I limiti non sono barriere, ma sfide da affrontare in vista di nuove opportunità da cogliere. È quanto testimonia con la sua vita Arturo Mariani, «uno in gamba», come si legge sul suo sito. Romano, classe 1993, è un atleta e un autore già di sei libri. Dal 2012 gioca a calcio a livello professionistico e ha disputato con la Nazionale Italiana di Calcio amputati anche un Mondiale e un Europeo. Venuto al mondo con una gamba sola, ha dovuto affrontare numerose difficoltà nel camminare, dati i dolori causati da protesi e stampelle. Oggi supporta in special modo i più giovani a riscoprire il proprio potenziale, le proprie possibilità e la bellezza della vita. I suoi genitori – Stefano e Giovanna – saranno sul palco della Manifestazione Nazionale per la Vita in piazza San Giovanni in Laterano il prossimo sabato 13 giugno per il consueto appuntamento annuale di testimonianza pubblica in difesa e promozione della dignità della vita umana dal concepimento alla morte naturale senza compromessi, al termine di un corteo che sfilerà per le vie della Capitale con partenza alle 14:30 da Piazza della Repubblica. Il Timone li ha intervistati per raccogliere in anteprima la loro preziosa testimonianza.
Quando e in quali circostanze avete appreso che vostro figlio Arturo sarebbe nato con una sola gamba?
Stefano: «L’abbiamo saputo a 3 mesi e mezzo dall’inizio della gestazione, quando siamo andati a fare il primo controllo all’ospedale Gemelli. Avevamo già due figli perfettamente sani, anche se Gianna aveva avuto anche tre aborti spontanei. Per cui eravamo felicissimi che stesse andando tutto bene. Quando ci siamo avvicinati all’ecografo abbiamo visto che le facce inizialmente serene dei medici, a un certo punto, stavano diventando più serie. Cercavano nell’ecografia qualcosa. Alla fine ci hanno detto che non riuscivano a vedere una gambetta, per cui saremmo dovuti ripassare dopo un’ora per attendere che il feto nel frattempo si girasse. Al termine di una passeggiata siamo quindi rientrati in ospedale e abbiamo ricominciato l’ecografia. A un certo punto il medico ribadisce: “Ci dispiace, ma non è cresciuta la gamba destra”. Siamo rimasti di ghiaccio. Di qui si sono consultati anche con il primario che ha confermato quanto osservato».
Quali sentimenti hanno accompagnato la scoperta di tale diagnosi?
Stefano: «Io e mia moglie ci siamo dapprima seduti, poi guardati negli occhi e, tra le lacrime, ci siamo abbracciati. Senza alcun dubbio avevamo entrambi nel cuore l’idea di portare avanti la gravidanza. La nostra prima preoccupazione era come comunicare tale notizia ai nostri familiari – proveniamo da due famiglie molto numerose, io ho dieci fratelli e mia moglie sei – e in special modo agli altri due figli, ai quali non l’abbiamo chiaramente detto subito, ma nei mesi seguenti».
Quali difficoltà più grandi ha incontrato Arturo negli anni a causa della sua disabilità?
Stefano:«Intanto vorrei raccontare le cose positive. Arturo è andato subito all’asilo e lì abbiamo incontrato una maestra eccezionale, a cui siamo tuttora legati, che ha effettuato un lavoro pazzesco con la classe per favorirne l’inclusione, facendolo partecipare a tutte le attività. Alla scuola primaria, invece, alcuni insegnanti organizzavano delle gite senza premurarsi del fatto che nostro figlio sarebbe rimasto indietro perché non riusciva a stare al passo degli altri. Addirittura l’insegnante di scienze motorie, anche se Arturo a suo modo partecipava all’attività fisica con tanti sforzi e impegno, gli mise ‘non classificato’ in pagella».
Giovanna: «Consideri che Arturo ha cominciato a portare la protesi già a 2 anni; una protesi che doveva ancorarsi al bacino, perché nostro figlio non ha proprio l’articolazione e la gamba gli manca totalmente. Tale protesi, che ha portato fino all’età di 18 anni, gli ha creato veramente tantissimi problemi sia a livello fisico che psicologico. Dal punto di vista fisico, con la protesi, Arturo non si risparmiava. Giocava a calcio, andava in piscina ma, quando una volta a casa la toglieva, anche dopo una giornata di scuola in cui era stato seduto al banco, sanguinava spesso per le piaghe. Sul piano psicologico, pur nel tentativo di essere uguale agli altri con due gambe, diventava gradualmente comunque consapevole di non poterli mai eguagliare. Di qui, dopo esser diventato maggiorenne e aver constatato che tale protesi di fatto non lo rappresentava, decide di non portarla più, entrando così in una dimensione di libertà: “Questo sono io e in questo modo anche gli altri devono accettarmi”».
Quali invece sono stati i suoi traguardi che vi hanno maggiormente gratificato?
Stefano: «Andando con le stampelle, ha cominciato ad affrontare la vita a muso duro, senza vergogna. Anzi è stata questa una molla pazzesca per cogliere nuove opportunità. Ha scoperto che esisteva la Nazionale amputati e vi è andato a giocare; ha cominciato a scrivere libri; insomma, veramente gli è cambiata la vita. Ciò che di lui ci ha sempre sorpreso è stata la sua serenità e gioia; questo affidarsi a Dio anche nei momenti peggiori. Non abbiamo mai visto Arturo deluso o con la faccia arrabbiata, ma sempre con tanta voglia di vivere. A tal proposito ha coniato il termine ‘proabile’, che è diventata la sua filosofia che cerca di trasmettere a quanti incontra e che consiste nella consapevolezza profonda che tutti abbiamo delle abilità, non delle dis-abilità. ‘Proabile’ è una parola che racchiude sostanzialmente quello che è lui, un uomo che non si è mai arreso alle avversità della vita, accogliendola sempre come un dono degno di fiducia».
Giovanna: «Tale consapevolezza nasce in lui per un atto di fede che noi abbiamo fatto, per cui la fede ce l’ha nel sangue!».
Che ruolo ha dunque la fede nella sua vita?
Giovanna: «Come dicevo, nasce in sostanza dall’atto di fede che noi abbiamo fatto. Noi ci siamo affidati dove non potevamo riuscire a trovare una soluzione: ciò è stato veramente una liberazione per noi e nel contempo abbiamo trasmesso tale visione anche a lui».
Stefano: «Quando sin da bambino talvolta chiedeva al Signore: “Gesù, perché proprio a me?”, rispondeva con serenità: “Si vede che, se Lui voleva questo, è perché ha un disegno per me”».
Giovanna: «Diceva: “Se Gesù ha voluto così un motivo ci sarà”. E questo motivo l’ha scoperto nel tempo».
Raccontando la storia di vostro figlio, quale messaggio desiderate lanciare soprattutto ai giovani dal palco di Piazza San Giovanni?
Stefano: «Bisogna affidarsi al Padre! Oggi ci assumiamo troppe preoccupazioni che non servono. Lo stiamo vedendo: questo mondo è alla deriva proprio perché non ci si affida a Dio, ma si cercano risposte superficiali alle difficoltà, risposte che oscurano quella bellezza che invece nascondono anche le situazioni più dure. Al contrario occorre lasciarle venir fuori insieme a quella luce che irradia veramente tutti. Mia madre intuì subito ciò nella fede, ripetendo spesso: “Arturo farà grandi cose”».
Giovanna: «Come sintesi della nostra esperienza direi: “Lasciati stupire dalla vita, perché la vita non viene mai contro di te, ma viene solo per stupirti e lasciarti vivere quello che ti vuole donare”. A noi la Vita ha donato Arturo e mille benedizioni attraverso di lui. Dunque affermerei proprio questo: “Lasciati stupire dalla vita, perché con la Vita non ci rimetti mai!”».