L’ideologia malthusiana diffusa dal mainstream ‘politicamente corretto’ racconta con allarmismo un pianeta in affanno che non riuscirà con le sue risorse naturali a sfamare una popolazione mondiale che diventa sempre più numerosa. I numeri reali, però, descrivono tutt’altro scenario: a livello globale la crescita della popolazione procede molto lentamente, l’inverno demografico è ormai inoltrato e non solo l’Occidente è al tramonto e a rischio estinzione. È quanto emerge nel recente saggio Senza futuro (Liberilibri 2025, pp. 304) del demografo britannico Paul Morland, già ricercatore del Birkbeck College di Londra e membro senior dello St. Antony’s College di Oxford, nonché collaboratore di prestigiose testate giornalistiche internazionali quali Financial Times, The Telegraph, Der Spiegel. Presentato dallo Scottish Herald come «il principale demografo del Regno Unito», è autore di diversi studi in materia – No One Left, Tomorrow’s People, The Human Tide e Demographic Engineering – che sono stati già tradotti in nove lingue. Nella sua analisi particolareggiata della situazione globale relativa al ‘malessere demografico che minaccia l’umanità’ – come recita il sottotitolo al suo volume – emergono molteplici elementi rilevanti che meritano di essere illustrati. Di qui Il Timone lo ha raggiunto per approfondire ragioni, implicazioni e ricadute storiche e socio-culturali sottese al tracollo demografico attuale e nel contempo cercare di individuare alcune strade percorribili sul piano politico per invertirne la rotta.
Professor Morland, in Italia come nel Regno Unito ma non solo, purtroppo le culle sono sempre più vuote. Il tracollo demografico è un problema soltanto europeo o comunque del mondo occidentale, oppure sta interessando gradualmente anche altri Paesi, compresi quelli cosiddetti ‘in via di sviluppo’?
«Sta diventando purtroppo universale, al di fuori dell’Africa subsahariana e di alcuni Paesi asiatici. Infatti paesi quali Cile, Thailandia e Giamaica hanno tassi di fertilità inferiori a molti dei Paesi europei più performanti».
Nella ‘società dell’opulenza’ si verifica un paradosso: non si fanno figli perché mancano i soldi. È evidente come il problema economico non sia il motivo reale, ma soltanto un pretesto per nascondere altre ragioni di natura sociale e culturale ben più profonde. Quali?
«Credo che in ultima analisi sia una questione di priorità culturali. Le persone dicono di volere ancora dei figli, ma ci sono molte altre cose che preferirebbero fare con il loro tempo e denaro».
Tra le conseguenze più pesanti del crollo demografico a lungo termine Lei individua la «mancanza di manodopera, crisi delle pensioni, aumento del debito pubblico e minore capacità di innovazione in ogni ambito della società». Quali altre ricadute drammatiche presume possano verificarsi?
«Città e villaggi abbandonati, case fatiscenti, scuole chiuse, infrastrutture trascurate».
Nel suo saggio sottolinea che la «bassa natalità si autoalimenta». Può illustrare secondo quali modalità?
«Le persone che vivono in famiglie piccole hanno aspettative in relazione alle famiglie piccole, per cui non pensano di poter fare molti figli. Di qui anche prodotti e servizi sono ideati per famiglie piccole o senza figli. Basti pensare soltanto, per esempio, all’accessibilità ai trasporti pubblici e alle dimensioni delle auto».
«Tutti i Paesi del mondo con un tasso di fecondità superiore a 3,5, e quasi tutti i Paesi con un tasso di fecondità superiore a 2,5 sono poveri. C’è un grandissimo numero di Paesi poveri con bassa natalità, ma non ci sono Paesi ricchi con una natalità davvero alta», osserva ancora. Quali sono attualmente i principali Stati al mondo in crescita sul piano demografico e quale il tasso di figli per donna che farebbe ben sperare per il futuro imminente?
«Per diversi Stati molto poveri dell’Africa si tratta solo di una transizione demografica, mentre tra i Paesi ragionevolmente avanzati, in particolare Israele e alcuni Stati dell’Asia centrale manifestano un tasso di 2-3 figli per donna, il che significa una piramide demografica stabile nel lungo termine».
Il fenomeno dell’immigrazione – che pure viene costantemente additato dai progressisti come la panacea al problema della denatalità – non è assolutamente risolutivo. Infatti quali implicazioni etiche comporta?
«Il calo del tasso di fertilità nei Paesi che storicamente hanno fornito immigrati (ad esempio Irlanda e Polonia per il Regno Unito), congiuntamente all’aumento del tenore di vita, comporta meno persone disposte a partire e minori incentivi per farlo. L’elevata fertilità e la povertà forniscono numeri e motivazioni solo nei Paesi più poveri e culturalmente distanti da quelli europei, rendendo di fatto l’immigrazione più difficile da assorbire. Inoltre gli immigrati invecchiano e hanno una fertilità inferiore, quindi si finisce per creare uno ‘schema Ponzi’ (dal cognome di un celebre truffatore italiano su larga scala di diverse comunità di migranti, il quale ha cercato di sfruttare a suo vantaggio la differenza di valore economico dei buoni postali tra gli Stati di provenienza degli immigrati e i Paesi accoglienti, ndr) che richiede sempre più immigrati. Pertanto, sul piano etico, è lecito che siamo noi ad assumere i medici più competenti e brillanti, ad esempio, dai paesi poveri dell’Africa?».
Incentivare occupazione femminile, asili nido e bonus alle famiglie – come pure si sta facendo in Italia e non solo – sono strategie vincenti per sovvertire il trend demografico?
«Certamente fanno parte di un pacchetto opportuno di contromisure, ma sono necessari anche cambiamenti fiscali e, soprattutto, un cambiamento culturale».
Quali ricette ritiene allora sia necessario individuare per invertire la rotta, riportare la fecondità al di sopra della soglia di sostituzione (2,1 figli per donna) e non essere ‘senza futuro’?
«Riprogettare il welfare e il sistema fiscale intorno alla famiglia piuttosto che all’individuo; elaborare e diffondere una ‘cultura pro-natalità’ attraverso film, tv e letteratura. Manipoliamo già la cultura per ottenere determinati risultati, perché non questi?».
Stando ai dati di fecondità per donna, c’è già qualche Paese occidentale che sta correndo ai ripari ed è sulla buona strada rispetto alle contromisure messe in campo per rilanciare la natalità e quindi il suo futuro?
«Sarà un lungo cammino. L’Ungheria ha fatto alcune buone mosse, ma non possiamo aspettarci che la situazione cambi dall’oggi al domani. Dobbiamo lavorare costantemente, testando cosa funziona e cosa no».
In che misura sta incidendo sulla decrescita della popolazione mondiale l’ideologia green dominante sul piano culturale, che considera gli uomini quasi esclusivamente quali agenti inquinanti?
«Mi sembra degno di nota il suo contributo negativo in tal senso, ma ci sono di fatto ancora pochi dati concreti al riguardo».
Nel saggio rileva infine che «tutte le religioni abramitiche hanno una dottrina pro-natalità, e si vede l’influenza di islam e cristianesimo in luoghi come Indonesia e Filippine, dove tali fedi frenano la natalità dal cadere sotto il livello di sostituzione, o almeno ritardano questa caduta, a differenza di Paesi come Cina e Thailandia». Che ruolo giocano dunque le diverse fedi, e chiaramente in particolare quella cristiana, nel favorire una maggiore apertura rispetto all’accoglienza di nuovi figli?
«Un ruolo necessario, ma non sufficiente. Insomma la tradizione cristiana contribuirà a ricostruire una ‘cultura pro-natalità’, ma da sola non basta, come dimostrano i dati di Italia, Spagna e Sudamerica».
Fonte: Il Timone (aprile 2026)