figli sono dei genitori, non dello Stato. Educazione e istruzione sono una prerogativa di madre e padre, ai quali spetta il diritto e il dovere di provvedervi, come recita la nostra Costituzione. Dal punto di vista giuridico, dunque, i genitori sono certamente tenuti a istruire e educare i figli e far vivere loro – nei limiti della legge, del buon senso e della civiltà – la vita che si vuole, ovviamente senza arrecare loro alcun danno. Tutto ciò sembra assodato, quasi banale da ribadire, eppure in queste settimane sta tenendo banco la vicenda dei coniugi Trevallion, ormai conosciuti come “la famiglia che vive nei boschi”, ai quali il Tribunale dei Minori dell’Aquila ha prima sospeso la responsabilità genitoriale e poi – lo scorso giovedì – ha di fatto allontanato i figli dal casolare in cui vivevano, portandoli in una struttura protetta per ora con la madre, ma senza il padre. Saranno quindi ospitati in una comunità educativa, sempre insieme alla madre, per un periodo di osservazione.

La vita nella natura

La storia è quella di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, di 45 e 51 anni. Originari l’una dell’Australia l’altro del Regno Unito, lei è un’ex cavallerizza che ha lavorato diversi anni in Germania e in Giappone come istruttrice di equitazione ad alto livello, lui uno chef poi divenuto imprenditore di mobili pregiati. Due giramondo che si sono conosciuti in Indonesia nel 2016 e hanno poi vissuto per quattro anni a Teramo fino a quando – a seguito della nascita di tre figli, una bimba che ha attualmente otto anni e due gemelli di sei – la coppia decide di trasferirsi in un casolare nei boschi, scegliendo per loro dei percorsi educativi diversi da quelli convenzionali, perché «crediamo che i bambini debbano crescere lontani dalla tossicità della società occidentale e dalla tecnologia, ma allo stesso tempo abbiamo insegnato loro a rispettare la natura, nonché le varie culture e religioni», come hanno dichiarato a Il Messaggero. Dopo aver acquistato la casa nei boschi limitrofi di Palmoli, in provincia di Chieti, i due hanno installato dei pannelli solari per l’energia elettrica, prendono l’acqua dal pozzo e per riscaldarsi usano un camino. «Non viviamo isolati nei boschi – hanno spiegato – ma facciamo la spesa al supermercato una volta a settimana nella vicina San Salvo»Nei tre minori non sono mai stati riscontrati problemi di salute, cura, affetto o istruzione, anche se tutta questa vicenda è partita da un’intossicazione da funghi che lo scorso aprile colpì tutta la famiglia. Dopo aver allertato i soccorsi la famiglia finì in ospedale e in quel momento partì una segnalazione ai servizi sociali da parte dei carabinieri. Nel corso dei mesi è stato proposto alla famiglia l’accesso a un centro educativo comunale, ma i genitori si sono opposti e la denuncia è andata avanti, finendo alla procura per i minorenni dell’Aquila.

La vicenda legale

«Non siamo in presenza di una forma di violenza né tantomeno di disagio o di devianze che invece caratterizzano altri nuclei familiari. Qui si tratta di un caso per certi versi opposto, che solo per una serie di circostanze sfortunate è stato sottoposto all’attenzione della giustizia minorile», ha spiegato Giovanni Angelucci, legale dei Trevallion. «La famiglia – ha raccontato – proviene dalla borghesia anglosassone ed è un nucleo familiare economicamente indipendente, che non necessita di sussidi statali né tantomeno di supporti esterni, economici e non, e che ha deciso di trasferirsi a vivere in Italia scegliendo il nostro Paese fra i tanti da loro visitati nel mondo». E in effetti – hanno spiegato ulteriormente i coniugi sempre dalle colonne del Messaggero – «i nostri figli sono più felici e soddisfatti, ma non vivono isolati dal mondo, bensì socializzano anche con altri bambini. Hanno già imparato a conoscere piante e animali, così come a cucinare e a lavorare a maglia, ma adesso studiano a casa con una maestra». 

L’unschooling. Cosa è?

Tutto questo non è per ora bastato al Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, che ha appunto avviato un procedimento contro i coniugi Trevallion, sospendendo loro la responsabilità genitoriale e li ha allontanati dalla casa, dividendo il nucleo familiare. Tra i dettagli messi al vaglio c’è anche la cosiddetta unschoolingossia un approccio scolastico basato su un apprendimento autogestito, secondo cui i bambini seguono liberamente i propri interessi e passioni, per cui i genitori hanno solo un ruolo di facilitatori nel fornire gli strumenti e le esperienze necessarie. Tutto legale, poiché la legge prevede che i genitori debbano dichiarare ogni anno al dirigente scolastico di riferimento di possedere le capacità tecniche ed economiche necessarie. Dopodiché lo stesso dirigente, insieme al sindaco del comune di residenza della famiglia, è tenuto a verificare la fondatezza di questa dichiarazione, mentre ai genitori rimane l’obbligo di sottoporre i figli – come i Trevallion hanno fatto – a un esame di idoneità alla fine di ogni anno scolastico presso una scuola statale o paritaria.

Pro Vita & Famiglia al fianco della famiglia Trevallion

Vista la vicenda e i vari dettagli, sembra quindi che l’azione legale intrapresa nei confronti di questi genitori sia piuttosto ideologica, in quanto appare chiaramente viziata dal pregiudizio che i metodi “non tradizionali” di educazione e crescita dei propri figli possano non essere corretti né idonei. Un rischio che, nel caso di questa famiglia, non solo palesemente non esiste, ma è anche smentito dal fatto che non c’è neanche nessun rischio concreto per l’incolumità, la salute e per una proficua maturazione umana dei minori stessi. Si tratta dunque di una violazione pesante del primato educativo dei genitori, oltre che della loro potestà genitoriale. Ecco perché Pro Vita & Famiglia ha lanciato una petizione che ha già raccolto quasi 10.000 firme per chiedere al ministro della Giustizia Carlo Nordio di tutelare la “famiglia nei boschi”, dal momento che, come afferma la stessa onlus, «un intervento così radicale rischia di far passare un messaggio gravissimo: che i figli non appartengano più innanzitutto ai genitori, ma allo Stato, che può sostituirsi a loro nelle scelte educative non quando ci sono abusi o trascuratezze, ma semplicemente quando uno stile di vita non corrisponde al modello dominante. Le ingerenze dello Stato nella vita familiare devono limitarsi ai soli casi estremi di effettiva e grave carenza educativa: non possono diventare uno strumento per colpire chi vive o educa in modo diverso dalla maggioranza».

Fonte: Pro Vita e Famiglia

Please follow and like us: