«Il maschio violento non è malato, è figlio sano del patriarcato». È questo lo slogan principale che si ascolta ormai come un refrain nei talkshow e che campeggia sugli striscioni nelle manifestazioni contro la violenza sulle donne. Eppure, dopo aver trascorso quasi tre anni a raccogliere materiale e aver letto nel dettaglio più di 300 storie di persone vittime di omicidio nel contesto dei legami familiari, Lorena Pensato ritiene a buon diritto che le cose non stiano in questi termini. È quanto traspare chiaramente nel suo saggio Non è patriarcato (Edizioni FVAI, pp. 159) giunto già alla seconda edizione e presentato al Parlamento europeo nel luglio 2025.
Per comprendere un fenomeno – come precisa opportunamente l’autrice che ha «preferito la realtà all’ideologia» – occorre anzitutto definirlo correttamente per poterne individuare cause e fattori di rischio e, conseguentemente, le strategie più adeguate per prevenirla. Nel caso di specie del femminicidio il problema è che «i dati vengono raccolti secondo la classificazione di genere e rielaborati in base alla lettura di genere, cioè quanti uomini killer, quante donne vittime, riportando come causa principale non solo a livello mediatico ma anche istituzionale, la violenza di genere, patriarcato, maschilismo, cultura dello stupro, l’uomo convinto dell’inferiorità della donna».
Al contrario, ricostruendo nel dettaglio ogni singola vicenda personale, si evince che le cause della violenza sono multifattoriali, ovvero imputabili a fattori ambientali, sociali e individuali, quali quelli legati alle dipendenze o al disagio mentale. L’incidenza di questi fattori viene però purtoppo puntualmente trascurata nella narrazione mainstream sul patriarcato. Per comprenderli è opportuno dunque adottare la categoria di ‘violenza relazionale’ piuttosto che quella di ‘violenza di genere’ perché «l’uomo non uccide una donna per discriminazione». E in effetti la stragrande maggioranza degli omicidi di donne non sono femminicidi. Quando, per esempio, il movente è di tipo economico, l’uccisione di una donna da parte del partner non dovrebbe essere catalogata come femminicidio bensì come omicidio, poiché appunto il motivo non è la discriminazione.
Alle origini del femminicidio c’è l’odio dell’uomo bianco
A partire dagli anni ‘90 nelle università americane cominciano a diffondersi cancel culture e ideologia woke. Il suprematismo della civiltà occidentale è chiamato a fare un passo indietro e il maschio bianco un serio mea culpa. Infatti «il maschio diventa simbolo del patriarcato occidentale, il capofamiglia di un sistema che opprime la donna e le libertà dei membri. Alcune correnti femministe dicono di difendere i diritti delle donne, delegittimano la famiglia tradizionale, vedono il matrimonio come un cappio intorno alla donna e la maternità come massima espressione dello stile borghese». Eppure a esser criticato è solo l’etnocentrismo occidentale e non tutte le culture per cui, per esempio, il modello patriarcale musulmano non viene minimamente coinvolto perché «la religione islamica deve essere rispettata in quanto cultura». Nello stesso tempo «le Nazioni Unite operano su 69 twitter account per temi dedicati alle donne, più di 329.000 tweet sul genere femminile, mentre sulle tematiche maschili neanche un cenno». Così sempre negli anni ‘90, dato il contesto socioculturale in cui dominerebbe l’uomo bianco sopraffattore sulle altre minoranze etniche, la femminista messicana Maria Marcela Lagarde conia in ambito accademico il termine femminicidio quale «uccisione di una donna in quanto donna». Introdotto il reato di specie, si è poi agito per la sensibilizzazione culturale, allo scopo di «convincere l’opinione pubblica che la società debba essere rieducata, il maschio decostruito secondo valori travestiti da tolleranza e integrazione». Questa è stata «la risposta del pensiero unico a drammi individuali e familiari».
Tuttavia guardare agli omicidi con la lente della violenza di genere determina un’incongruenza nella raccolta dei dati per la quale, «episodi identici finiscono per essere trattati diversamente e sono considerati di serie A se la vittima è donna, il killer uomo; mentre finiscono in statistiche di serie B, se il killer è donna e la vittima un maschio». Persino i casi di omicidio-suicidio vengono annoverati nei database dei femminicidi e – cosa ancor più grave – quando per esempio un padre uccide i suoi figli, un maschio e una femmina, nel relativo elenco viene inserita solo la figlia femmina per dimostrare la ‘violenza di genere’. È dunque palese l’alterazione della realtà, che va chiaramente a detrimento della stessa possibilità di una comprensione oggettiva del fenomeno. È un po’ come si è fatto recentemente certi versi, in ambito sanitario, nel conteggio dei morti ‘per’ o ‘con’ covid-19. La realtà però alla fine ha sempre la meglio sull’ideologia, come dimostra il ‘paradosso nordico’ per il quale Paesi notoriamente pionieri della parità di genere quali Svezia, Finlandia, Danimarca e Norvegia registrano un alto tasso di violenza di genere; in particolare la Svezia è capitale europea degli stupri.
Femminicidi, i dati in Italia degli ultimi anni
Stando ai dati del fenomeno nel nostro Paese, in Italia nel 2021 «su 60 casi di femminicidio, 14 sono omicidio-suicidio, 10 contemplano un disagio psichico nell’assassino rilevato prima dell’omicidio, 5 casi nei quali il killer ha una dipendenza o usa sostanze. Nel 2022 su 55 casi di femminicidio, 15 sono omicidio-suicidio, di cui solo 3 casi nei quali i segnali di squilibrio erano già stati colti prima dell’evento omicidiario, 10 contemplano un disagio psichico nell’assassino rilevato prima dell’omicidio, 2 casi nei quali il killer aveva già precedenti penali o segnalazioni, incredibilmente nessun caso di droga o alcool». Nel 2023 si sarebbero verificati 43 femminicidi (fonte: femminicidioitalia.info), di cui «11 sono omicidio-suicidio più 3 tentativi di suicidio, tra questi, 6 casi erano già seguiti per disagi psichici. 10 casi di sospetta o dichiarata presenza di disturbo psichico, 1 nei quali il killer ha una dipendenza o usa sostanze. Dei 32 casi di omicidi intrafamiliari, 3 omicidio-suicidio, 10 avevano manifestato un disturbo o disagio psichico prima dell’evento, 6 casi nei quali il killer usava sostanze». Insomma, alla luce di tali dati, emerge chiaramente una variegata multifattorialità delle cause scatenanti i presunti “femminicidi”, e non banalmente l’uccisione di una donna in quanto donna, e dunque per motividi “violenza di genere”.
Femminicidi: i fattori di rischio da non sottovalutare
Relativamente ai dati del 2023, analizzando 43 casi, la Pensato ne rileva almeno 11 nei quali ritiene vi siano stati «sottovalutazione della pericolosità, assenza di interventi nonostante la violenza conclamata, tardività delle azioni di contenimento del soggetto autore di reato». E questo accade perché, incasellando il reato nella ‘violenza di genere’, si trascurano dipendenze, malattie mentali, depressione e disturbi di personalità di quanti si macchiano di simili reati. Dalle loro storie personali risultano infatti piuttosto manifesti i disturbi di personalità schizotipo, paranoide, borderline, narcisistico e antisociale.
Di qui, secondo l’autrice, sarebbe senza dubbio molto utile incentivare progetti che prevedano «la raccolta e la rielaborazione, quantomeno delle perizie psichiatriche già esperite in fase giudiziaria», in quanto ciò consentirebbe di acquisire una preziosa «mole di informazioni sulle quali lavorare, partendo dai casi concreti e la possibilità di iniziare un percorso di consapevolezza con l’opinione pubblica», attualmente formata attraverso la mera spettacolarizzazione mediatica di ogni dettaglio di un delitto e del relativo processo, mediante la ricostruzione di ipotesi spesso fantasiose formulate nei talkshow da sedicenti esperti che non hanno mai incontrato i carnefici.
In ambito sociale e sul piano culturale c’è poi un altro elemento trascurato che gioca un ruolo tutt’altro che marginale: la mancanza della certezza della pena, la consapevolezza di poterne uscire agevolmente impuniti e farla franca, dato che ormai gran parte della magistratura pone l’accento quasi esclusivamente sulla dimensione riabilitativa della pena e non sulla sua funzione detentiva. E in effetti «in molti casi di femminicidio, gli assassini erano già stati segnalati anche per reati commessi contro altre persone o all’interno della famiglia, eppure hanno ottenuto scappatoie o sconti, concessi da un sistema che deve fare anche i conti con il sovraffollamento carcerario».
Prevenire è meglio che curare
La narrazione mediatica ideologica da parte del pensiero unico in materia di femminicidi fa sì che i fondi stanziati per le azioni educative di prevenzione siano tutti canalizzati nell’alveo di contromisure da attuare contro la violenza di genere. Al contrario, poiché «c’è un momento in cui ossessione, gelosia, sfiducia, controllo diventano patologici o quanto meno sintomo di disfunzionalità e disadattamento», è necessario andare a ricostruire tali segnali di pericolo manifestati dai killer tanto nel contesto familiare quanto con gli operatori intervenuti – insieme chiaramente alla banalità del male – al fine di ricomporre il quadro della multifattorialità del fenomeno violento per poter attuare conseguentemente una prevenzione efficace. Tra le strategie preventive la Pensato sostiene che si debba «abbandonare l’esclusivo ambito della raccolta e lettura di genere; ampliare lo studio degli omicidi intrafamiliari; provvedere a un sistema per escludere la pericolosità psichiatrica in fase di segnalazione del maltrattante; attivare progetti per lo studio empirico dei casi; incoraggiare la collaborazione dei condannati in colloqui per scopo di studio empirico; sancire l’importanza di un’attività peritale istituzionalizzata a fini di studio e ricerca, autonoma e indipendente rispetto a quella giudiziaria; creare una commissione nazionale per la sistematizzazione delle fonti e del materiale formativo relativo alla violenza e agli omicidi intrafamiliari; modificare l’art. 88 c.p. sul vizio di mente». Sviluppare tali punti proposti contribuirà sicuramente a elaborare una prospettiva globale unitaria in materia e così a prevenirne, per quanto possibile, le tragiche conseguenze sociali, al di là di ogni propaganda meramente ideologica che contribuisce soltanto a una lettura distorta del fenomeno.
Fonte: Notizie Pro Vita e Famiglia (marzo 2026)