Anche la natura è queer, indefinita e indefinibile. Ebbene sì, è l’assurdo messaggio che arriva dalla mostra fotografica Queer Nature Photography Awards allestita a partire dallo scorso 25 marzo al Museo di Scienze Naturali di Bolzano. Secondo l’ideologia woke, infatti, la natura sarebbe fluida, per cui diversi animali oscillano flessibilmente tra il maschile e il femminile e sarebbero attratti anche da esemplari del medesimo sesso. Una propaganda gender che, inevitabilmente, ha fatto e sta facendo discutere.
L’associazione Lgbt che organizza la mostra
Visitabile fino al prossimo 30 giugno al Museo di Scienze Naturali di Bolzano e successivamente fino al 31 agosto anche al Planetarium Alto Adige di San Valentino in Campo, sempre in provincia di Bolzano, Queer Nature Photography Awards propaganda una presunta diversità nel mondo della natura e nel contempo ha l’obiettivo di mettere in discussione, attraverso una serie di fotografie premiate, le «concezioni di genere e normalità», come scrivono gli stessi organizzatori dell’evento, ossia l’associazione – di chiaro stampo Lgbt – Narwhal Rainbow Alliance. Si tratta infatti di un’organizzazione che ha come mission quella di diffondere il connubio «tra sessualità, genere e inclusione» anche nelle scuole e di – per usare le loro stesse parole – «unire gli alleati della comunità Lgbtq+ e la comunità Lgbtq+ a sostegno della nostra causa. Sosteniamo il valore di tutte le creature e speriamo che ognuno di noi trovi il proprio unicorno interiore. Per questo abbiamo scelto il narvalo, l’unicorno del mare, come nostro simbolo», si legge infatti sul sito ufficiale della stessa associazione.
Il museo, gestito dalla provincia di Bolzano
Relativamente alla mostra, «ciò che consideriamo ‘naturale’ è spesso più variegato di quanto pensiamo» – ha dichiarato il direttore del Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige David Gruber – evidenziando così l’idea sottesa a tale esposizione di dieci fotografie di otto artisti provenienti da tutto il mondo. È però doveroso ricordare come il Museo faccia parte dei musei provinciali altoatesini e sia quindi gestito dalla Provincia autonoma di Bolzano. Nonostante questo l’obiettivo ideologico dell’iniziativa sembra abbastanza chiaro: strumentalizzare la natura per portare avanti parametri diversi circa la sessualità e l’identità.
Lo spettacolo con le drag queen
Qualora tale mostra non fosse sufficientemente esplicativa dei suoi contenuti, il 27 e 28 marzo scorsi sempre il Museo di Scienze Naturali altoatesino ha portato al Teatro Carambolage di Bolzano «una serata a cavallo tra drag-show e teatro musicale narrativo», nel corso della quale «le due poliedriche personalità artistiche Daniel Hellmann e Coco Schwarz appaiono nelle loro creature sceniche Soya the Cow e Piano Prince e raccontano la molteplicità delle sessualità, delle relazioni affettive e delle forme di vita nel regno animale. Partendo dalla loro prospettiva personale – come “animali umani” queer – intrecciano storie di animali queer reali con animali provenienti da miti e fiabe in uno spettacolo scintillante e affascinante, dove figure ibride tra umano e animale convivono con pecore gay, albatros lesbiche, lumache ermafrodite e pesci pagliaccio transgender», come si legge sul sito ufficiale dello stesso Teatro.
Le reazioni politiche
I contenuti in salsa gender esibiti dalle fotografie ed emersi ancor più chiaramente nello spettacolo di drag queen hanno innescato dure proteste, sin dai giorni antecedenti il taglio del nastro della mostra. A sollevarle è stato anzitutto Marco Galateo, vicepresidente della Provincia e presidente provinciale di Fratelli d’Italia, il quale ha da subito osservato nel merito come non si tratti di «un semplice approfondimento sul mondo animale, ma dell’ennesimo tentativo di rileggere la realtà naturale attraverso una lente ideologica, piegando la scienza a una narrazione politica ben precisa». Tale prospettiva è evidentemente quella dell’ideologia woke che «s’insinua ovunque, trasformando luoghi di studio e conoscenza in strumenti di propaganda culturale», ha rilevato ancora il vicepresidente della Provincia. Secondo Galateo, insomma, non è questione «di apertura mentale o di confronto culturale, come vorrebbero farci credere, ma di un vero e proprio slittamento pericoloso: si passa dalla divulgazione scientifica all’attivismo mascherato, dove concetti come natura, identità e biologia vengono reinterpretati per sostenere una visione che nulla ha di neutrale». Galateo ha poi rincarato la dose, ponendo il focus sul Museo stesso, dal momento che «si utilizza il prestigio di un’istituzione culturale per legittimare teorie controverse, si confonde il piano scientifico con quello sociale e si finisce per trasmettere, soprattutto ai più giovani, l’idea che tutto sia relativo e mutevole e che persino la natura possa essere riscritta secondo le mode del momento. Difendere il rigore scientifico oggi significa avere il coraggio di dire no a queste derive. I musei devono tornare a essere luoghi di conoscenza, non palcoscenici ideologici. Perché quando la scienza viene piegata alla politica, a perdere non è solo la credibilità delle istituzioni, ma la libertà stessa di pensiero». A queste dichiarazioni ha replicato l’assessore ai Musei Philipp Achammer (Svp) che, senza però entrare minimamente nel merito dei contenuti, ha accusato di censura il suo antagonista politico, trincerandosi dietro il fatto che la mostra rispetterebbe pienamente i principi di apertura, accessibilità e inclusività dell’International Council of Museums.
Difficile, sinceramente, credere al mantra – abbastanza dogmatico – del “lo dice la scienza”, quando poi si usa palesemente la diversità della natura per perorare il mainstream politicamente corretto delle lobby Lgbt, come si evince già dalla ripresa nel titolo dell’aggettivo “queer”, per cui la fluidità di genere nel regno animale è data quasi come un postulato indiscutibile.