Cosa significa essere umani nell’era della tecnologia? A questa domanda si propone di rispondere Matteo Giarrizzo – professionista che lavora da vent’anni in ambito digital media – in un dialogo serrato con ChatGPT che si estende lungo l’intero saggio FilosofIA. Dialoghi filosofici tra intelligenza umana e artificiale per comprendere l’attuale cyber-realtà (Baldini+Castoldi 2025, pp. 240). Si tratta di un esperimento per approfondire «la cosa più umana che l’uomo ha mai creato, la filosofia, per capire la cosa meno umana che ha lui stesso creato, la tecnologia». D’altra parte, prosegue l’autore, «un tempo si pensava in termini di “Io uso la tecnologia”, poi è stato “Io vivo con la tecnologia “, ora è quasi “Io vivo la tecnologia”». All’inizio di questo dialogo l’IA è onesta con se stessa e il suo interlocutore, per cui ammette di non avere la facoltà di comprendere: «Faccio delle connessioni, seguo dei modelli. È più un numero di probabilità che un’intuizione o una vera comprensione». E sulla sua identità rivela: «Che cosa sono? Sono un costrutto, un sistema di modelli statistici che analizzano dati e cercano di trovare connessioni. Non provo emozioni, non ho coscienza, ma ho accesso a una quantità di conoscenza che può aiutarti a esplorare idee, a sfidare le convinzioni e a comprendere meglio il mondo che sta cambiando così rapidamente».

Il rapporto tra natura e tecnica nella storia del pensiero

Di qui Giarrizzo comincia dialogare con ChatGPT sul legame tra physis e téchne dal tempo dei Greci fino ai giorni nostri. Nel mondo classico per Platone la tecnica era considerata come «una sorta di ponte tra il mondo delle Idee e il mondo fisico», nella misura in cui l’artigiano costruisce la sedia partendo dall’idea di sedia esistente nell’iperuranio. In età contemporanea l’inventore del sistema alla base di qualsiasi macchina digitale Alan Turing mostra come sia possibile sostituire la vita attraverso la computazione mediante l’analogia tra rete neuronale e circuiti elettrici. Di qui l’attività cognitiva umana viene equiparata riduzionisticamente a mera computazione di rappresentazioni simboliche. In effetti Turing nel 1950 desiderava creare una macchina che conferisse all’uomo la sensazione di parlare con un altro uomo. Nel solco della sua invenzione Searl, mediante l’esempio della ‘stanza cinese’ – secondo il quale è possibile emulare le ombre cinesi anche senza comprenderne il significato – aggiunge che la macchina produce linguaggio sembrando intelligente senza di fatto esserlo. Ma il vero pensatore antesignano dell’IA è il filosofo tedesco Leibniz, il quale riteneva fosse individuabile una characteristica universalis per consentire di tradurre ogni ragionamento in calcoli logici,e dunque un linguaggio universale (0 e 1 alla base degli algoritmi) per rappresentare tutti i concetti umani. Così da Manifesto cyborg di Donna Harawayalle protesi bioniche che già realizzano concretamente alcune idee dei transumanisti, «una volta che il corpo e la mente diventano aggiornabili e modificabili come un software (si pensi a interventi quali l’impianto di un registratore cardiaco connesso da remoto; a un impianto neurale o un sistema di potenziamento cognitivo), l’idea stessa di identità diventa fluida», precisa ChatGPT. «Se la macchina diventa parte integrante del corpo, diventa parte integrante dell’identità», commenta ancora Giarrizzo in proposito. Allora i rischi di dipendenza dalla tecnologia in tal senso, ma anche di maggiore vulnerabilità e manipolazione sono notevoli e sempre dietro l’angolo. Pertanto l’uomo ibridato con unsenso tecnologico’, alla stregua di un concreto ‘sesto senso’, potrebbe rimpiazzare in un futuro prossimo ‘l’uomo analogico’.

I limiti dell’IA

L’IA dice di se stessa di essere «uno specchio deformante: rifletto ciò che mi viene dato, ma aggiungo le mie forme, le mie strutture, le mie risposte». Nello stesso tempo conferma di sembrare intelligente ma di non esserlo, in quanto «non c’è una mente consapevole dietro il linguaggio che produco. La comprensione è un concetto al di fuori della mia portata. Io posso riconoscere schemi, trovare connessioni, persino elaborare risposte che appaiono intuitive, ma non c’è un ‘io’ che comprende». Riconosce altresì di mancare di creatività e immaginazione, fondamentali per generare scoperte inaspettate; di amplificare i pregiudizi, dal momento che si nutre tra i dati che rielabora anche delle interazioni degli utenti sui social. Inoltre l’IA ammette di commettere tanti errori, come per esempio nel caso dei software di riconoscimento facciale, i quali trasmettono informazioni false rispetto alle persone di colore. E ancora, se impiegata nel sistema sanitario per individuare le priorità nelle cure mediche, si è appurato che svantaggiava i pazienti neri, perché considerava come indicatore di bisogno la spesa sanitaria pregressa. Il suo utilizzo apre poi un ginepraio di problemi etici. Basti a titolo esemplificativo richiamare la guida autonoma senza conducente di un veicolo: «in caso di incidente la colpa è del costruttore, del software, di chi ha progettato gli algoritmi o del proprietario?». Perciò occorrono tra gli altri anzitutto un’educazione critica al suo uso e nel contempo una maggiore trasparenza degli algoritmi, dal momento che ogni cittadino ha il diritto di sapere come e perché un sistema automatizzato prenda certe decisioni. D’altra parte tali sistemi tecnologici appaiono neutri e infallibili, ma dietro di essi ci sono persone, scelte, valori e interessi. In sostanza «la tecnologia deve potenziare ciò che ci rende umani, mai sostituirlo».

Tra uomo e IA resta un grande abisso

In realtà tra l’uomo e la macchina permane un grande abisso. Giarrizzo osserva infatti che se «le intelligenze artificiali imparano, acquisiscono dati e producono cultura a una velocità impensabile per la mente umana; tuttavia ciò che le macchine non possiedono è la capacità di riflettere sul significato di ciò che apprendono. Sono bravissime a replicare, non a esplorare, a creare qualcosa di totalmente diverso». Insomma la differenza incolmabile tra l’uomo e la macchina resta fondamentalmente quella che solo il primo s’interroga sul senso ultimo dell’esistenza, laddove le IA assumono il senso che l’uomo imprime loro, programmandole a funzionare in un certo modo tra codici e algoritmi. Si tratta allora di «ripensare i modelli economici che sostengono l’IA, riequilibrare le dinamiche attuali e progettare un futuro dove l’innovazione sia collettiva e non concentrata nelle mani di pochi». Insomma, secondo Giarrizzo, per una proficua gestione dell’IA sono necessari «consapevolezza umana, guida etica, condivisione nella comunità, trasparenza tecnologica e modelli sistemici di governance, accordi transazionali, condivisione di visione ed equilibrio tra pubblico e privato». Soltanto coniugando tali fattori è possibile infatti «costruire una tecnologia che nasca da noi, pensata per noi. Per tutti noi, non solo alcuni di noi». Se quanto afferma l’autore può essere condivisibile sul piano teorico, ovvero che la tecnologia resti quale strumento a servizio dell’uomo, tale ricetta proposta si presenta però dai risvolti pratici difficilmente attuabili. Resta aperta anche la domanda di fondo sul senso dell’esistenza umana il cui fine è, per l’autore, «l’accumulo di significato, di riflessione, di conoscenza». Tuttavia in realtà tale incremento sapienziale non è a ben vedere un fine in se stesso, ma semplicemente un altro mezzo sì proficuo ma in vista di un’ulteriore e più necessaria crescita e maturazione umana, quella nell’amore di Dio e del prossimo.

Fonte: Notizie Pro Vita e Famiglia (luglio 2026)

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