Solo chi ama resta. Padre Gabriel Romanelli – argentino di origine italiana, membro della congregazione del Verbo Incarnato, sacerdote dal 1996 e parroco dal 2019 dell’unica chiesa cattolica presente a Gaza City, quella della Sacra Famiglia – continua infatti a essere un segno visibile della presenza di Cristo rimanendo accanto al suo prossimo, la sua comunità, che è ormai un’unica grande famiglia. Insieme a padre Gabriel vivono altri due sacerdoti, due suore del Verbo Incarnato e tre suore di Madre Teresa. Queste ultime si occupano di trenta anziani e venti bambini e giovani con gravi disabilità. Tali religiosi gestiscono un asilo, la scuola primaria, media e superiore, l’oratorio e un piccolo cimitero. Nei periodi peggiori la parrocchia e gli altri locali attigui sono arrivati a ospitare oltre 700 rifugiati. Dagli attacchi del fatidico 7 ottobre 2023 la situazione nella Striscia continua a essere molto critica. A Gaza i cristiani erano 1.017, oggi sono 541. Basti ricordare il raid aereo del 17 luglio 2025, che non ha risparmiato neanche il territorio neutrale della parrocchia della Sacra Famiglia, provocando tre morti e dodici feriti tra i fedeli, fra i quali lo stesso padre Gabriel, colpito lievemente a una gamba. In quell’occasione è stato pesantemente danneggiato anche il frontale della chiesa e distrutta parzialmente la base della grande croce presente sul tetto. In occasione del Meeting di Rimini 2026 Il Timone ha raccolto la sua testimonianza luminosa della forza dell’amore di Cristo che risplende con intensità ancora maggiore nei cuori dei fedeli di un popolo martoriato, affinché siano dissipate le tenebre dell’odio e del rancore verso quanti continuano a seminare tanto dolore, sofferenze e morte.

Nella sua commovente testimonianza raccolta ne Le rovine e la luce (Piemme 2026, pp. 272) c’è ampio spazio per le ferite – ma anche per le feritoie di grazia – che attraversano quotidianamente il suo ministero sacerdotale a Gaza. Quali sofferenze e croci più gravose ha vissuto e continua a vivere insieme alla sua comunità? «Sicuramente la croce più dolorosa è quando una persona non soltanto vede il sangue, ma lo tocca con mano, ossia quando tanti vengono feriti gravemente o muoiono davanti ai propri occhi. Poi un’altra croce è il fatto che nessuno parla chiaro sulla fine della guerra, per cui molte persone sono veramente tristi e depresse per questa ‘vita da prigionieri’. Riguardo ai primi anni della guerra ho riportato in un quaderno come delle istantanee che fotografano alcune tra le croci vissute: “Malattie e le infezioni frequenti tra i parrocchiani: dissenteria, scabbia, salmonella, non risparmiano nemmeno noi, nemmeno me. L’unica Tac ancora funzionante è macchiata del sangue dei feriti e gli infermieri non hanno più tempo di pulirla. È molto difficile fare esami medici: la salute complessiva della popolazione sta peggiorando. Insetti: milioni di mosche, ovunque, sempre; zanzare, scarafaggi. Vita da prigionieri, abitudini da prigionieri: litigi continui per nulla, ma soprattutto per pochi centimetri. In mancanza di verdure, mangiamo cibo destinato agli animali. Abbiamo imparato a cucinare le foglie di gelso, che somigliano vagamente agli spinaci. Alcuni le fanno seccare, le arrotolano e le fumano come sigari. Acqua, problema permanente: procurarsela, purificarla, usarla con parsimonia. Fuoco: non entra più nulla, né diesel né gas. Per cucinare la gente brucia qualunque cosa: telai di finestre, mobili, scatoloni degli aiuti alimentari, plastica. L’aria è satura di fumo tossico. Schegge di bombe colpiscono continuamente i nostri edifici e cadono nel cortile. Tutto può costarci la vita, anche stendere il bucato sul tetto come facevamo un tempo, oppure riparare i serbatoi dell’acqua: è successo al nostro idraulico, che è stato colpito da un colpo d’arma da fuoco dell’esercito. Per fortuna è rimasto solo ferito. Invece, tra gli altri, uno dei figli del nostro professore di matematica è stato ucciso mentre giocava alle biglie”. Poi ci sono le piccole croci di cui è fatta la nostra vita di tutti i giorni. Attualmente stanno facendo entrare molti beni che tornano disponibili sul mercato, ma a prezzi d’oro. Per cui, per esempio, facciamo tanta fatica a trovare i pezzi di ricambio per riparare la nostra fotocopiatrice, ma anche per reperire banchi, colla, quaderni, matite, e persino banali elastici per capelli. Insomma, dopo il cessate il fuoco, alcune cose sono migliorate, tuttavia la situazione continua a essere durissima per la maggior parte della popolazione».

Non sono però mancate contestualmente anche numerose luci che manifestano l’amore di Cristo che non abbandona i suoi figli. Può raccontarcene alcune? «Un prodigio, se non un miracolo è stato il fatto che il bombardamento della casa della suore di Madre Teresa – angeli della carità che si prendono cura dei bambini con disabilità – è avvenuto durante la messa, quando i fedeli erano in chiesa. Qui è tutto molto piccolo: la chiesa dista 15 metri dalla casa, ma non è morto nessun bambino; una bomba ha danneggiato soltanto la sala da pranzo, la cucina, il generatore e il deposito di diesel. Perdite materiali gravi, ma niente di più. E ancora, un altro particolare momento di grazia è stato la celebrazione del matrimonio tra un ragazzo della comunità ortodossa con Maryan, una giovane donna della nostra parrocchia. La prima parte della cerimonia si è svolta qui, nel convento delle nostre suore, che per l’occasione hanno messo a disposizione uno spazio, cioè una stanza di quattro metri per sei, che già fungeva da rifugio per una famiglia e che è diventata una sala improvvisata per le nozze! Si è svolto tutto lì: la celebrazione tradizionale con l’addio al celibato e la preparazione della sposa. La stanza era piena di gente. Poi Maryan si è seduta su una grande poltrona e il sacerdote della parrocchia ortodossa è venuto solennemente a chiedere la sua mano a nome della famiglia del fidanzato. Allora, secondo la consuetudine, i suoi familiari e io, come rappresentante della Chiesa, abbiamo dato il nostro consenso. È stato uno di quei rarissimi momenti felici che viviamo con intensità. Eppure, quando ho visto la giovane sposa scendere le scale, sono stato attraversato da un pensiero terribile. Maryan è la figlia di Nahida, quella donna che è stata uccisa da un colpo di cecchino. Per arrivare fino a quella stanza, sapevo che era dovuta passare proprio davanti al luogo in cui la madre e la sorella, Samar, sono state assassinate. La sua famiglia aveva pulito le loro tombe nel cimitero. Prima del matrimonio, Maryan è andata a visitarle. Poi abbiamo fatto una processione fino alla chiesa di San Porfirio, dove è stato celebrato il matrimonio. Avevamo ottenuto un’autorizzazione speciale dall’esercito israeliano. La festa si è conclusa nel tardo pomeriggio, e ci siamo affrettati a rientrare prima del tramonto. Infine lo scorso 26 luglio due genitori, che hanno visto morire i loro tre figli durante il bombardamento alla chiesa grecoortodossa, sono stati benedetti da Dio con la nascita del quarto figlio. Insomma, anche le cose più ordinarie, diventano per noi segni straordinari di grazia».

Per quanto riguarda l’approvvigionamento di acqua, cibo e altri beni, come vi siete mossi? «“Prima del cessate il fuoco non c’era quasi nulla da mangiare e, quel poco che c’era, costava davvero uno sproposito. Per un chilogrammo di pomodori occorrevano 50 euro; per un litro di gasolio 25! Consideri, per esempio, che abbiamo necessità di setacciare la farina diverse volte, eppure alcuni vermi vi restano ugualmente all’interno. L’acqua poi è una preoccupazione costante. Abbiamo un pozzo che, per pompare l’acqua, necessita di energia elettrica, ma purtroppo i nostri pannelli solari sono stati quasi tutti distrutti. Considerando che attualmente negli edifici della parrocchia vivono circa 500 persone, ognuna necessita di almeno 10 litri d’acqua al giorno. In totale quindi dobbiamo garantire ogni giorno tra i 4.500 e i 7.500 litri d’acqua. Normalmente ne servirebbe ancora di più per i piatti, le pulizie e tutte le incombenze della vita quotidiana. L’acqua in bottiglia, che riusciamo un po’ a reperire non senza qualche difficoltà, la destiniamo principalmente agli ammalati”, racconto a tal proposito nel libro. Dopo il cessate il fuoco, siamo in 80 tra religiosi e suore e riusciamo ad aiutare migliaia di famiglia, anche per la distribuzione dell’acqua quotidiana. Oggi un litro di gasolio costa 10 euro, comunque un prezzo esorbitante! E ancora un litro d’olio per auto, che prima della tregua costava 20 euro, oggi arriva a costare fino a 600 euro, dal momento che è un bene scarsamente disponibile sul mercato. E questo pesa notevolmente sui trasporti, e di conseguenza sul costo dei beni essenziali che restano molto alti. Pensi che l’oratorio estivo ha richiesto l’equivalente di 450 euro al giorno soltanto per garantire il trasporto dei bambini dai diversi quartieri di Gaza con tre piccoli autobus. Di qui, per la nostra scuola che arriva ad accogliere 1000 alunni, occorrono 1500 euro al giorno solo per il trasporto di bambini e ragazzi!».

È da poco trascorso il primo anniversario da quel 17 luglio 2025 in cui la scheggia di una bomba ha colpito anche il suo polpaccio, «un evento che ha profondamente commosso la Chiesa e l’intero mondo», come l’ha definito in un recente post sui social. Cosa ricorda di quel giorno di dolore anche come motivo di grande consolazione? «Suhail è un ragazzo straordinario che da anni manifestava il desiderio di consacrarsi a Dio, per il quale aveva anche ricevuto la benedizione di Papa Francesco. Aspettava dunque con trepidazione il 31 ottobre 2023 per compiere 18 anni e così poter viaggiare in Italia per continuare la sua formazione, quando il 7 ottobre scoppiò la guerra. Di qui, come scrivevo subito dopo l’accaduto: “Quando c’è stata la terribile esplosione unQqUANqSuhail giaceva in una pozza di sangue colpito nella parte bassa della schiena. Mi sono subito precipitato a premere con tutte le forze sulla ferita per fermarne l’emorragia fino all’arrivo dell’ambulanza. È stato operato d’urgenza, ma dovrà subire ancora molti interventi e probabilmente porterà per tutta la vita le conseguenze di quell’attacco. Ciononostante rimane saldo nella sua vocazione. Mi racconta che è stato salvato dallo scapolare della Vergine che aveva al collo e che porta sempre con sé”. Inoltre, sebbene tale attacco sia stato assolutamente immotivato e poi dichiarato dai vertici politici di Israele quale ‘errore tecnico’, sono rimasto ammirato dalla reazione della nostra comunità: nessuno ha manifestato desideri di vendetta. Anzi, tutti abbiamo pregato per pace, perdono e riconciliazione! È stato per me ancora fonte di grande consolazione il fatto che sia riuscito a donare l’assoluzione e la benedizione papale alle tre persone moribonde prima che tornassero alla casa del Padre. Inoltre mi consola il fatto che Najib – il quale sin da bambino è in sedia a rotelle e al quale è stato perforato un polmone – ora, nonostante continui ad avere problemi, stia meglio e continui a essere un punto di rifermento di fede e bontà anche nel dolore per la nostra comunità. Tra l’altro la nostra parrocchia è stata colpita anche altre volte: l’ultima, due mesi dopo il ‘cessate il fuoco’, è stata infatti l’8 dicembre 2025. Grazie a Dio in quell’occasione è rimasto ferito soltanto lievemente un uomo, il papà di Suhail!».

Nel suo libro scrive ancora: «A Gaza si ha l’impressione di essere come condannati nel braccio della morte. Dall’inizio della guerra, a Gaza sono state uccise più di 45.000 persone. Tutti hanno un parente, un amico, un vicino che ha perso la vita. Come parlare di speranza se sono state distrutte le case, i luoghi di lavoro, i ristoranti, le palestre, le scuole, le università, le strade, gli ospedali? Come sperare, quando tutto è distrutto?». «Purtroppo i numeri adesso sono più alti: sono oltre 73.000 le persone uccise. Come fare? Ricordo loro – ai cristiani, come ai musulmani e agli atei – che ogni vita è sacra, dal concepimento fino alla morte. E, dopo aver parlato così, li aiuto a resistere in un modo o nell’altro, con i mezzi etici che abbiamo. Non è il momento di arrendersi alla disperazione. Dobbiamo vivere non lasciando che il male trionfi dentro di noi, sforzandoci di essere buoni, sempre, verso tutti. “Dove non c’è amore, seminate amore e raccoglierete amore”, dice san Giovanni della Croce. E così, allo stesso modo, dove non c’è giustizia, seminate giustizia; dove non c’è speranza, seminate speranza; dove regnano le tenebre e la distruzione, seminate luce e opere buone. La mia speranza, oltre alla vita eterna, è di vedere questa guerra finire una volta per tutte. Questi bambini e questi adolescenti ne usciranno cambiati per sempre, segnati dall’esperienza della violenza, ma anche dal sentimento umano e spirituale di essere stati protetti qui, nella parrocchia e in particolare nella chiesa: lo dicono già. E questo mi scalda l’anima».

Nella sua comunità il dialogo interreligioso non è frutto di disquisizioni teoriche, ma si vive concretamente. C’è un aneddoto legato alla convivenza pacifica tra persone di fedi diverse che custodisce nel cuore quale seme fecondo di bene? «Tra gli episodi che si possono ricordare nel merito spicca il fatto che tante volte durante la guerra i nostri ragazzi cristiani abbiano rischiato la loro vita per andare a cercare un po’ di cibo per poi distribuirlo a bambini e persone del quartiere, tra i nostri vicini, tutti musulmani. Allo stesso modo diversi ragazzi musulmani che conosciamo, vicini del quartiere, hanno rischiato la loro vita, nel peggior momento della guerra, per andare a cercare insieme ai coetanei cristiani un po’ di diesel per il generatore, al fine di riuscire a produrre l’energia elettrica necessaria per pompare l’acqua da un pozzo qui vicino la chiesa».

In una terra lacerata dal conflitto israelo-palestinese, come vive in sostanza l’esperienza di fede con la sua comunità nel tempo della prova? «Quando c’è la guerra, per molti rifugiati l’abitudine di andare direttamente “da Gesù”, come dicono loro, è diventata un riflesso. La preghiera è la nostra risposta spirituale alla guerra, quella che ci permette di resistere di fronte alla sua opera di distruzione. Allora solo la preghiera e il servizio agli altri ci danno la forza di continuare. La mia vita è nelle mani del Signore e cerco di insegnare ai miei fratelli a fare altrettanto. Qui la liturgia è al centro della nostra vita, perché testimonia un servizio totale reso a Dio, che è la ragione della mia presenza a Gaza. Come sacerdote cattolico, sono convinto che nostro Signore Gesù Cristo sia realmente presente nell’Eucarestia. Questo profondo mistero è la ragione principale, ma non l’unica, per cui credo sia necessario che rimaniamo a Gaza in quanto Chiesa: ogni giorno, durante la Messa, rinnoviamo la presenza di Cristo nel cuore stesso di questo abisso. Ed è questa la ‘piccola grande’ luce che ci è dato far risplendere. L’eucarestia è il sole di Gaza, anche in mezzo alle macerie e alla distruzione. Signore, non smettere mai di essere presente sul nostro altare di pace a Gaza!».

Infine avete in cantiere progetti che, con l’aiuto della Provvidenza, auspicate di poter realizzare nel futuro imminente per la popolazione di Gaza? «Anzitutto vorrei sottolineare che è soprattutto grazie al Patriarcato latino di Gerusalemme, e in particolare allo stesso appello del cardinale Pizzaballa, che siamo tanto supportati e abbiamo così potuto aiutare migliaia di famiglie. Di progetti ne abbiamo numerosi in cantiere, ma purtroppo finora facciamo fatica a realizzarli, anche perché non è ancora consentito far entrare a Gaza tanti dei materiali che ci occorrono. Per esempio, la rete elettrica ormai non esiste quasi più e, al momento, è difficile trovare pannelli solari e generatori. Per cui cerchiamo di aiutare le persone del quartiere a procurarsi un po’ di energia elettrica per poter pompare e avere l’acqua potabile. Poi c’è il problema della scuola, che richiede spazi e oneri molto alti legati ai trasporti e ai costi materiali per studenti e docenti. A Gaza ci sono tre scuole cattoliche, ma attualmente due delle tre sono piene di sfollati. Pertanto auspichiamo con l’aiuto di Dio e di tante persone generose, per sopperire a tale fabbisogno educativo, di riuscire ad accogliere fino a 1000 alunni dall’asilo alle superiori, grazie alla riparazione delle strutture in sede e all’affitto di un’altra casa grande. Inoltre vogliamo continuare a sostenere le cliniche che l’Ordine di Malta ha aperto insieme al Patriarcato latino di Gerusalemme per curare anche i più poveri qui nel quartiere – ove, oltre all’ospedale vicino ai nostri locali, non c’è nessun altro luogo di cura -, in una terra che la parrocchia ha preso in affitto e che è nel contempo anche un punto di distribuzione significativo degli aiuti alle famiglie. Desideriamo poi migliorare il servizio di assistenza agli anziani e agli ammalati rimasti soli, che dunque non hanno più accanto a sé i propri familiari perché morti o fuggiti via. E ancora, vorremmo avere un nuovo spazio per giovani e famiglie degli alunni della scuola, sia cristiane che musulmane per attività ricreative e sportive, dal momento che Gaza dopo la guerra non ha più parchi, spazi verdi e luoghi aggregativi, dapprima presenti soprattutto lungo il litorale, oggi occupato soltanto dalle tende dei tantissimi sfollati. Tutto questo ruota intorno al perno centrale della nostra missione: custodire l’identità cristiana della nostra comunità. Di qui vi sono tra gli altri gruppi di lettura della Parola e di approfondimento della fede per adulti, l’oratorio, un gruppo di trenta ministranti, le ‘figlie di Maria – ragazze che aiutano le suore nella preparazione liturgica – e la piccola corale “Santa Cecilia”. D’altra parte senza la vita spirituale, liturgica e pastorale, che costituisce il cuore della nostra missione, moriremmo. Infine, oltre agli aiuti che ci giungono in special modo dal Patriarcato latino di Gerusalemme, ci confortano e danno speranza anche le parole di Papa Leone XVI, che lo scorso 26 luglio mi scriveva in un messaggio: “Non passa giorno senza che io pensi o preghi per coloro che soffrono. Grazie per essere loro vicino. Dio vi aiuti e vi rafforzi. Un abbraccio fraterno, con affetto e benedizione”».

Fonte: Il Timone

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