La natalità in Italia registra un altro, l’ennesimo, record negativo. Secondo quanto rileva l’Istat sulla base degli ultimi dati demografici pubblicati due giorni fa, martedì 31 marzo, si conferma purtroppo anche per il 2025 il trend al ribasso: nel nostro Paese, infatti, lo scorso anno i nuovi nati sono scesi a circa 355.000 (-3,9% rispetto al 2024).

Un inverno demografico sempre più inoltrato che non lascia neanche intravedere l’alba timida di una nuova primavera e che porta l’Italia tra i fanalini di coda in Europa, con un tasso di fecondità pari a 1,14 figli per donna. Inoltre, stando ai nuovi dati, le coppie con figli costituiscono il 28,4%, mentre più di una su cinque (oltre il 20%) continua a non averne. Crescono anche quelle che l’Istat chiama “famiglie” unipersonali (una su tre), le madri sole (8,6%), ma anche i casi di padri con figli (2,2%). Le nuove famiglie sono pertanto sempre più ristrette: si è passati dai 2,6 componenti di vent’anni fa agli attuali 2,2. Ma perché tale crisi ormai decennale? Perché questi dati così impietosi e cosa è possibile fare per invertire il trend? Per analizzare la situazione abbiamo intervistato il professor Federico Perali, ordinario di Politica economica presso il Dipartimento di Scienze economiche dell’Università degli Studi di Verona e membro del Centro di Ateneo di Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica.

Professor Perali, a cosa pensa sia dovuto il fatto che – ormai da anni – il trend della natalità in Italia sia in decrescita costante e dunque in una diminuzione sempre più preoccupante?

«Sotto il profilo economico generare figli è chiaramente una questione di rapporto tra costi e benefici. Attualmente per una coppia giovane, anche se entrambi lavorano, i costi di un figlio – per quanto possano essere percepiti in modo diverso a seconda della famiglia – sono oggettivamente molto alti. Inoltre i benefici sono veramente bassi perché, per esempio, per il sistema pensionistico di fatto i figli non sono più “il bastone della vecchiaia”. Oggi ci sono altre forme di assicurazione, mentre un tempo fare più figli rappresentava anche una forma di mutuo aiuto e di supporto nelle asperità della vita. Inoltre attualmente le coppie fanno prevalere l’io sul noi e hanno un sistema valoriale tale per cui non rinunciano molto volentieri a fare viaggi e a molteplici forme di appagamento; insomma non sono più i figli che generano dei benefici relazionali ma altre tipi di esperienze. Eppure i figli generano in una prospettiva a lungo termine molti benefici proprio dal punto di vista relazionale, per quanto ciò ancora non sia percepito culturalmente sul piano sociale. Basti pensare che con pensioni sempre più magre, di fatto non ci si potrà permettere di essere accolti nelle Rsa».

Quali contromisure ritiene sia doveroso intraprendere per invertire questa tendenza?

«Quello che si può fare sia a livello di governo centrale che sul piano locale – per esempio il Comune di Castelnuovo del Garda è in tal senso un esempio aureo – è cominciare ad agire proprio sulle percezioni dei costi. Il costo del figlio aggiornato a oggi per i 30 anni della sua crescita è stimato valere quanto un appartamento, per cui impegnarsi ad avere un figlio o fare un mutuo sono due scelte in stretta competizione. Se poi si pensa che bisogna anticipare alle banche il 20% del valore della casa, ciò comporta ritardare ancor di più la scelta procreativa. Su quest’ultima incide anche la decisione di frequentare o meno l’università: non c’è un’università in Italia che abbia il family housing. Iscriversi all’università, per esempio, sposta di 5-6 anni la scelta procreativa; poi i salari in entrata sono molto bassi. Come nel caso di specie del piccolo comune di Castelnuovo, per aumentare i benefici nel brevissimo periodo, si tratta di creare un ambiente che sia prolife e pro figli attraverso misure di welfare concrete, quali il Fattore Famiglia Comunale, la possibilità di mutui e affitti agevolati, la creazione di un Fondo Natalità per cui le imprese e il comune investono sui neonati e l’ideazione di un Marchio Famiglia per le aziende che si impegnano a tutelare famiglie e nuovi arrivati. Nella riduzione dei costi oggettivi ci si può adoperare per la realizzazione di scuole di comunità, per cui anziani e volontari si impegnino a tenere aperte le scuole pubbliche in modo da facilitare la conciliazione tra lavoro e famiglia. In questo modo si ampliano anche i benefici percepiti, investendo in cultura pro famiglia, community care e reti tra famiglie, diventando così ‘Child Friendly’. E ancora, si possono costituire le comunità energetiche solidali e fondazioni di comunità per raccogliere risorse finanziarie interne, allo scopo di generare circolarità sociale. Di qui non esiste solamente l’economia circolare ambientale verde, ma esiste anche l’‘economia circolare rosa’. Insomma, si tratta di costruire sinergie tra famiglie e imprese del territorio per elaborare progetti a favore di un welfare di comunità generativo che sostituisca il modello del welfare statale su base individuale che ormai è agli sgoccioli».

Crede che la ragione principale per cui in Italia non si facciano figli sia soltanto economica o, come ha già accennato, sono importanti anche altre motivazioni?

«Oltre all’individualismo, c’è il valore mutato che si attribuisce al proprio tempo. Il costo-opportunità del benessere personale è esploso, per cui rinunciare a se stessi per i figli è percepito come una perdita molto più grande rispetto alle generazioni precedenti: l’io prevale sul noi. E ancora, in passato la pressione sociale spingeva verso la famiglia numerosa, per cui non avere figli era una mancanza, una deviazione dalla norma. Oggi al contrario essere ‘childless’ è diventata una scelta non solo accettabile ma spesso valorizzata come segno di autonomia. Di qui gran parte della popolazione di donne in età fertile fa scelte non generative. E questo tralasciando il grande problema che deriva dall’opportunità offerta dalla tecnologia del social freezing per procrastinare la scelta procreativa, in rapporto ai costi e all’equità in termini di accesso a tale prassi, senza considerare le implicazioni etiche che tale opzione comporta».

Fonte: Pro Vita e Famiglia

Please follow and like us: