«In monastero viviamo le celebrazioni natalizie come si fa a Vitorchiano e in tutte le nostre case dell’Ordine. Nella Repubblica Democratica del Congo, dove l’evangelizzazione è ancora poco penetrata, mi rendo conto che il Natale non è considerato una festa teologicamente importante, come lo è chiaramente per noi religiose e per i sacerdoti. Il popolo, la gente semplice, non dà quasi nessuna importanza alla festa in sé. Attende più il Capodanno, la ‘bonne Année’ come la festa delle feste, quale occasione per mangiare e per comprare nuovi abiti per tutta la famiglia. Gli abiti sì: questa è la legge comune dei poveri e dei ricchi. E siccome i poveri non possono permetterseli, la frustrazione è grandissima. Ma il Natale non cambia granché nella loro routine». Così suor Barbara D’Osasco – monaca trappista a Mvanda nella diocesi di Kikwit – racconta a Il Timone il Natale da una regione della Repubblica Democratica del Congo in cui non vi sono le persecuzioni religiose che stanno insanguinando in specie il Nord Kivu.
Grata al Signore, suor Barbara ricorda con profonda commozione in particolare un episodio accaduto nel Natale del 2010: «Abbiamo seguito una piccola bambina malnutrita che sia chiamava Noella. Non aveva famiglia e le davamo da mangiare tutti i giorni quando tornava da scuola. Il giorno di Natale l’abbiamo invitata nel nostro refettorio – cosa rarissima – ma era il nostro ospite più importante. Era il Gesù che volevamo accogliere con tutti gli onori. Le avevamo regalato una bella bambola a cui si era affezionata tanto. Non ne aveva mai viste e le sembrava un vero bebè. La vedevamo migliorare in salute, sorridere e giocare, finalmente. I parenti che l’avevano presa in casa come orfanella – e poco amata, anzi, abbandonata e malnutrita – hanno però scelto di farla portare al villaggio dove è morta di stenti dopo poche settimane. Forse la volevano eliminare per liberarsene. Ne abbiamo molto sofferto. Ma siamo state felici di quello che abbiamo fatto».
La carità verso i malati più poveri di Robert, giovane universitario
C’è poi Robert, un giovane studente universitario di giurisprudenza dell’Opus Deiche così racconta con gioia la sua esperienza di carità tra i malati più indigenti: «Con l’avvicinarsi del Natale, ispirati dall’esortazione Dilexi te di Leone XIV sull’amore per i poveri, abbiamo visitato i malati in un ospedale di Kinshasa. Eravamo in tre e non era la prima volta. Dapprima, leggendo e commentando l’esortazione del pontefice, ho avuto modo di comprendere che la dedizione ai poveri non è una questione di semplice carità, ma è anche uno spazio di rivelazione, perché Gesù si identifica con i poveri. Di qui abbiamo visitato i malati del Riverside Hospital, il più antico ospedale della città di Kinshasa che risale al 1917. È stato per lungo tempo un lebbrosario, al quale San Giovanni Paolo II donò due padiglioni durante la sua prima visita nel Paese. I cappellani dell’ospedale ci hanno consentito di raggiungere i più bisognosi e offrire loro conforto e doni. A un certo punto mi sono ritrovato in una stanza con un ragazzo più o meno della mia età. Soffriva molto e suo fratello lo confortava. Mi sono soffermato a parlare con loro. Ho scoperto che era un appassionato di football – io sono più interessato al basket – e che nutriva grandi speranze nello sport, prima che un incidente sul lavoro rovinasse tutto. Trovava però un po’ di consolazione nel fatto che l’amputazione del braccio, che a un certo punto era stata presa in considerazione, non era più necessaria. Tuttavia, a causa della mancanza di fondi, le sue cure non potevano proseguire adeguatamente. Con il cuore pesante ho raggiunto gli altri amici, poi ho chiamato mia madre per raccontarle l’esperienza della giornata. Di qui il giorno dopo con mia madre e mia sorella siamo tornati a fargli visita, desiderosi di poter contribuire anche economicamente al recupero della sua salute. Ringrazio Dio per aver avuto l’opportunità di vivere questa esperienza di volontariato con la mia famiglia. È questo un Natale diverso, proprio grazie all’incontro con questi fratelli e sorelle che vivono in una povertà così spaventosa».
La carità delle monache trappiste per la popolazione congolese
«Pur essendo monache di clausura, il giorno di Natale inviteremo alcuni poveri per offrire loro un pranzo, così da celebrare insieme con gioia la nascita del Signore Gesù», racconta ancora suor Barbara. Relativamente ai progetti in cantiere per migliorare le condizioni anche igienico-sanitarie della popolazione aggiunge che attualmente la loro premura principale è legata alla distribuzione dell’acqua a tutto il villaggio. Di qui «abbiamo chiesto alla Cei il finanziamento per un pozzo artesiano nella nostra proprietà, a partire dal quale realizzeremo delle fontane. Finora sia noi monache che quanti abitano qui nei dintorni siamo infatti costretti ad andare alla sorgente per approvvigionarci con una corvée estenuante. Auspichiamo dunque che tale progetto possa essere presto accolto e finanziato!». Speriamo allora che quanto suor Barbara e le sue consorelle si augurano possa davvero presto concretizzarsi quale bel regalo del Natale del Signore Gesù che si fa povero anche per essere segno vivo di speranza per i suoi fratelli più poveri.