«Non odio chi mi ha accoltellato, ho compassione di loro e li abbraccio», ha scritto Davide Simone Cavallo, il giovane studente all’Università Bocconi aggredito brutalmente a Milano la notte del 12 ottobre scorso in corso Como a Milano da un gruppo di cinque ragazzi. Pur avendo riportando una grave lesione al midollo spinale non prova rancore verso i suoi aggressori ma, grato alla vita, ha risposto alla rabbia di chi l’ha colpito con il perdono. Il Timone lo ha intervistato in relazione alla sua testimonianza che al Meeting di Rimini ha commosso tutti, soprattutto i più giovani.
Davide, nonostante le drammatiche conseguenze dell’aggressione subita, di cui ancora subisce purtroppo le pesanti ricadute sul piano fisico, lei è riuscito a perdonare chi l’ha colpita ferocemente. Perché è tanto difficile perdonare?
«La società di oggi considera il perdono una cosa da prendere poco sul serio, che talvolta non dovrebbe nemmeno sussistere. Per me non è stato così. Ci sono un sacco di cose che viviamo come veleno e che in realtà sono la cura. Quello che mi ha lasciato quest’esperienza è l’innegabile sicurezza che, dietro questa coltre di buio, esista la luce. In merito a quanto accaduto – qualora si chiedesse a quei ragazzi: “Lo faresti mai?” -, essi avrebbero risposto: “No”. Stessa cosa avrebbero risposto anche i loro genitori rispetto ai figli il giorno precedente. La verità è che, finché non capitiamo dentro una cosa del genere, non lo sappiamo. Mi hanno riferito che quando la polizia è entrata in casa loro tremavano come foglie. Lì ho capito con chi avevo a che fare, anche perché ho un fratello della loro età. Ho sofferto anche per i loro genitori: l’unica cosa che potevo fare era perciò effettivamente tender loro la mano».
Dunque come ha pensato inizialmente di reagire?
«Avendo saputo che tre dei miei aggressori erano minorenni, non volevo riversare rabbie immotivate su gente estranea. A maggior ragione, pensavo: “Se non sono i ragazzi più giovani quelli ad aver bisogno di aiuto, chi?”. D’altra parte vedo però sempre di più un mondo che non ama i giovani, non li apprezza, e nel contempo rimane lì seduto, non porge loro la mano. Probabilmente se fossero stati dei trentenni o quarantenni, dei criminali ad accoltellarmi, avrei reagito peggio, nel senso che non avrei potuto fare nulla per loro. Sicuramente sono contento che quanto successo finora abbia sortito un effetto positivo rispetto alla loro permanenza in comunità. Anche perché credo a nessuno faccia piacere sapere che un ragazzino stia soffrendo in galera».
Cosa l’ha spinta ad abbracciare i suoi aggressori durante il processo?
«Sapevo che ne avevano bisogno anche se, in relazione al loro corpo, alla loro presenza e al loro tocco avevo registrato una sensazione negativa e volevo liberarmene. Non c’era modo migliore dunque che permettere loro di avvicinarsi a me. Inizialmente mi hanno dato la mano attraverso una grata. Poi, dopo questo primo incontro, ci siamo abbracciati anche fuori. Ho voluto così offrir loro la possibilità di essere abbracciati, di sentire: “Io ci sono per te fino a qui e ti posso abbracciare, ti posso non odiare, ti posso supportare, ti posso perdonare».
Videointervista a Davide Simone Cavallo, al link sottostante