Padre Pio: un vita fra Terra e Cielo. La biografia di Marcello Stanzione

“Francesco ha appena 5 anni quando Gesù gli appare di fronte al tabernacolo della chiesa davanti a cui sta inginocchiato e gli pone la mano sulla testa. Da allora le estasi e le apparizioni diventano sempre più frequenti”. Questo particolare biografico non è relativo al poverello d’Assisi, ma a uno dei più grandi santi del secolo scorso che ne ricalcò le orme, Francesco Forgione, a tutti noto semplicemente come Padre Pio. Ne racconta la vita don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia, nel suo recente volume Padre Pio. Una vita tra Terra e Cielo (pp. 159, Pagine dell’Arco 2017; disponibile su Amazon in formato per Kindle, € 4, 90). Egli indugia con dovizia di particolari anche su retroscena meno noti dell’esistenza del frate di Pietrelcina, soprattutto in relazione alla sua profonda devozione agli angeli che aveva sin da bambino. Infatti “Francesco plasmava sempre San Michele con una bilancia di paglia in mano”. A chi gli chiedesse perché rappresentasse così il principe della milizia celeste rispondeva: “È lui, San Michele, che dovrà pesare le nostre anime”.

L’autore si sofferma altresì sulla straordinaria obbedienza di Padre Pio ai propri superiori, che manifestò in specie nell’accogliere pazientemente e con spirito d’umiltà anche ordini severi che lo limitarono fortemente nel proprio ministero sacerdotale, sia nel confessionale che nel celebrare la Santa Messa. In relazione a tale periodo il cappuccino scrive in una lettera: “Ho sofferto un mezzo inferno: dico mezzo, perché in mezzo a sì straziante martirio non mi sentivo ancora del tutto disperato”. Il tempo della prova venne vissuto dal frate come una feconda occasione di conversione a Dio nell’agire in conformità al suo Figlio crocifisso. Ed è proprio in questo profondo atteggiamento interiore che si rivela in effetti la cifra della sua santità. Allo stesso modo riguardo alle stimmate, ossia ai segni della passione di Cristo nella propria carne, le accurate relazioni dei medici non sono riuscite a dimostrare che Padre Pio sia un impostore, semmai hanno attestato l’esatto opposto. D’altra parte il fatto stesso che tali stimmate scomparvero miracolosamente il giorno della morte del frate cappuccino costituisce una chiara testimonianza della natura divina del fenomeno.

Tra i diversi carismi di Padre Pio c’era anche quello di conoscere la condizione delle anime in purgatorio per poter offrire sacrifici in loro suffragio. Così una volta egli sorprese un fraticello che riordinava in chiesa alcune candele e gli domandò cosa facesse lì vicino l’altare. Il frate gli rispose: “Sto facendo il mio Purgatorio qui. Sono stato studente seminarista in questo convento e ora mi tocca espiare i peccati commessi durante la mia permanenza, qui, perché mancai di diligenza nell’adempiere ai miei doveri in questa chiesa!”. Ben consapevole della preziosità di un dialogo costante con Dio egli si autodefinì a un giornalista come “un povero frate che prega” con una sola ‘arma’ potente tra le mani “per mettere in fuga il demonio e superare le tentazioni, per vincere il cuore di Dio e per ottenere grazie dalla Madonna”: il Santo Rosario. A chi gli rimproverava di stare poche ore nel confessionale, egli replicò con semplicità: “Se io non prego, che cosa do alla gente?”. Era insomma cosciente che i consigli spirituali che dava a chi si rivolgeva a lui non venivano da se stesso, ma dal Signore che egli serviva.

“L’Eucarestia era il centro della sua vita. Si alzava nel cuore della notte e cominciava la preparazione alla celebrazione della Santa Messa – racconta padre Eusebio Notte, che gli fu vicino negli anni ’60. Più di una volta il desiderio era tanto grande che mi ha supplicato perché lo accompagnassi all’altare prima dell’ora stabilita. E, quando gli facevo notare che non era quello l’orario fissato per la celebrazione della Messa, mi pregava che lo accompagnassi almeno in sacrestia: la vicinanza con Gesù sacramentato calmava la sua ansia”. Numerose furono poi le sue bilocazioni. Grazie a una di queste riuscì a distogliere dal suicidio il generale Cadorna. Egli, in preda a una grave depressione dopo la disfatta di Caporetto, fu fermato appena in tempo da una voce e da una presenza inattesa mentre stava per premere il grilletto contro di sé.

Il 5 maggio 1956 il frate di Pietrelcina inaugurò la sua più grande opera di carità: la Casa Sollievo della Sofferenza, ancora oggi fiore all’occhiello nella cura di gravi patologie. Con il nome di Gesù e Maria sulle labbra, Padre Pio muore il 23 settembre 1968 per conseguire la corona di gloria riservata dal Padre ai suoi servi fedeli. Al suo funerale parteciparono oltre centomila persone. Beatificato nel 1999, fu canonizzato dallo stesso San Giovanni Paolo II nel 2002.

La biografia del frate di Pietrelcina di Marcello Stanzione tratteggia pertanto in maniera sintetica ed efficace i principali aspetti della vita di Padre Pio e ne illumina la spiritualità anche mediante un costante ricorso a foto significative rigorosamente in bianco e nero che contribuiscono a restituire al lettore con la forza delle immagini l’essenzialità di una vita interamente spesa per amore di Dio e del prossimo.

Fonte: FarodiRoma

Quando il diavolo infastidisce i santi. La lotta di suor Yvonne-Aimée di Gesù contro Satana

“Il diavolo, quello della rivelazione biblica, ama fare il regista più che l’attore; la sua arte è scomparire dietro gli attori del male”. Il passatempo preferito di Satana consiste dunque nel disturbare a livello fisico, psicologico e spirituale soprattutto le anime più fedeli a Dio. Così, oltre a don Calabria e a suor Maria del Gesù Crocifisso, elevati agli onori degli altari da Giovanni Paolo II, anche un’altra suora agostiniana, Madre Yvonne-Aimée di Gesù di Malestroit, ha subito diverse e pesanti incursioni dall’angelo ribelle durante la propria esistenza. Le racconta, con dovizia di particolari, il sacerdote Marcello Stanzione nel suo recente volume: Madre Yvonne-Aimée di Gesù di Malestroit (pp. 142, Edizioni Segno 2017, €12).

Madre Yvonne-Aimée è una suora agostiniana vissuta a Malestroit tra il 1927 e il 1951, che divenne presto la madre superiore di un convento-ospedale in tempo di guerra, nel quale furono accolti “sotto lo stesso tetto sia i feriti tedeschi che quelli che ella nascondeva durante la resistenza”. Per tale opera di carità fu insignita dal generale De Gaulle con la Croce di Guerra e poi proclamata Cavaliere della Legione d’Onore. I primi segni della sua fede viva, umile e semplice emergono in particolare da un episodio della sua giovinezza. Una mattina che non poté fare la Santa Comunione perché aveva tanto da fare al servizio dei più bisognosi, scrive: “Signore, non ho potuto fare la comunione, ma ti ho incontrato nei poveri!”. La sua vita spirituale, nutrita di intensa preghiera e carità operosa, è stata anche impreziosita da significativi doni mistici, quali premonizioni, bilocazioni, stigmatizzazioni e xenoglossalia. Morì nel 1951 mentre stava per partire missionaria per il Sud Africa. L’anelito costante del suo cuore fu uno solo: “Voglio salvare molte anime e amarti più di tutti, ma voglio essere anche molto piccola perché la tua gloria cresca”. Per amore di Cristo ella sopportò pazientemente che il diavolo l’aggredisse con violenza durante la notte, che le insinuasse mozioni interiori suicide, che si divertisse a inviarle lettere false a nome del suo padre spirituale, gettandola in uno stato di disperazione durante la sua ‘notte dello spirito’. Descrive in questi termini un’aggressione subita dal principe delle tenebre: “Venne in quattro riprese facendo un chiasso spaventoso nella mia camera, urtando i muri, spingendo le sedie, la tavola e tutti i mobili. Poi, cominciò a picchiarmi, mi scortica la schiena, il petto, le mani, mi getta fuori dal letto tirandomi per i capelli. Tra le coperte del mio letto le sue dita adunche mi bruciavano. Nessuna parola può descrivere tanto orrore e tanto spavento. L’indomani mattina, Gesù mi ha guarito la schiena, dove avevo una ferita molto marcata”. Al tempo della prova risalgono queste altre espressioni di suor Yvonne: “Quando dico delle parole d’amore al mio piccolo Gesù, mi sembra di dirgli parole di odio. Quando abbraccio la sua statua, credo di fare un sacrilegio”. E ancora: “Mi sento colpevole per tutti i peccati del mondo, ho tutte le tentazioni”. Suor Yvonne si offrì a Cristo sostanzialmente quale vittima d’espiazione e sacrificio vivente a Dio gradito per il perdono dei peccati dell’umanità. Fu perciò appellata “il padre Pio francese” dal celebre mariologo Laurentin, anche perché si disse “felice di soffrire per Cristo e le anime in difficoltà”. Il carisma di questa umile grande suora che ha sopportato senza lamentarsi tante sofferenze sia fisiche che spirituali per amore di Cristo è testimonianza della possibilità di “un amore più grande della sofferenza”, poiché “l’amore distrugge il male con il carbone della sofferenza”.

Il libro di don Marcello Stanzione presenta infine anche una breve appendice con tante utili preghiere e invocazioni di liberazione dagli spiriti maligni e di richiesta di custodia angelica.

Fonte: FarodiRoma

Teresa Neumann: per 36 anni si nutrì solo di Eucarestia

“Nel 1939, subito dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale, a tutti i tedeschi fu distribuita una tessera annonaria e il razionamento del cibo durò addirittura fino al 1948! In quei nove anni un solo cittadino anzi una cittadina non ebbe il diritto a quella tessera: Teresa Neumann. Le era stata ritirata con la precisa motivazione: che non ne aveva bisogno, visto che non mangiava e non beveva nulla. Le fu concessa invece una doppia razione di detersivi per lavare la biancheria che ogni venerdì inondava di sangue”. Teresa Neumann si nutrì infatti soltanto di Eucarestia per ben 36 anni; visse cioè cibandosi esclusivamente di Cristo presente nel sacramento dell’altare col suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Inoltre “ogni settimana, dalla notte del giovedì fino al mattino della domenica, riviveva nella sua carne tutto il mistero della passione-morte-risurrezione di Gesù”. La sua vita straordinaria viene raccontata con dovizia di particolari dal sacerdote Marcello Stanzione nel suo recente volume: Teresa Neumann. L’ascesi, le stigmate e le visioni profetiche (pp. 176, Gribaudi 2017, € 7.50).

Teresa nasce in Baviera nel 1898 in una famiglia di umili origini: il papà è sarto, la madre lavora invece a giornata nei campi. Prima di undici figli, riceve la cresima a dieci anni e la Comunione l’anno successivo. A causa di un incidente che le capita quando ha appena vent’anni, rimane gravemente ferita, poi quasi cieca, ma ottiene ben presto una guarigione scientificamente inspiegabile, che ella attribuisce all’intercessione di Santa Teresa di Lisieux, grazie alla quale riacquista la salute fisica. A partire dal venerdì 5 marzo del 1926 fino alla sua morte, avvenuta il 18 settembre 1962, Teresa è destinataria di diverse visioni e le viene offerto in dono di compartecipare alle sofferenze di Cristo: “In quei momenti le sanguinavano gli occhi, le ginocchia e le mani, la spalla destra, e Venerdì Santo anche il petto e la schiena. Le stimmate sul cuore, sulle mani e ai piedi rimanevano sempre visibili, senza mai essere infiammate o formare pus, a meno che non fossero trattate da un medico”.

Ogniqualvolta hanno modo di visitarla i medici si sono interrogati piuttosto su “come sia stato possibile alla donna vivere digiunando per quarant’anni, di cui trentacinque trascorsi senza ingerire nulla né di solido né di liquido, e conservare nello stesso tempo sia un aspetto sano e fresco, sia un peso sostanzialmente costante, salvo variazioni poco significative”. Un vero e proprio miracolo se si considera che la mistica tedesca “dal Natale del 1926 urinava al massimo ogni otto giorni e defecava ogni tre o quattro settimane”. Anche l’autenticità del dono delle stigmate è stata comprovata diverse volte da coloro che l’hanno visitata. Nel corso di una visita particolarmente scrupolosa della paziente, alcuni dottori hanno infatti rilevato che “sia per quanto riguarda il sangue che usciva dalla ferita all’altezza del cuore, sia per quanto riguarda il cuoio capelluto non si trattava di sangue puro ma di in liquido siero-ematico. Lo stesso vale per il colore non giallognolo-rosso delle stigmate fresche. Tutto ciò non può assolutamente essere stato provocato da lesioni artificiali”.

Teresa Neumann è stata certamente una mistica di notevole profilo spirituale: lo testimoniano le sue visioni dei profondi misteri divini e soprattutto delle realtà ultime e lo certificano le stigmate, le lacrime di sangue e in specie il suo amore per l’Eucarestia. “Il significato del digiuno di Teresa Neumann è stato quello di dimostrare agli uomini di tutto il mondo il valore dell’eucarestia – ha osservato acutamente il gesuita Carl Strater -, far capire che Cristo è veramente presente sotto le specie del pane e che attraverso l’eucarestia può conservare anche la vita fisica”. Sebbene abbia ricevuto tali carismi, Teresa è vissuta sempre nel nascondimento e in grande umiltà. In una lettera che scrive a un’amica mentre è ancora in forze, emerge questa sua virtù, che è senza dubbio il tratto distintivo e la via maestra per la propria santificazione: “Dio aggiusta tutto. Sulla terra nulla è perfetto e noi meno di tutto. Spesso ci proponiamo di fare le cose molto bene, ma non sempre si riesce. E il Signore deve accontentarsi anche lui. Egli conosce la nostra buona volontà, ma anche la nostra miseria e debolezza”. Così il 13 febbraio del 2015 l’allora vescovo di Ratisbona, oggi Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, il cardinale Müller, ha aperto il processo di beatificazione affinché questa grande mistica tedesca sia presto innalzata agli onori degli altari.

Fonte: FarodiRoma

“Libertini e moralisti hanno in comune il rifiuto del Padre”

Le ‘riflessioni inattuali’ sulla Quaresima di don Fabio Bartoli presentate da Costanza Miriano

“La Quaresima non è un sacrificio che ci viene chiesto, ma un’opportunità che ci viene data”. Con queste parole la giornalista e scrittrice Costanza Miriano ha introdotto il libro Per fortuna c’è la Quaresima! Riflessioni inattuali, pubblicato recentemente da Ancora (€  10, pp. 112), l’ultima fatica di don Fabio Bartoli, parroco nella chiesa di S. Benedetto al Gazometro.

“Viva Dio, cioè viva io. Noi invece abbiamo l’idea che per essere cristiani dobbiamo reprimerci. Abbiamo l’idea che la vita morale sia fatta di tagli. Ma non è così. Dio ama il corpo, lo ama talmente che ne ha voluto uno per sé”, ha aggiunto don Fabio nel corso dell’incontro di presentazione del suo volume. In esso l’autore sviluppa una riflessione che, meditando sugli atteggiamenti e i gesti che la Chiesa raccomanda nel tempo quaresimale, va al cuore dei contenuti della fede nella forma agevole di una sorta di epistolario. “Sembra quasi la trascrizione di una delle nostre chiacchierate su ‘la vita, l’universo e tutto quanto’, come scherzosamente chiami i nostri colloqui” – scrive don Fabio nell’introduzione – e in effetti questo libro nasce proprio dall’esigenza di rispondere in maniera puntuale agli aneliti del cuore di uno dei giovani della parrocchia alla ricerca di un significato pieno per la propria esistenza.

“Ogni nostro desiderio è una traccia del desiderio di Dio – ha proseguito don Fabio citando C. S. Lewis – e l’ascesi consiste nello scegliere il desiderio migliore, quello cioè che mi porta più velocemente a Dio, laddove il diavolo punta a rompere tale relazione tra il nostro desiderio e Dio, inducendo la creatura a ridurre il Creatore alla creazione, alla stregua di Eva nel paradiso terrestre”.

“Allora qual è il peccato più grande dell’uomo, quale il suo limite?”, gli ha domandato la Miriano. “Il male maggiore è la dimenticanza, l’oblio del Padre”, ha subito replicato don Fabio.  “Libertini e moralisti hanno in comune il rifiuto del Padre: i primi perché vogliono fare quello gli pare e non vogliono saperne del Creatore; i secondi perché si comportano secondo la Legge quasi a voler meritare la salvezza, per ottenere quello che gli spetta. I moralisti non hanno capito che invece Dio vuole donare a noi molto di più di quello che ci spetta. Pertanto questi ultimi sono peggiori dei primi, poiché se i libertini fanno del male solo a sé stessi con la loro condotta difforme al Vangelo; i secondi arrecano danno non solo a sé ma anche al prossimo, offrendo una contro-testimonianza nel non aver compreso che il cristianesimo è l’elogio dell’imperfezione e la salvezza il dono gratuito di Dio che si accoglie e non si ottiene per le sole proprie forze”. In merito al legame tra natura umana e grazia divina, egli ha evidenziato di conseguenza che “il problema non è il peccato, quanto piuttosto il rimanere nel peccato”.

Sollecitato infine da Costanza Miriano sui tre pilastri della Quaresima, don Bartoli ha sottolineato in merito alla preghiera, che occorre “viverla come dono del tempo a Dio”. Quindi il suo consiglio è di silenziare lo smartphone e dedicare possibilmente “tanti brevi momenti di  preghiera”, poiché è poco proficuo se non addirittura “inutile stancare la mente nella preghiera”, come sosteneva S. Agostino. Tuttavia “questo tempo, che è solo di Dio, non va affidato alla spontaneità”. Bisogna cioè decidere molto semplicemente a che ora e quanti minuti pregare per farlo al meglio. Riguardo all’elemosina egli ha detto chiaramente che “se non si capisce a che serve non si fa. Dunque, si fa l’elemosina per aiutare se stessi, non gli altri. Perché colpendo l’egoismo mortifico me stesso e assomiglio di più a Dio. In tal senso evidentemente più dono, più guadagno”. Sul significato del digiuno ha aggiunto ancora che esso serve per “riscoprire il cibo come dono. Trattieni la tua fame, perché così quando mangerai, il cibo sarà luogo d’amore e di comunione”. Digiuno, preghiera ed elemosina sono pertanto delle dimensioni fondamentali da riscoprire nel cammino quaresimale per canalizzare in maniera adeguata rispettivamente “la nostra passione del cibo, l’uso del tempo e del denaro”, nella consapevolezza che “a Dio non interessa che siamo perfetti, ma che lo cerchiamo con desiderio vivo e siamo innamorati di Lui”.

Fonte: FarodiRoma

Come Chiara Amirante scoprì la gioia del Vangelo

“E gioia sia!”. Gridano queste parole a più riprese i numerosi giovani che hanno affollato il Duomo di Salerno per celebrare la festa diocesana loro dedicata. Una festa all’insegna della gioia vera e alla riscoperta di una letizia nello Spirito Santo come quella che ha toccato il cuore di Chiara Amirante, testimone di una gioia che attrae e che è capace di trasformare anche i cuori più induriti. Chiara, come tutti i giovani, ha cercato inizialmente la gioia nelle lusinghe del mondo e ne ha ricavato delusione e amarezza insieme alla consapevolezza che il mondo non è in grado di soddisfare la sete d’amore del proprio cuore, anzi delude piuttosto le sue attese.

A 17 anni Chiara rischia di perdere la vita in un brutto incidente stradale. L’amico alla guida è ubriaco, l’auto sbanda, va fuori strada, sta precipitando in un burrone ma ella, insieme ai suoi amici, riesce a catapultarsi fuori, ad aggrapparsi a un albero e a mettersi in salvo, tirando un respiro di sollievo mentre osserva la macchina in fiamme. Una scena da film americano, ma purtroppo tragicamente reale. Nell’imminenza della morte lo scampato pericolo le pone innanzi la cruda verità: tutto passa, solo l’amore resta.

Finché un bel giorno Chiara scopre il segreto della gioia vera nell’incontro con la Parola di verità: «Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio Amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato, nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 9-12). Sono bastati questi pochi versetti del Vangelo seminati nella terra fertile del suo cuore a radicarle il desiderio di vivere in pienezza la propria esistenza per custodire la gioia vera di chi rimane nell’amore di Dio anche nei momenti di difficoltà.

A 21 anni Chiara viene infatti colpita da una terribile malattia che aveva intaccato la stessa retina e che rischiava di renderla completamente cieca. Ma nonostante avesse perso già otto decimi della sua vista, i suoi occhi interiori rimanevano saldi nell’amore divino e il suo desiderio di portare Cristo a tutti coloro che incontrava, soprattutto agli ultimi e agli emarginati, non le dava tregua, anzi cresceva sempre di più. Così un bel giorno Chiara presentò il suo anelito al Padre in una semplice preghiera: «Signore, se questo desiderio così folle di andare di notte in strada sei tu a mettermelo nel cuore, mettimi tu nelle condizioni di poterlo realizzare! A te niente è impossibile! Io desidero solo la tua volontà!». La risposta del Padre misericordioso non tardò ad arrivare. All’indomani, quando riaprì gli occhi, Chiara si accorse di vedere meglio. Si recò però ugualmente in ospedale per fare le iniezioni periodiche dentro l’occhio, pensando si trattasse di un miglioramento soltanto temporaneo. I medici tuttavia dovettero constatare che non solo la sua malattia era scomparsa, ma addirittura Chiara era passata da meno otto decimi a una vista pari a più undici decimi.

D’altra parte se Dio le aveva posto nel cuore il desiderio di servire il prossimo per edificare il Suo Regno, è evidente che le avrebbe concesso anche la forza per farlo. Così ha inizio il suo viaggio «nell’inferno della strada» per soddisfare quella spinta interiore che l’esortava ad andare in giro di notte a cercare i fratelli più disperati e abbandonati, gli alcolizzati, i carcerati, i drogati e le prostitute. Non senza un po’ di timore Chiara discende negli inferi della stazione Termini a Roma, dove s’imbatte in una rissa in atto. C’è chi agita bottiglie di vetro e chi invece per colpire tira fuori il coltello. Sarebbe stato sicuramente più prudente fuggire via, ma lo sguardo di Chiara si posa su un giovane che giaceva disteso a terra per overdose. Le tornano in mente le parole di Gesù: “Amatevi come io vi ho amati”. Non poteva dunque lasciarlo lì così. «Dopo qualche scossone, Angelo si è ripreso e io sono stata ad ascoltarlo per un’ora, forse anche di più. Mi ha raccontato tutta la sua vita, fatta di carcere, spaccio, droga». Chiara si preoccupò allora di rispondere al grido di dolore di Angelo, cercandogli un centro, una comunità che avrebbe potuto accoglierlo, ma non ne trovò. All’indomani quando lo incontra nuovamente, Angelo l’abbraccia dicendole: «Chiara, ti ho preso un regalo. Volevo ringraziarti perché mi hai salvato la vita». E Chiara gli risponde: «Ma come ti ho salvato la vita, se non sono neanche stata capace di trovarti un posto dove andare a dormire?». Angelo la invita a seguirlo, le mostra un murales con la scritta: “Nonostante la vostra indifferenza noi esistiamo” e le spiega di averlo dipinto prima di aver deciso di suicidarsi con un’overdose. Poi Angelo aggiunge: «In tutti questi anni di vita di strada, tu sei la prima persona che si è fermata ad ascoltarmi. Allora ho pensato che se anche esiste una sola persona sulla faccia della terra disposta a spendere un’ora del suo tempo con uno come me, allora vale la pena vivere. E poi ho visto nei tuoi occhi quella gioia che io da sempre cercavo. Ora so che esiste e voglio incontrare quel Gesù che te l’ha donata e ti ha portato a rischiare la tua vita per noi».

«Quest’Angelo mi ha fatto comprendere – ha proseguito Chiara nel suo racconto – che responsabilità abbiamo quando non diamo un bicchier d’acqua al fratello che ci dice: “Ho sete”, ho sete del tuo amore, perché da un bicchiere d’amore può dipendere la speranza o la disperazione di qualcuno».

Da quel giorno nel «popolo della notte» Chiara ha incontrato tante storie di abbandono e di disperazione e accarezzato tanti volti che, trasfigurati dall’amore di Dio, da deserti aridi sono divenuti terre rifiorite. Di qui ella ha maturato la decisione di lasciare la propria casa, i suoi genitori e il suo lavoro per dedicarsi agli ultimi e donare loro un raggio di quella gioia vera che porta nel cuore. La Provvidenza divina le ha così ispirato e dischiuso “nuovi orizzonti”. Un’opera costituita di 207 centri di accoglienza, formazione e orientamento; 5 Cittadelle Cielo nel mondo, 450.000 Cavalieri della Luce, profeti di verità ed evangelizzatori di strada. Una missione che ha suscitato e favorito la carità di tanti che si sono fatti carico degli ingenti oneri economici dei diversi progetti del movimento per sostenere un popolo della luce desideroso di comunicare e testimoniare con impegno costante e dedizione apostolica la gioia vera del Cristo Risorto anche negli angoli più oscuri della terra, dove regnano le tenebre del male e dell’indifferenza.

Fonte: La Croce Quotidiano

I coniugi Beltrame Quattrocchi: una santità di coppia

«Una delle novità del terzo millennio saranno le famiglie sante», affermò il Santo Padre Giovanni Paolo II. La vocazione universale alla santità, di cui parlano i documenti del Concilio Vaticano II, non riguarda più soltanto preti e suore, religiosi e consacrate, o comunque singoli fedeli, ma passa anche attraverso l’amore coniugale. È quanto testimoniano gli sposi Beltrame Quattrocchi, i primi a essere canonizzati proprio in quanto coniugi.

«I coniugi si fanno santi insieme, in quanto marito e in quanto moglie». Così Mons. Giuseppe Mani, Arcivescovo Emerito di Cagliari e promotore della causa di beatificazione dei coniugi Beltrame Quattrocchi, ha introdotto la storia della prima famiglia canonizzata in un incontro a Salerno promosso dall’Associazione Dives in Misericordia.

Luigi Beltrame nacque il 12 gennaio 1880 a Catania. Fu cresciuto da uno zio che non aveva figli, dal quale assunse anche il cognome Quattrocchi. Maria Corsini, più giovane di Luigi di quattro anni, nacque invece a Firenze il 24 giugno 1884. I due si conobbero a Roma. Luigi studiò giurisprudenza, divenne un brillante avvocato e fece carriera all’interno dell’Avvocatura dello Stato. Maria fu iscritta all’Istituto Femminile di Commercio per Direttrici e Contabili, ma il suo interesse si rivolse prevalentemente all’approfondimento delle materie letterarie e della pedagogia, confluendo nella pubblicazione di diversi saggi. I due si fidanzarono nel marzo 1905 e il 25 novembre di quello stesso anno celebrarono a Roma il loro matrimonio nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Oltre a compiere con profonda dedizione i doveri legati alla propria professione, Luigi s’impegnò nel laicato cattolico in particolare tra le fila dell’Associazione Scoutistica Cattolica Italiana. Fu poi fondatore di un gruppo del Movimento di Rinascita Cristiana e barelliere nell’Unitalsi. Sua moglie si preoccupò invece soprattutto di educare alla fede le giovani della sua parrocchia e di assistere, in qualità di crocerossina, i soldati feriti e i malati. Come il marito, Maria fu molto attiva nell’apostolato, soprattutto nel Movimento Fronte della Famiglia.

L’unione dei coniugi Beltrame Quattrocchi fu benedetta da Dio con la nascita di quattro figli. «Luigi e Maria – prosegue Mons. Mani – costituirono una famiglia aperta a Dio e agli altri senza operare niente di straordinario di ciò che siamo abituati a cercare nei santi». Essi adempirono semplicemente con costanza alla propria missione di sposi e di genitori, rispettivamente di padre e di madre, ma soprattutto radicarono il loro amore nel terreno dell’Amore, irrigandolo quotidianamente con la preghiera comune del Rosario e della Santa Messa. Questo nella salute e nella malattia, nella buona e nella cattiva sorte. Non mancò infatti nella loro vita coniugale il tempo della prova, soprattutto in occasione della quarta gravidanza di Maria. Secondo il ginecologo presso il quale era in cura, ella avrebbe dovuto abortire la figlia, altrimenti avrebbe rischiato la propria stessa vita. Ma Maria non si lasciò intimorire dall’infausta prognosi del medico, anzi alimentò la sua fiducia nella Provvidenza divina. E non rimase delusa. Enrichetta nacque sì all’ottavo mese, ma senza che sua madre subisse quelle temibili conseguenze che le erano state preannunciate. L’orientare a Dio il proprio tempo, nel lavoro come nella carità operosa, consentì a Maria e Luigi di crescere nell’amore vicendevole e nello stesso tempo contribuì alla maturazione della fede dei figli sino alla scelta definitiva di tutti e quattro di offrirsi totalmente al Signore nella vita consacrata.

«La straordinarietà della loro santità è nell’ordinario. Quella vissuta dai coniugi Beltrame Quattrocchi – insiste l’Arcivescovo Emerito di Cagliari – è infatti la ‘santità media’ di cui parla Papa Francesco, quella possibile a tutti, poiché si adatta a tutte le situazioni umane e condizioni di vita».

Sebbene conclusero la propria vita terrena l’uno nel 1951 e l’altra nel 1965, la loro memoria liturgica non fu stabilita nel giorno della loro morte, bensì in quello delle nozze, a testimonianza del fatto che la fonte della loro santità è l’amore di Dio vissuto nel matrimonio. Un matrimonio che non durò un giorno, il tempo della celebrazione e dei festeggiamenti, ma che si abbeverò costantemente alla fonte inesauribile dell’Amore, perenne novità capace di scongiurare ogni noia e stanchezza.

«Attingendo alla parola di Dio ed alla testimonianza dei Santi, i beati Sposi hanno vissuto una vita ordinaria in modo straordinario. Tra le gioie e le preoccupazioni di una famiglia normale, hanno saputo realizzare un’esistenza straordinariamente ricca di spiritualità. Al centro, l’Eucaristia quotidiana, a cui si aggiungevano la devozione filiale alla Vergine Maria, invocata con il Rosario recitato ogni sera, ed il riferimento a saggi consiglieri spirituali (…). Care famiglie, oggi abbiamo una singolare conferma che il cammino di santità compiuto insieme, come coppia, è possibile, è bello, è straordinariamente fecondo ed è fondamentale per il bene della famiglia, della Chiesa e della società. Questo sollecita ad invocare il Signore, perché siano sempre più numerose le coppie di sposi in grado di far trasparire, nella santità della loro vita, il ‘mistero grande’ dell’amore coniugale, che trae origine dalla creazione e si compie nell’unione di Cristo con la Chiesa (cf. Ef 5, 22-33)». Così si espresse Giovanni Paolo II, in occasione della loro beatificazione, il 21 ottobre del 2001.

Modellata sulla straordinaria ordinarietà della Santa Famiglia di Nazaret, la testimonianza di vita familiare dei beati coniugi Beltrame Quattrocchi, i cui corpi riposano nella cripta dell’Antico Santuario del Divino Amore a Roma, conduce Mons. Giuseppe Nasi a constatare infine che la sfida per l’uomo contemporaneo è proprio la fedeltà assoluta all’amore coniugale; «la grande sfida d’oggi è arrivare insieme alla santità. Questo è possibile perché la famiglia produce più amore di quanto ne consuma».

Fonte: LaCroceQuotidiano