In Spagna arriva una boccata d’ossigeno per i prolife: libertà d’espressione e di professione della propria fede in pubblico sono tutelate. Per quanto si tratti di diritti fondamentali, purtroppo non sono scontati in tempi in cui si può persino essere processati se ci si discosta dalla dittatura del ‘pensiero unico’, come testimonia tale vicenda. Stiamo parlando di quanto successo a Vitoria-Gasteiz, una cittadina della Spagna, nei Paesi Baschi, dove 21 attivisti pro vita – processati lo scorso novembre per essersi radunati nel 2022 davanti alla clinica per aborti Askabide nella provincia sempre basca di Álava – sono stati ora finalmente assolti perché stavano semplicemente «pregando in silenzio o a bassa voce».
Il processo e l’assoluzione
Le manifestazioni incriminate che hanno dato origine a tale procedimento legale risalgono al periodo compreso tra il 28 settembre e il 7 novembre 2022. Se da un lato l’accusa ha sostenuto durante il processo che tali raduni quotidiani di gruppi di circa cinque persone con piccoli cartelli e rosari costituissero «molestie e intimidazioni» nei confronti del personale e delle pazienti della clinica, dall’altro la difesa ha opportunamente replicato che tali modalità d’incontro pubblico non danneggiavano nessuno e rientravano nel «legittimo diritto di esprimere la propria fede». Di qui il presidente del tribunale penale di Vitoria-Gasteiz ha ritenuto che questi atti non costituissero reato e ha assolto tutti gli imputati, come confermato da fonti giudiziarie all’agenzia di stampa spagnola Efe. E in effetti già durante il secondo giorno del processo gli imputati pro life hanno insistito sulla natura pacifica delle loro dimostrazioni, dichiarando «di non aver interagito con nessuno al di fuori del loro gruppo e di non aver molestato, insultato o fatto gesti nei confronti delle donne di passaggio». Essi hanno altresì ammesso che era impossibile sapere se le donne si stessero recando alla clinica o fossero semplicemente passanti. Eppure, oltre alla pena detentiva – che sarebbe potuta essere eventualmente commutata in 100 giorni di lavori socialmente utili – la clinica abortista Askabide aveva chiesto anche 20mila euro di risarcimento così ripartiti: 10mila per il centro medico e altrettanti per l’amministratore unico Igor Elberdin. In realtà, come è stato appurato, gli attivisti non hanno mai dato fastidio ad alcuna donna, ma si premuravano semplicemente di riunirsi a turni in piccoli gruppi per pregare ed esporre cartelli con lo slogan “Non sei sola. Siamo qui per aiutarti”. È quanto ha riconosciuto la sentenza, affermando che «non ci sono prove» che qualcuno sia stato avvicinato, affrontato o aggredito, né che si siano formate catene umane per impedire il passaggio di donne e lavoratori, né per interrompere le forniture alla clinica, né tanto meno per fare gesti minacciosi o proclamare slogan perturbanti le coscienze delle madri intenzionate ad abortire.
E in Italia?
Anche nel nostro Paese sia la libertà di espressione – in particolare di dichiararsi contro l’aborto – sia quella di culto – e anche di pregare fuori da un ospedale – sono oggi messe a dura prova e in alcuni casi violate. Basti pensare alle innumerevoli volte in cui alcuni volontari pro life di varie associazioni (non Pro Vita & Famiglia perché non si occupa di questo genere di attività) sono stati insultati, dileggiati, presi di mira da presìdi di collettivi progressisti e di femministe. Oppure, per fare un altro esempio simile, le polemiche e le proteste scaturite per l’apertura della ‘stanza dell’ascolto’ all’Ospedale Sant’Anna di Torino o, più in generale, alle rimostranze rispetto alle proposte più volte avanzate nelle sedi regionali di dare spazio nei consultori anche ai volontari per la vita.
L’Emilia-Romagna contro i pro vita
E poi c’è un caso ancora più specifico e ancora più grave e vergognoso, ovvero quello della Regione Emilia-Romagna, che già lo scorso settembre ha approvato la Risoluzione 284/2025 sulle cosiddette “zone sicure”, attraverso la quale punta proprio a impedire veglie di preghiera e iniziative a favore della vita nascente nei pressi di ospedali, cliniche e consultori, sempre dietro il pretesto di non voler turbare le donne intenzionate ad abortire. Tuttavia pregare e offrire aiuto non è un crimine e per questo motivo da pochi giorni Pro Vita & Famiglia onlus è scesa in prima linea contro questo provvedimento con una petizione popolare – che in poco tempo ha superato le 15.000 firme – per chiedere al Presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, di non procedere alla creazione di tali “zone”. Si tratterebbe infatti di una palese discriminazione verso alcuni cittadini per via delle loro convinzioni morali e del loro credo religioso. Ma c’è di più. Per raggiungere tale obiettivo, la Regione sarebbe pronta a coinvolgere non solo le Aziende Sanitarie Locali, ma anche le Prefetture, mediante l’intervento delle forze dell’ordine, al fine dichiarato di vietare o allontanare ogni iniziativa pacifica, anche una semplice veglia di preghiera all’esterno di un ospedale. Nella stessa Risoluzione regionale, inoltre, si invoca addirittura l’intervento del Parlamento, affinché provveda a estendere a tutto il Paese tali “zone sicure”, con una legge nazionale e vietare così nei pressi delle strutture sanitarie qualsiasi evento o momento di preghiera per la tutela della vita nascente.
Insomma, la battaglia per la difesa del diritto alla vita sin dal grembo materno continua, in nome della verità e di alcune libertà fondamentali – quali quella di espressione e di professione della propria fede -, che spesso sono messe in pericolo se non si adeguano alla logica progressista, abortista e del “politicamente corretto”.