anche Jutharat Attawet – docente senior presso la Swinburne University di Melbourne, in Australia – la quale mentre da un lato lamenta «la mancanza di una formazione completa e di standard legali adeguati alla pratica», dall’altro ritiene la «maternità surrogata uno strumento utile per la costruzione di famiglie non tradizionali». Un’espressione che non faticherebbe a sottoscrivere anche l’Associazione “Luca Coscioni”, anch’essa intervenuta in merito al dibattito che c’è stato in sede Onu. L’associazione, infatti, tramite la stampa italiana, ha accusato il Rapporto «di uso distorto delle fonti, assenza di pluralismo e coinvolgimenti ideologici» e ha portato la tesi – infondata – che «vietare la pratica della maternità surrogata» significherebbe «lasciarla nelle mani del mercato nero, della clandestinità e degli abusi». Inoltre, sempre la Coscioni ha evocato a sproposito concetti come libertà e autodeterminazione quali sinonimi di arbitrio assoluto. Al contrario, la relatrice Ansalem ha denunciato sul piano giuridico gli abusi a livello internazionale di una legislazione frammentata, per la quale «i potenziali genitori si spostano dove ci sono meno leggi, meno garanzie e le opzioni più economiche. Più normalizziamo e legalizziamo la maternità surrogata – ha chiosato – più aumenteremo la domanda e gli abusi». 

L’azione di Pro Vita & Famiglia

Tornando al ruolo da protagonista dell’Italia, non può che essere una vittoria per il nostro Paese: un impegno – tra l’altro – che va nella stessa direzione dell’azione che Pro Vita & Famiglia conduce da anni proprio contro tale mercificazione di donne e bambini. La onlus, infatti, poche ore prima della presentazione e della discussione del Rapporto al Palazzo di Vetro ha consegnato al ministro degli Esteri Antonio Tajani circa 18.000 firme proprio per chiedere al Governo – come ha poi fatto – di sostenere il Rapporto Speciale ONU A/80/158 contro la maternità surrogata. «Chiediamo al Governo – aveva dichiarato la portavoce Maria Rachele Ruiu – di promuovere un consenso alle Nazioni Unite perché si arrivi a un Trattato vincolante che proibisca la maternità surrogata, anche quella fantomatica “altruistica” e persegua committenti, cliniche e agenzie che alimentano questo business miliardario». Insomma, una prima fase della battaglia è stata vinta, ma c’è ancora tantissima strada da fare e – nonostante la petizione sia stata già consegnata – si può e si deve ancora firmare.

Fonte: Pro Vita e Famiglia

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