Nel cimitero di Oxford a Wolvercote, sotto i nomi di Edith Brath e del più celebre John Ronald Ruel Tolkien sono incisi rispettivamente i nomi Lúthien e Beren. Per lo scrittore de Il Signore degli AnelliBeren e Lúthien non è un racconto breve con personaggi minori, bensì il paradigma di ogni amore autentico in grado di vincere la morte.

In tale prospettiva la mostra A tale of love and fate presente al Meeting Rimini ne ripercorre la vicenda tra le pieghe del mito. Beren è infatti un mortale che s’innamora di un’immortale, l’elfa Lúthien. Rimane folgorato nel vederla danzare nella foresta, proprio come Tolkien quando, durante un congedo dalla guerra che infuriava, scorge tra i fiori bianchi di un bosco dello Yorkshire la sua Edith mentre canta e balla. Lúthien era la più bella di tutti i figli di Iluvatar, ma per amore avrebbe rinunciato alla sua bellezza, di cui sarebbe rimasta traccia solo nel suo canto. 

D’altra parte la bellezza di Lúthien suscita atteggiamenti molto diversi, tra i quali quello di suo padre che vorrebbe trattenerla nel regno elfico pur di proteggerla, e quello di Morgoth, che ne fa oggetto di un’insaziabile brama di possesso. Lúthien però spiazza il suo temibile avversario e, non ponendosi sul suo stesso piano, contribuisce a rovesciarne il potere attraverso il dono di sé. Perché l’amore vero non salva dalla fatica, ma si manifesta quale forza salvifica proprio nelle sofferenze della quotidianità. Di qui Beren chiede la mano della fanciulla a suo padre, al quale strappa una promessa: gli concederà in sposa la figlia se riuscirà a recuperare una gemma dalla corona dell’Oscuro Signore e a portargliela. Nonostante i terribili mostri da affrontare, Beren riesce nell’ardua impresa, anche se purtroppo alla fine muore a causa delle ferite. Tuttavia Lúthien non si arrende, discende negli inferi ed è pronta a rinunciare all’immortalità elfica pur di sposare il suo amato. I novelli sposi migrano poi nella ’Terra dei morti che vivono di nuovo’. Perché l’amore vero opera proprio questo miracolo: mentre si combatte contro il proprio egoismo, morendo a se stessi per l’altro, si nasce di nuovo ogni giorno.

Allo stesso modo l’amore tra Beren e Lúthien che muove e commuove; che sospinge ad affrontare anche il dolore e la morte, si configura come un amore vocazionale, perché è solo nella fedeltà reciproca dell’uno all’altra che ciascuno può diventare autenticamente se stesso. Tale amore sacrificale non resta dunque chiuso in sé, ma diviene fecondo, nella misura in cui genera frutti e contribuisce alla salvezza del mondo. Basti ricordare la fiala di Galadriel che, custodendo la luce elfica, nel suo consumarsi, aiuterà Frodo e Sam ad accecare e mettere in fuga il ragno Shelob. Quest’arma nascosta diventa pertanto decisiva per l’eucatastrofe finale, affinché Frodo adempia alla sua missione. E ancora, alla stessa discendenza di Beren e Lúthien appartengono anche Arwen e Aragon.

Nel raccontare al figlio in una lettera la genesi del suo amore per Edith, Tolkien così scrive: «Mi sono innamorato di tua madre a 18 anni. Profondamente, come si è dimostrato. Pur essendo un codardo fisicamente, in due stagioni, da timido coniglio disprezzato passai a vestire i colori della squadra della scuola. L’amore mi fece fare questo tipo di cose». Pur essendo già innamorato di Edith da tre anni, lo scrittore britannico deve attendere i 21 anni – la maggiore età per l’epoca – per poterla frequentare. Nel 1916 si sposano e il loro primo figlio nasce l’anno seguente, mentre Tolkien è impegnato a combattere al fronte. Di qui si comprende perché lo scrittore britannico osteggi l’amore romantico, affermando ancora in una lettera il paradosso che «quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori: nel senso che quasi certamente entrambi avrebbero potuto trovare compagni più adatti. Ma la vera anima gemella è quella che hai sposato», ossia ciascuno dei coniugi è chiamato – proprio come i protagonisti Beren e Lúthien – a vivere l’ordinario in modo straordinario attraverso un amore oblativo, ovvero a vivere in maniera epica la quotidianità, impegnandosi alla stregua di un eroe a combattere il male fuori e dentro di sé per camminare e progredire insieme nella via del bene verso una felicità piena e duratura. Insomma come acutamente osservato da Giuseppe Pezzini, docente a Oxford, nella vicenda di Berem e Lúthien si ritrova «il significato ultimo dell’amore di Tolkien per sua moglie Edith, un valore intuito all’età di 20 anni e compiuto alla fine della loro vita terrena».

Videointervista a don Paolo Prosperi al link sottostante

Fonte: Il Timone

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