Massimo – nome di fantasia, dal momento che l’intervistato preferisce rimanere anonimo per maggiore precauzione dato l’alto rischio di ritorsioni da parte dei gruppi terroristici nei confronti dei familiari di quanti si espongono pubblicamente soprattutto se religiosi – ha 57 anni ed è missionario autoctono in Burkina Faso. Pertanto ha vissuto e vive sulla propria pelle il dramma di un popolo vittima di feroci persecuzioni islamiste, come racconta in esclusiva a Il Timone.

Ci racconti brevemente la tua storia personale?

«Ho vissuto un’infanzia molto difficile come tanti altri coetanei, soprattutto a causa della povertà dei miei genitori. La mancanza di risorse economiche ha reso complicato il mio percorso scolastico, con molte sfide e ostacoli lungo la strada. Nonostante le difficoltà ho cercato di andare avanti con determinazione, sperando in un futuro migliore. La mia fede mi ha supportato e insegnato il valore della resilienza e dell’impegno, per cui sono grato al Padre per ogni opportunità che mi permette di crescere nell’amore a Lui e ai fratelli».

Quali sono in Burkina le zone più bersagliate dai terroristi e per quali ragioni?

«Sono principalmente le regioni di Nord, Centro-Nord – come il Sahel -, Est, Centro-Est e Ovest a esser maggiormente colpite da gruppi jihadisti spesso legati ad al-Qaeda e all’ISIS. Tra le molteplici ragioni di questa escalation di violenza vi sono la difficile situazione socio-economica, il controllo di risorse come il bestiame e le rotte commerciali. La posizione geografica del Paese è strategica per i gruppi terroristici, perché permette loro di operare facilmente tra Burkina Faso, Mali e Niger, creando un’area di insicurezza che si espande e rende in questo modo difficile il controllo da parte delle autorità locali. Questa situazione ha portato a un aumento degli attacchi contro civili, forze dell’ordine e infrastrutture, contribuendo a generare un clima di instabilità e insicurezza che mette a dura prova la popolazione locale».

Tra le ‘ragioni’ degli attacchi vi sono chiaramente anche motivi economici legati all’approvvigionamento di materie prime.

«Il Burkina è ricco d’oro e altri minerali preziosi. Queste risorse sono molto ambite, rappresentano un’importante fonte di ricchezza per il Paese ma, allo stesso tempo, attirano l’interesse di gruppi armati che cercano di controllarle per trarne profitto».

Per quanto riguarda le persecuzioni contro i cristiani nel Paese, quali sono i numeri?

«Nel 2023 le vittime di attacchi terroristici nel Paese sono state oltre 7600, secondo i dati del Dipartimento di Stato americano. Dal 2015 a oggi, ossia da quando il Paese è un focolaio di violenze efferate di matrice islamista, oltre un milione di persone sono state costrette a fuggire dai propri villaggi, per cui numerose parrocchie sono deserte e più di 1000 scuole hanno dovuto chiudere».

C’è poi la piaga sociale dei bambini assoldati dai terroristi. C’è qualche rimedio messo in campo per contrastarla?

«Si tratta purtroppo di una tragica piaga ancora presente. Questi bambini vengono spesso usati come combattenti o per altri compiti e ciò costituisce una grave violazione dei diritti umani. Per contrastarla sono stati adottati diversi rimedi, quali programmi di disarmo, reinserimento e riabilitazione dei minori coinvolti, oltre a iniziative di sensibilizzazione e rafforzamento delle leggi che vietano l’impiego dei bambini in conflitti armati. Tali risoluzioni per proteggere i bambini richiedono comunque un impegno costante e coordinato tra governi e comunità locali, nell’auspicio di offrir loro un futuro migliore. Per tantissimi che vivono in condizioni di povertà estrema c’è chiaramente urgente necessità non solo di cibo e vestiario, ma soprattutto di scuole e corsi professionalizzanti».

Come la Chiesa cattolica riesce a farsi prossimo di questi suoi figli perseguitati e poveri?

«La Chiesa si impegna molto in Burkina Faso per esser loro vicina in modo concreto. Attraverso le missioni, le parrocchie e le organizzazioni caritative offre assistenza spirituale, supporto umanitario e aiuti concreti come cibo, istruzione e cure mediche. Inoltre lavora per promuovere la pace, la riconciliazione e i diritti umani, cercando di creare un ambiente più sicuro e solidale per tutti. È un modo concreto di farsi ‘prossimo’ e di testimoniare l’amore di Dio in situazioni di grande difficoltà».

Quali progetti Lei sta seguendo attualmente?

«Personalmente mi sto impegnando, con il sostegno di qualche amico e di un’Associazione di cui sono membro, ad aiutare i bambiniche non hanno la possibilità di studiare; ad assistere le persone malate nelle cure e a fornire generi alimentari alle famiglie in difficoltà».

“Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”. Quali sono i segnali incoraggianti che testimoniano una crescita della fede e la sua tenuta in un contesto così difficile?

«“Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani” sottolinea come, anche nelle situazioni più difficili e di persecuzione, la fede possa continuare a crescere e a diffondersi. Sono infatti davvero tanti i fedeli

disposti a fare molti chilometri a piedi anche sotto il sole cocente soltanto per poter andare a Messa la domenica nei villaggi limitrofi. Ma un episodio emblematico della fede di questo popolo risale al 13 maggio 2019. A Singa, in un piccolo villaggio del Bam, nel giorno in cui la Chiesa celebra Nostra Signora di Fatima, ogni anno i fedeli si preparano con fervore ad accogliere la statua della Vergine Maria portata in processione. Quel giorno tutto era pronto: la cappella decorata con cura, le pareti rivestite di tessuti vivaci, l’altare ricoperto di stoffe ricamate con motivi dell’Assunzione e un cesto pieno di cotone e fiori gialli. La statua fu collocata con cura su un treruote da diversi giovani. I loro volti brillavano, i cuori cantavano, le dita sgranavano il rosario, finché giunse loro la voce che i terroristi stavano arrivando, per cui avrebbero fatto meglio a fuggire e gettare via la statua. “Meglio morire con Maria che vivere senza di lei. Non l’abbandoneremo” fu la loro risposta unanime. Quando i terroristi li raggiunsero li fecero scendere, li allinearono vicino un albero, tolsero loro denaro, smartphone e crocifissi. Poi indicarono la statua: “Cos’è questa?”. “È Maria, la madre di Gesù”, risposero i giovani. “Menzogne! Un idolo! Convertitevi, o brucerete con Lei”, replicarono gli uomini vestiti di nero. Di qui Paul con voce ferma disse: “Non rinnegheremo la nostra fede. Gesù è il nostro Signore. Maria è nostra madre. Nemmeno la morte ci separerà da loro”. Allora i carnefici presero Paul, Victor, Jean e Pascal, li fecero inginocchiare e li spararono alla testa e al cuore. Poi i terroristi diedero fuoco alla statua e, prima di andar via, minacciarono così i pochi superstiti: “Se sarete ancora qui al nostro ritorno morirete tutti”. Dunque “quel giorno a Singa la paura urlò, ma la fede si levò più forte della paura: i martiri caddero, ma la loro testimonianza resta in piedi per sempre”, per dirla con le parole di don Raoul Konseimbo».

Fonte: Il Timone (ottobre 2025)

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