Vuoi essere ‘infelice e contento’?

I consigli di Nerosfina per rovinarsi la vita

“Abbiamo sempre pensato che, in fondo, proprio questo è il desiderio di ogni uomo: vivere per sempre felice e contento. Lo diceva Seneca, lo diceva Sant’Agostino, lo diceva la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. Ebbene, si sono sbagliati”. Perché? Perché “tutti gli uomini per natura desiderano essere infelici”. È questa la tesi paradossale che l’autore assume e sviluppa in questo divertente e agevole libro di sole 70 pagine (Infelici e contenti. Sull’arte di rovinarsi la vita, Castelvecchi 2016, € 9), che presenta una copertina ironica ed efficacemente allusiva al suo contenuto: un uomo rappresentato nell’atto di tagliare con una sega lo stesso ramo dell’albero su cui siede.

L’autore misterioso non rivela la sua identità, sceglie lo pseudonimo Nerosfina e dice di sé: “Sono un uomo di mezz’età, un tipo piuttosto serio, vivo da solo, per lavoro parlo con molta gente, non esco quasi mai la sera, partecipo a molti funerali e pochi matrimoni, vesto sempre di nero. Si sa, il nero sfina”. Egli è dunque chiaramente un sacerdote, che redige una sorta di manuale in cui delinea i tratti fondamentali del ‘perfetto infelice’.

Il primo ingrediente per l’infelicità consiste nell’accogliere senza discernere tutti i pensieri ricorrenti, senza ‘buttare via niente’, ossia senza domandarsi se essi siano reali o immaginari, positivi o negativi, piacevoli o spiacevoli; anzi meglio ancora se si tratta di pensieri deliranti, ossessivi, autodenigratori o vittimisti. Per una buona dose d’infelicità bisogna fare spazio ai complessi e alla depressione, ossia a una “perpetua processione funebre per se stessi in cui noi siamo simultaneamente il marito morto e la vedova inconsolabile”. Allo stesso modo è opportuno accogliere tutti desideri, anche se sono contradditori tra di loro, perché “se volete essere infelici dovete indovinare ciò che piace agli altri e farvelo piacere”. Pertanto non occorre definire alcuna scala gerarchica dei propri valori e obiettivi: il presupposto dell’infelicità è infatti il disordine oppure l’ordine maniacale, e soprattutto la non scelta. Bisogna fare insomma come l’asino di Buridano, il quale morì di fame intanto che decideva dove fosse preferibile cibarsi rispetto ai due campi che aveva innanzi a sé. L’infelicità si alimenta con la trasgressione e l’inosservanza dei ‘buoni consigli’: “‘In famiglia ognuno ha il suo ruolo’. E voi fate il contrario: mettete la mamma al posto della moglie, il figlio al posto del marito, il cane al posto del figlio. Scegliete vostra madre come migliore amica, fatevi le canne con vostro padre e fate decidere a vostra sorella invece che a vostra moglie il colore dei muri di casa”. Al di là dell’ironia si comprende palesemente come l’infelicità di tante famiglie oggi dipenda proprio da tale confusione di ruoli e compiti. Per rovinare una relazione basta poco, per cui l’autore si limita a ricordare una massima molto semplice: “L’infelicità di una persona è direttamente proporzionale al fallimento delle sue relazioni”. Se “l’amore di un altro non si deduce dai suoi atti, ma si crede nei suoi atti”, allora “possiamo sempre rifiutare l’ipotesi che gli altri ci amino”, perché l’amore non si può dimostrare come una formula matematica. Un altro ingrediente necessario per procedere speditamente sulla via dell’infelicità è dato dalla superficialità, che sfugge alle domande fondamentali sul senso della propria esistenza. Infine Nerosfina individua in Ned Flanders dei Simpson il prototipo dell’‘infelice religioso’, ossia colui che interpreta la religione esclusivamente in senso volontaristico “come mezzo per il proprio miglioramento morale”.

Nella logica del paradosso sul quale il libro è giocato, alla stregua delle Lettere di Berlicche di Lewis, risulta dunque evidente che, accogliendo gli ottimi suggerimenti ironici e provocatori dell’autore e comportandovi altrimenti scoprirete invece il segreto della vera felicità, che non è frutto di una conquista personale, bensì piuttosto un dono che si riceve soprattutto nel momento in cui ci si preoccupa di rendere felici gli altri.

Fonte: FarodiRoma

Benedetto XVI: il coraggio della fragilità

Il libro di Brunori si legge come un romanzo

“Una vocazione al servizio di Dio e alla sua Chiesa, dall’infanzia nella Baviera cattolica fino alla quiete spirituale nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano”. Questo il filo rosso della poderosa, ma piacevole e scorrevole biografia di Joseph Ratzinger scritta da Giovan Battista Brunori, vaticanista del Tg2: Benedetto XVI. Fede e profezia del primo Papa emerito della storia (Edizioni Paoline 2017, pp. 447, € 28). È un libro che si legge “con facilità e con frutto. Ci aiuta a ricordare il cammino di una lunga vita di fede, di pensiero profondo, di testimonianza cristiana, di fedelissimo amore alla Chiesa e di servizio sempre più ampio, ai fedeli e all’umanità”. Con queste parole padre Federico Lombardi, già direttore della Sala Stampa Vaticana, esprime il proprio apprezzamento dell’opera nella sua prefazione al testo.

Papa Benedetto XVI è considerato un ‘alfiere della tradizione’, eppure ha concluso il suo ministero petrino con un gesto di una modernità assoluta, quello della rinuncia al pontificato.  Promotore di ‘una restaurazione innovativa’, come l’ha definita lo storico Regoli, Ratzinger non è stato soltanto ammirato – il suo Introduzione al cristianesimo è stato infatti un best seller a livello internazionale – ma purtroppo anche “temuto, osteggiato, diffamato, travisato, non capito”.

Prendendo le mosse dalla sua autobiografia, Brunori raccoglie le testimonianze di chi lo ha conosciuto, valorizza il racconto della sua famiglia che ne fa il fratello Georg, ma soprattutto attinge a piene mani al tesoro dei suoi scritti, delle encicliche, delle omelie e delle catechesi in cui rifulge la profondità intellettuale del grande e appassionato teologo. Certamente il pontefice tedesco è stato – come osserva acutamente il vaticanista – “un papa del pensiero più che del gesto, più un papa professore che un papa di governo. Un uomo che sa di non essere un papa ‘carismatico’ abile nel calcare le scene come il suo predecessore, ma che sa di poter smuovere il pensiero e il cuore degli interlocutori con la profondità del suo pensiero, la sua fede cristallina, i discorsi densi di spiritualità che propongono idee e valori che si diffondono con la forza della ragionevolezza, senza arroganza né timidezza”. Enfant prodige della teologia, “bollato in gioventù da qualcuno come ‘modernista’, considerato al Concilio un progressista, è divenuto per alcuni il Panzer-kardinal quando ha assunto la carica di prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Eppure lui è rimasto sempre lo stesso: ‘Sono gli altri a essere cambiati’, dirà un giorno”. Amante della sua Baviera, appassionato di musica e arte, cultore della bellezza e dello splendore della verità, Benedetto XVI ha fatto della liturgia la fonte perenne cui attingere forza per esercitare il proprio ministero petrino. “La liturgia della Chiesa è stata per me, fin dalla mia infanzia, l’attività centrale della mia vita, ed è diventata anche il centro del mio lavoro teologico”, ha raccontato. Ecco perché opportunamente la Fondazione Ratzinger ha scelto di pubblicare gli scritti liturgici di Benedetto XVI come primo volume della sua Opera omnia.

Egli era consapevole che una peculiarità della propria “missione” fosse proprio lo scrivere. Perciò, nonostante i suoi ventiquattro viaggi internazionali intrapresi anche per incontrare capi di Stato, rappresentanti delle altre confessioni religiose, giovani e fedeli di ogni parte del mondo, Ratzinger ha sempre considerato la scrittura il suo ‘riposo’. Vennero così alla luce le encicliche sulla carità, la speranza e la fede (pubblicata poi ‘a quattro mani’ con Papa Francesco), ma soprattutto i tre splendidi volumi su Gesù, frutto dell’appassionata e personale ricerca del volto del Padre di Benedetto XVI ed espressione di una ‘teologia in ginocchio’ tanto apprezzata anche dal suo successore.

 “Ratzinger è un uomo mite, molto timido, ma quando serve è duro e deciso, non si lascia condizionare, agisce sempre in piena autonomia”. Il dossier su padre Maciel, il fondatore dei ‘Legionari di Cristo’, la lotta alla pedofilia, la denuncia del carrierismo e della ‘sporcizia’ nella Chiesa, la riforma dello Ior costituiscono alcuni segnali precisi di tale determinazione. L’unico suo limite è stato l’aver concesso in diverse occasioni troppo spazio a “una curia nel complesso non all’altezza del pontefice, che frena i suoi slanci e indebolisce la sua azione di governo”. Come rileva Brunori a più riprese, è questa una delle ragioni del fraintendimento di alcune affermazioni e scelte del pontefice che furono intenzionalmente travisate e manipolate anche sul piano mediatico e culminarono nella fuga ad extra di documenti coperti da segreto. Eppure con la consueta mitezza che lo contraddistingue,  Papa Benedetto non arretrò dinanzi ai numerosi scandali, anzi assunse su di sé le critiche e gli insulti, mentre confermava la fiducia ai suoi collaboratori, pronti invece a tradirlo senza scrupoli. Così, mentre le forze per governare la barca di Pietro gli venivano meno, egli “ha avuto il coraggio di mostrarsi debole ma proprio questo ha esaltato la forza del suo messaggio: il ‘pensiero forte’ di un timido ‘papa professore’, che ha insegnato al mondo – con la parola, la preghiera, i suoi talenti di raffinato intellettuale europeo – che il papato è un servizio, non un potere”. Per questo motivo, come ha rivelato a Peter Seewald nel libro intervista Ultime conversazioni, Benedetto non è stato la fine né l’inizio del nuovo, bensì entrambi.

Auguri di cuore, buon 90esimo compleanno, Papa Benedetto!

Fonte: FarodiRoma

Francesco l’Incendiario

Il vaticanista Svidercoschi racconta il pontificato di Bergoglio

“La Chiesa aveva bisogno di una guida così, di un vero pastore, per il quale ogni riforma ritornasse all’essenziale del Vangelo e si ispirasse alla misericordia divina. E anche il mondo, in un tragico momento storico, aveva bisogno di una voce autorevole, che rivendicasse credibilmente le ragioni della pace e richiamasse tutti alla sobrietà del vivere, alla salvaguardia del creato e a prendersi cura della immensa schiera degli ultimi della terra, dei più diseredati, di quanti fuggono dalla miseria, dalle persecuzioni, dalla ferocia del terrorismo”.

Con queste parole Gian Franco Svidercoschi, giornalista e scrittore, ex vice-direttore de L’Osservatore Romano introduce il suo recente volume “Francesco l’Incendiario. Un papato tra resistenze, contraddizioni e riforme” (Tau Editrice 2017, pp. 196, € 13), entrando nelle pieghe del pontificato di Bergoglio, che sembra incarnare proprio il monito del fondatore della Compagnia di Gesù: “Andate, infiammate tutto”. Nel tratteggiare la figura del pontefice, definito ‘incendiario’ per il suo ardore e zelo apostolico, l’autore prende però le distanze sia dal “conformismo di chi esalta il Papa qualsiasi iniziativa prenda e come se fosse sempre lui il ‘primo’ ad averla presa”, sia “dal conformismo di chi invece si è schierato pregiudizialmente contro”. Con grande franchezza Svidercoschi nota infatti che Bergoglio “è uno che sa apprezzare le critiche, purché fondate e oggettive, anche se alla fine in genere decide sempre di testa sua. Quel che invece non sopporta è il rifiuto a priori, il pregiudizio”. Allo stesso modo il vaticanista rileva che le categorie di ‘destra’ e ‘sinistra’, come le etichette di conservatore o progressista, risultino difficilmente applicabili e inadeguate a un pontefice come lui, così sui generis. Francesco è sicuramente un riformatore, ma “non è un uomo di parte, né tanto meno un ideologo. Il suo pontificato, semmai, si caratterizza per un ritorno alle fonti evangeliche. Le sue accuse, ai sistemi politici e alle teorie economiche, vanno inquadrate in un’ottica umana e cristiana”.

L’autore si sofferma poi in particolare sul cambio radicale di registro linguistico operato da Bergoglio, “vivo, diretto, accattivante, semplice, che arriva alla gente”, su un certo “martellamento di parole-chiave – Chiesa in uscita, misericordia, tenerezza, popolo di Dio, sinodalità, collegialità, solidarietà, trasparenza”. In conformità al paradosso cristiano e nella prospettiva di un uomo del Sud del mondo, Francesco pone la periferia al ‘centro’ e i più poveri ed emarginati quali destinatari privilegiati del messaggio evangelico. “Ogni chiesa locale ritrovi il suo ‘prestigio’ spirituale”: è stato questo il motivo dell’indizione del Giubileo della Misericordia non solo a Roma ma anche in ogni diocesi.

Svidercoschi guarda al di là dell’“effetto Francesco”, ripercorre i principali gesti, i viaggi, le encicliche (con particolare attenzione all’‘ecologia integrale’ della Laudato si’), l’anelito ecumenico, gli incontri, lo scandalo Vatileaks 2 e le riforme del pontefice argentino volte a corroborare un sensus fidei alieno da forme di stagnante clericalismo. Ne emerge un profilo di “Papa che vive il Vangelo. Annunciandolo sempre di nuovo, ogni giorno, come se fosse la prima volta. E testimoniandolo con la propria vita, in ogni gesto, in ogni parola, in ogni decisione”. In questo modo Francesco sta guadagnando alla Chiesa sicuramente maggiore “dinamismo interno e credibilità esterna”. Quella del Papa argentino è dunque in definitiva, secondo l’autore, “una rivoluzione della speranza” tuttora in fieri, nel tentativo “di ripensare il messaggio cristiano in questa realtà e nella cultura che lo permea. E quindi di ripensare anche la Chiesa in riferimento, non solo a se stessa, ma al mondo, all’intera umanità”.

Fonte: FarodiRoma

Lavoro ed ecumenismo

Il valore dell’opera delle mani dell’uomo e la ‘passione per l’unità’ secondo Paolo VI

Invitato il 10 giugno 1969 a tenere un discorso all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT) a Ginevra, in occasione del 50° anniversario di fondazione, Paolo VI decise di visitare in quello stesso giorno anche il Consiglio Ecumenico delle Chiese, pronunciandosi così rispettivamente sia sul tema del lavoro che su quello dell’ecumenismo. Il recente libro a cura di Leonardo Sapienza (Paolo VI, Pietro è il mio nome, Edizioni VivereIn, pp. 93, € 7) riprende principalmente questi due discorsi, alcuni brevi interventi e pensieri del pontefice, insieme a degli appunti inediti riprodotti fedelmente dai suoi stessi manoscritti, che testimoniano l’attenzione pastorale di Montini su questi temi.

“Mai più il lavoro al di sopra del lavoratore, mai più il lavoro contro il lavoratore, ma sempre il lavoro per il lavoratore, il lavoro al servizio dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo”: questo l’appello accorato del pontefice all’OIT. La dignità del lavoro deriva infatti dal suo essere collaborazione dell’uomo all’opera di creazione di Dio e dal fatto che lo stesso “Gesù è conosciuto come il figlio del carpentiere”. Nel suo intervento Paolo VI denuncia senza mezzi termini le ingiustizie sociali della società industrializzata e tecnocratica che spesso, disumanizzando il lavoro, finiscono conseguentemente con lo spersonalizzare anche l’uomo. È invece opportuno auspicare una cooperazione coraggiosa e feconda tra governo, imprenditori e lavoratori al fine di perseguire “la pace universale per mezzo della giustizia sociale”.

“L’orientamento personale che il Papa ha voluto dare al suo ministero apostolico è d’altronde molto bene indicato dal nome che si è scelto, quello di Paolo”. Sul versante dell’ecumenismo, Papa Montini non rimane fermo alle sole parole, ma ne diventa testimone attraverso molti gesti concreti. Quelli più significativi sono stati “l’inginocchiarsi a baciare i piedi del Metropolita Melitone nella Cappella Sistina; l’offerta del suo anello al Primate Anglicano Ramsey; il dono della reliquia del capo di Sant’Andrea a Patrasso”. Tali gesti hanno poi ispirato ulteriori esemplificazioni del papato, dal flabello, l’ampio ventaglio cerimoniale adoperato durante la liturgia, fino alla tiara. Si racconta addirittura che, a seguito di un incontro con un Metropolita orientale, egli fece togliere la croce da tutte le sue calzature, a partire dalle pantofole papali, pur di venire incontro alle diverse sensibilità dei fratelli delle altre chiese. La ‘passione per l’unità’ di Papa Montini che gli fa esclamare “il nostro nome è Pietro” non tradisce però il significato autentico di un vero dialogo ecumenico, anzi mostra chiaramente come esso sia in se stesso sempre un mezzo, mai un fine. Scopo del dialogo tra le fedi resta infatti sempre e comunque “la pienezza di unità che Cristo vuole per la sua Chiesa una e unica”. In quest’ottica si comprende che l’ecumenismo “non è semplicismo, non è irenismo superficiale e incurante delle intrinseche istanze della verità religiosa”; è dunque, per certi versi, “un compito lungo e faticoso”, ma sostanzialmente una grazia da ricevere in dono dal Padre affinché tutti i suoi figli siano uno nel Figlio.

Fonte: FarodiRoma

Il ’68 fu vera ‘liberazione’?

Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) di Thérèse Hargot

“Siate Pocahontas e lasciate Biancaneve ai nani!”. Nel suo libro Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) (pp. 170, Sozogno 2017, € 16.50), tradotto in italiano da Giovanni Marcotullio, Thérèse Hargot  sollecita con questa provocazione le sue studentesse parigine a custodire la propria femminilità, a non concedersi al primo che capita, imparando anche l’arte di saper stare da sole quando necessario.

L’autrice è una giovane sessuologa belga, classe 1984, sposata e madre di 3 figli, laureata in filosofia con un master in scienze sociali alla Sorbona. Nel suo recente volume ha raccolto le testimonianze di molti suoi studenti legate a esperienze sessuali precoci e ne ha analizzato le pesanti ricadute sulla loro crescita e maturazione affettiva. Attraverso il suo lavoro di educatrice e formatrice in materia, la Hargot s’impegna infatti quotidianamente ad aiutare i giovani innanzitutto a conoscere il proprio corpo, a verbalizzare le proprie emozioni, i propri sentimenti e desideri, nella consapevolezza che non può esserci consenso all’atto sessuale senza autonomia né considerazione del suo significato.

In un contesto sociale in cui il sesso è invece spesso vissuto in una dimensione ludica come mera genitalità, la Hargot evidenzia soprattutto gli effetti drammatici della pornografia sulla sfera affettiva dei ragazzi, che li abitua a pensare al proprio partner come “una cosa da rivoltare per il proprio piacere” (p. 31). Col suo “nuovo must: dal ‘dovere di riprodursi’ al ‘dovere di godere’” (p. 31), la pornografia “è divenuta una valvola di sfogo del desiderio proibito: quello di lasciarsi dominare e di dominare” (p. 137). Il suo consumo favorisce l’insorgere di fantasie erotiche destinate a rimanere tali e dunque un motivo in più di frustrazione, in quanto non sono affatto compatibili con una relazione amorosa che voglia definirsi tale.

Nel suo saggio la Hargot rileva in particolar modo le numerose contraddizioni insite negli stessi slogan della ‘rivoluzione sessuale’. “Vietato vietare” o “L’utero è mio e lo gestisco io” ha comportato infatti che “sottraendo al corpo il suo valore sacro, di cui la morale paternalista si voleva garante, ha guadagnato per esso un valore di scambio, cioè di mercato” (p. 80). Per cui oggi nelle relazioni sessuali a farla da padrone è una ‘morale del consenso’, come la definisce la Hargot, dove quello che conta è semplicemente l’assenso tra i due amanti. Basta una volontà concorde a stabilire la moralità della pratica sessuale, nulla importa se si tratti soltanto di un’egoistica e reciproca strumentalizzazione per il proprio piacere. Tale tendenza, che sovverte palesemente la logica del dono sottesa a ogni vera relazione amorosa, emerge in particolar modo nella consolidata prassi della contraccezione. Parlare di sesso oggi non significa più parlare d’amore, ma trattare dei rischi e delle conseguenze di un rapporto sessuale: la contraccezione ha reso la sessualità “come potenzialmente foriera di una minaccia” (p. 73). Laddove “l’amore chiama alla fiducia e all’abbandono”, “il preservativo serve a proteggersi dall’altro” (p. 69).

E ancora, rispetto all’assunzione della ‘pillola del giorno dopo’, la Hargot sottolinea un evidente paradosso: “Le donne si proclamano a gran voce ‘libere, liberate’ quando sono permanentemente sotto il controllo di ormoni che fanno tacere il loro corpo” e “vantano le virtù di una pillola che diminuisce la loro potenza sessuale” (p. 102). In effetti, riducendo la libido sessuale, la ‘pillola del giorno dopo’ fissa gli ormoni femminili allo stato d’infertilità, ponendo in qualche misura sottocontrollo ormonale la loro libertà. Inoltre, se “sopprimere il ciclo mestruale significa permettere alle donne di lavorare ‘come degli uomini’” (p. 162), allora il femminismo ha fallito anche sul piano sociale, per cui le donne rimangono asservite a un sistema maschilista corroborato nel suo potere paradossalmente dalle loro stesse decisioni.

Un altro slogan della rivoluzione sessantottina recitava: “Un bambino, se voglio io, quando voglio io!”. Allora, se la pillola dovesse fallire, ecco pronto il rimedio definitivo a una gravidanza indesiderata, l’ultima frontiera della ‘liberazione sessuale’ delle donne: l’aborto. Esso viene definito dall’autrice con ironia tragica quale “servizio clienti della contraccezione” (p. 112). Un ‘servizio’ che fa due vittime: il nascituro e il cuore della madre che resterà segnato, con l’uccisione del proprio figlio, da una ferita indelebile e difficilmente rimarginabile.

A questo punto viene spontaneo chiedersi: ma fu vera ‘liberazione’? Alla luce di questi elementi sembrerebbe proprio di no. Tuttavia, secondo la Hargot, sulle macerie dell’ideologia femminista, è possibile, anzi è doveroso ricostruire proprio a partire da coloro che ora pagano il prezzo più alto di tale ‘liberazione’ sessuale, ossia le giovani generazioni, le quali necessitano di una nuova alfabetizzazione della dimensione affettiva e sessuale, che muova dalla consapevolezza che “l’amore non è un discorso, s’incarna nel quotidiano” (p. 152).

Fonte: FarodiRoma

“Primavera Hobbit”. Tolkien e l’esperienza cristiana

‘Il Signore degli Anelli’, una straordinaria parabola sull’uomo del nostro secolo

“Io in tutto, tranne che nell’altezza, sono un hobbit”. Si presenta così in una sua lettera J. R. R. Tolkien, quasi identificandosi con una delle bizzarre creature frutto del suo genio creativo, un unicum nel panorama della lettura fantasy e dell’epica.

“Secondo le statistiche inglesi, ‘Il Signore degli Anelli’ è il secondo libro più letto al mondo dopo la Bibbia”. Con il rilievo di questo dato il professor Andrea Monda, docente di religione a scuola e in televisione con la sua trasmissione “Buongiorno Professore” in onda su TV2000, ha inaugurato in una chiesa di S. Francesco alle Stimmate gremita di giovani la “Primavera Hobbit”, una serie di incontri dedicati all’approfondimento di personaggi e temi cari allo scrittore inglese promossa da don Fabio Rosini e dalla Pastorale Vocazionale della Diocesi di Roma.

Se è vero che ogni opera rispecchia la vita del suo autore, allora è necessario ripercorrere innanzitutto la biografia di John Ronald Reuel Tolkien. “Potremmo definirlo semplicemente con queste quattro parole: inglese, filologo, cattolico e papà”, ha affermato Andrea Monda.

“Per quanto non si trovino riferimenti espliciti a Dio e al cristianesimo, non possiamo trascurare il fatto che Tolkien andava a Messa tutti i giorni e collaborò, in virtù delle sue competenze filologiche per le quali fu anche professore a Oxford, alla traduzione della Bibbia di Gerusalemme. La sua fede salda gli fu trasmessa dalla madre che visse sulla propria pelle le conseguenze della conversione dall’anglicanesimo al cattolicesimo: fu costretta infatti a vivere in povertà e solitudine gli ultimi anni della sua vita”. Ecco perché quando un suo amico, padre Murray, gli fece notare in una lettera di rintracciare nella lettura della sua opera “una positiva compatibilità con la dottrina della Grazia”, Tolkien non esitò a replicargli di aver scritto “fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica”. Eppure lo stesso scrittore inglese non ebbe tale consapevolezza all’inizio della stesura dell’opera, ma sembra piuttosto che l’abbia maturata in seguito, mediante un’attenta e assidua lettura e rilettura del suo poema. “Solo l’angelo custode conosce il rapporto tra l’artista e la sua opera”, scrisse in una lettera.

Un giorno a Oxford un suo studente consegnò il compito di filologia lasciando il foglio completamente in bianco. Il professor Tolkien su quel foglio scrisse una semplice frase che divenne poi l’incipit di una storia: “In un buco della terra viveva un hobbit”. Di qui prende le mosse una narrazione il cui protagonista, Bilbo Baggins, appartiene a un popolo di strane creature, gli hobbit appunto, ‘mezziuomini’ e pantofolai, che lavorano e godono dei frutti della terra, che amano mangiare, bere, fumare e fare feste, accontentandosi di vivere in tutta pace e tranquillità nella Contea. Ma “i paradisi sulla terra finiscono male”, commenta Andrea Monda rispetto a un simile stile di vita. Per questo motivo Bilbo, che pure ama la Contea, da una parte sente che è un ambiente ristretto e limitante, dall’altra continua a coltivare il desiderio di vivere un’avventura, e per questo coglierà positivamente l’invito di Gandalf a seguirlo nella missione che gli propone. Questo suo distinguersi dagli altri hobbit, gli costerà però anche l’appellativo di “bizzarro” e la perdita della propria rispettabilità, quasi fosse un ‘traditore della patria’.

Alla stessa sorte sembra siano destinati anche gli hobbit protagonisti de “Il Signore degli Anelli”, in particolare Frodo e Sam. Infatti nell’opera che costituisce “una straordinaria parabola sull’uomo del nostro secolo”, per dirla con il professor Monda, “assistiamo al capovolgimento dell’epica classica e dello schema tipico della ‘cerca’. Nelle grandi saghe infatti l’eroe è colui che intraprende un viaggio per una conquista o interviene a sconfiggere i nemici per ripristinare l’ordine; qui invece il grande viaggio non è per prendere ma per perdere; non è intrapreso per affermare se stessi bensì per rinunciare”. Nel rovesciamento del modello dell’epica classica emerge la grande novità del poema tolkieniano, che può sintetizzarsi nella morale del Magnificat. Così la Compagnia dell’Anello, pur essendo “un’armata Brancaleone scalcagnata, riesce nell’impresa, e non perché i suoi componenti siano validi, bensì semplicemente perché i suoi membri insieme costituiscono una compagnia”; le torri degli eroi solitari cadono “perché ha rovesciato i potenti i troni”. È l’epopea degli umili, e gli hobbit lo sono, perciò accade “paradossalmente che Sauron, pur essendo un grande occhio, guardi ma non veda, accecato dalla brama di potere; laddove invece Frodo, nell’osservare Gollum, vede se stesso e ne ha compassione, alla stregua di Bilbo che, a suo tempo, avrebbe potuto uccidere quella misera creatura ma non lo fece”.

Con questa sua narrazione Tolkien, che pure aveva vissuto in prima persona la tragedia della Grande Guerra e ne aveva visto l’orrore in trincea sul fronte francese a Verdun, non ha costruito una banale letteratura fantasy d’evasione, ma ha voluto proporre all’uomo contemporaneo un’altra logica più efficace e adeguata alla realtà, ossia quella dell’eroismo della rinuncia e dell’umiltà, poiché “il superuomo non ci sarà, ma ci salverà il mezz’uomo”. E allora che la “Primavera Hobbit” abbia inizio!

I prossimi appuntamenti con il Prof. Andrea Monda sono in programma il 9, il 16 e il 23 maggio sempre alle ore 19 presso la stessa Chiesa di S. Francesco alle Stimmate.

Fonte: FarodiRoma

“Libertini e moralisti hanno in comune il rifiuto del Padre”

Le ‘riflessioni inattuali’ sulla Quaresima di don Fabio Bartoli presentate da Costanza Miriano

“La Quaresima non è un sacrificio che ci viene chiesto, ma un’opportunità che ci viene data”. Con queste parole la giornalista e scrittrice Costanza Miriano ha introdotto il libro Per fortuna c’è la Quaresima! Riflessioni inattuali, pubblicato recentemente da Ancora (€  10, pp. 112), l’ultima fatica di don Fabio Bartoli, parroco nella chiesa di S. Benedetto al Gazometro.

“Viva Dio, cioè viva io. Noi invece abbiamo l’idea che per essere cristiani dobbiamo reprimerci. Abbiamo l’idea che la vita morale sia fatta di tagli. Ma non è così. Dio ama il corpo, lo ama talmente che ne ha voluto uno per sé”, ha aggiunto don Fabio nel corso dell’incontro di presentazione del suo volume. In esso l’autore sviluppa una riflessione che, meditando sugli atteggiamenti e i gesti che la Chiesa raccomanda nel tempo quaresimale, va al cuore dei contenuti della fede nella forma agevole di una sorta di epistolario. “Sembra quasi la trascrizione di una delle nostre chiacchierate su ‘la vita, l’universo e tutto quanto’, come scherzosamente chiami i nostri colloqui” – scrive don Fabio nell’introduzione – e in effetti questo libro nasce proprio dall’esigenza di rispondere in maniera puntuale agli aneliti del cuore di uno dei giovani della parrocchia alla ricerca di un significato pieno per la propria esistenza.

“Ogni nostro desiderio è una traccia del desiderio di Dio – ha proseguito don Fabio citando C. S. Lewis – e l’ascesi consiste nello scegliere il desiderio migliore, quello cioè che mi porta più velocemente a Dio, laddove il diavolo punta a rompere tale relazione tra il nostro desiderio e Dio, inducendo la creatura a ridurre il Creatore alla creazione, alla stregua di Eva nel paradiso terrestre”.

“Allora qual è il peccato più grande dell’uomo, quale il suo limite?”, gli ha domandato la Miriano. “Il male maggiore è la dimenticanza, l’oblio del Padre”, ha subito replicato don Fabio.  “Libertini e moralisti hanno in comune il rifiuto del Padre: i primi perché vogliono fare quello gli pare e non vogliono saperne del Creatore; i secondi perché si comportano secondo la Legge quasi a voler meritare la salvezza, per ottenere quello che gli spetta. I moralisti non hanno capito che invece Dio vuole donare a noi molto di più di quello che ci spetta. Pertanto questi ultimi sono peggiori dei primi, poiché se i libertini fanno del male solo a sé stessi con la loro condotta difforme al Vangelo; i secondi arrecano danno non solo a sé ma anche al prossimo, offrendo una contro-testimonianza nel non aver compreso che il cristianesimo è l’elogio dell’imperfezione e la salvezza il dono gratuito di Dio che si accoglie e non si ottiene per le sole proprie forze”. In merito al legame tra natura umana e grazia divina, egli ha evidenziato di conseguenza che “il problema non è il peccato, quanto piuttosto il rimanere nel peccato”.

Sollecitato infine da Costanza Miriano sui tre pilastri della Quaresima, don Bartoli ha sottolineato in merito alla preghiera, che occorre “viverla come dono del tempo a Dio”. Quindi il suo consiglio è di silenziare lo smartphone e dedicare possibilmente “tanti brevi momenti di  preghiera”, poiché è poco proficuo se non addirittura “inutile stancare la mente nella preghiera”, come sosteneva S. Agostino. Tuttavia “questo tempo, che è solo di Dio, non va affidato alla spontaneità”. Bisogna cioè decidere molto semplicemente a che ora e quanti minuti pregare per farlo al meglio. Riguardo all’elemosina egli ha detto chiaramente che “se non si capisce a che serve non si fa. Dunque, si fa l’elemosina per aiutare se stessi, non gli altri. Perché colpendo l’egoismo mortifico me stesso e assomiglio di più a Dio. In tal senso evidentemente più dono, più guadagno”. Sul significato del digiuno ha aggiunto ancora che esso serve per “riscoprire il cibo come dono. Trattieni la tua fame, perché così quando mangerai, il cibo sarà luogo d’amore e di comunione”. Digiuno, preghiera ed elemosina sono pertanto delle dimensioni fondamentali da riscoprire nel cammino quaresimale per canalizzare in maniera adeguata rispettivamente “la nostra passione del cibo, l’uso del tempo e del denaro”, nella consapevolezza che “a Dio non interessa che siamo perfetti, ma che lo cerchiamo con desiderio vivo e siamo innamorati di Lui”.

Fonte: FarodiRoma

La scienza moderna? Nasce nel Medioevo

«Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti», scriveva Isaac Newton in una lettera all’amico Robert Hooke, anch’egli membro della Royal Society e protagonista meno conosciuto della rivoluzione scientifica del Seicento. Nel rilevare che le scoperte scientifiche moderne avessero in realtà radici antiche, il padre della legge di gravitazione universale citava però testualmente e, probabilmente in modo inconsapevole, un altro grande filosofo francese e teologo medievale. Si tratta di Bernardo di Chartres, maestro di una delle più importanti scuole cattedrali del XII secolo, divenuto celebre proprio per il noto aforisma: «Siamo nani sulle spalle dei giganti».

Anche nel Medioevo si ritrova dunque la stessa consapevolezza degli scienziati moderni, la coscienza cioè che ogni scoperta scientifica non è l’esito di un’intuizione astorica di un ‘illuminato’, quanto piuttosto il frutto di un’attenta e lucida capacità di leggere la realtà della natura per rintracciare in essa i rapporti e i legami tra le diverse cose. Non bisogna perciò accostarsi alla realtà con tesi preconfezionate o mettere in questione un fenomeno prima ancora di osservarlo, bensì è opportuno cogliere e accogliere la realtà a partire dalla bellezza che si dischiude sotto i propri occhi.

I medievali sapevano bene infatti di non essere scopritori di nuovi fenomeni, ma soltanto meri inventores (dal verbo latino invenire, cioè trovare), “trovatori” nella realtà creaturale di rapporti qualitativi e quantitativi tra le cose in grado di manifestare con maggiore evidenza la costante dipendenza nell’essere dall’Essere, ossia delle creature dal Creatore. I metodi attuati per stabilire questi rapporti al servizio di tale scopo furono le arti liberali, cioè le discipline del trivio (la grammatica, la dialettica e la retorica), ma soprattutto quelle del quadrivio (la matematica, la geometria, la musica e l’astronomia). Lo studio delle sette arti liberali iniziò a essere praticato sin dagli albori dell’Alto Medioevo per poi essere incentivato in età carolingia, grazie al notevole contributo del maestro di corte di Carlo Magno, Alcuino di York, colui che contestò fortemente all’imperatore franco la conversione dei Sassoni a fil di spada. Egli promosse lo studio di queste discipline come propedeutico a quello della lectio biblica e del sapere teologico. Mediante una metafora particolarmente efficace sul piano comunicativo, Alcuino associò le sette arti liberali alle sette colonne che sorreggono il tempio della Sapienza.

Coloro che studiavano tali discipline furono allora tutt’altro che i beceri e rozzi ignoranti vissuti nei ‘secoli bui’ dominati dalla superstizione religiosa dipinti da una certa storiografia che si è sovrapposta alla storia nella pretesa di coprire la verità con la menzogna, allo scopo di screditare la Chiesa Cattolica e la ‘vittoria della ragione’ nella civiltà cristiana, per dirla parafrasando il titolo di un bel volume del sociologo americano Rodney Stark. Tralasciare, o peggio, ignorare intenzionalmente queste fonti medievali significa pertanto precludersi ogni possibilità di autentica comprensione dell’avvento della scienza moderna, e con essa, delle ragioni profonde sottese allo stesso metodo scientifico messo a punto da Galilei.

Nel solco di tale riflessione si sviluppa l’indagine molto ricca e accurata di James Hannam, fisico e dottore di ricerca in storia e filosofia della scienza presso il Pembroke College dell’Università di Cambridge. Egli è autore del volume Gods Philosophers, pubblicato dapprima nel Regno Unito nel 2009, poi riedito nel 2011 negli Stati Uniti col titolo The genesis of Science e tradotto recentemente in italiano (La genesi della scienza. Come il Medioevo ha posto le basi della scienza moderna, a cura di Maurizio Brunetti, D’Ettoris Editori, Crotone 2015, pp. 493, € 26,90).

All’alto Medioevo risalgono infatti invenzioni e tecniche che contribuirono a migliorare l’agricoltura, quali il sistema di rotazione dei tre campi, l’aratro in ferro e il bilancino, ossia un tronco disposto orizzontalmente al quale veniva imbrigliato l’animale da soma che consentì di aumentare il peso dei carichi e di uniformare le forze dei buoi e dei cavalli. Nei primi secoli del Medioevo si diffuse anche la pratica della ferratura degli zoccoli dei cavalli, al fine di migliorarne le prestazioni. Nell’Europa medievale furono inventati gli occhiali; gli orologi meccanici, straordinarie espressioni del patrimonio di conoscenze meccaniche dell’epoca; la staffa, che trasformò la cavalleria leggera in pesante e i mulini a vento. Furono poi potenziate e perfezionate le invenzioni provenienti dall’Oriente, quali la bussola, la carta, la stampa e la polvere da sparo, raggiungendo risultati sorprendenti.

Che la scienza medievale abbia preparato il terreno a quella moderna lo attestano numerosi personaggi illustri, che sono ecclesiastici, monaci, maestri di arti liberali attivi nelle scuole cattedrali francesi e inglesi e nelle università. Innanzitutto Gerberto d’Aurillac (950-1003), monaco e primo papa francese, che assunse il nome di Silvestro II, grande studioso di matematica e astronomia, che contribuì alla diffusione dei numeri indo-arabi in Occidente anche mediante l’invenzione dell’abaco e che redasse probabilmente un manuale d’istruzione per l’utilizzo dell’astrolabio, uno strumento che consentiva di ricavare l’ora locale dall’osservazione della posizione delle stelle e dei pianeti. Riguardo allo studio dei fenomeni naturali fu poi significativa la figura di Guglielmo di Conches (1085-1154), maestro della scuola di Chartres che tentò di conciliare la Genesi con il naturalismo del Timeo platonico. Egli introdusse un’importante distinzione tra la causa prima delle realtà create, che è sempre il Creatore, e le cause seconde, ossia le legge naturali, considerate invariabili e regolari, la cui indagine non pregiudicava assolutamente l’onnipotenza divina. In virtù di tale distinzione «egli non solo possedeva una giustificazione per indagare la natura senza violare la sovranità di Dio, ma aveva anche una ragione per credere che la natura fosse sufficientemente regolare nel suo funzionamento da meritarsi di essere esplorata in dettaglio» (p. 92). Ben prima di Galileo i medievali furono in realtà consapevoli che il mondo naturale fosse un libro scritto dal dito di Dio quasi alla stregua della Scrittura e che, in quanto tale, dovesse essere esplorato.

Per l’acquisizione di elementi scientifici su cui fondare lo studio delle discipline del quadrivio prima dell’arrivo in Occidente dei testi di fisica di Aristotele furono particolarmente utili alcune traduzioni di opere di autori antichi realizzate nel XII secolo. Mentre l’inglese Adelardo di Bath tradusse dal greco in latino gli Elementi di Euclide, un testo basilare per la conoscenza della geometria; Gerardo da Cremona tradusse nella stessa lingua direttamente dall’arabo l’Almagesto, ossia il Trattato matematico di Tolomeo, che costituiva una summa delle conoscenze astronomiche greche. Con le traduzioni e i commenti agli scritti di fisica aristotelici si diffusero le più svariate interpretazioni della realtà naturale soprattutto nel mondo arabo. E, contrariamente a quanto si possa pensare, nemmeno la condanna del 1277 di 219 tesi averroiste da parte del vescovo di Parigi Tempier, che pure inasprì la diatriba tra filosofi e teologi, poté arrestare la possibilità di nuove ricerche scientifiche. Anzi, proprio grazie a tale divieto, «i filosofi naturali non erano più costretti a seguire pedissequamente Aristotele, ma potevano fare appello alla libertà di Dio di fare le cose diversamente per sviluppare teorie al di fuori del paradigma aristotelico» (p. 138). Così poté cominciare già nel XIV secolo, con le formulazioni dei maestri calculatores del Merton College di Oxford, un processo di matematizzazione dei fenomeni naturali che sarà poi condensato nelle leggi fisiche moderne sul moto e sulla velocità.

È allora indubbiamente un falso mito quello secondo il quale nell’età medievale l’autorità della Scrittura avrebbe impedito o comunque limitato e influenzato negativamente la ricerca in ambito naturale. Se fosse realmente accaduto ciò, non si spiegherebbe perché, nonostante nel libro di Giobbe si parli dei «lembi» (Gb 38, 13) della terra, pressoché nessun medievale abbia mai creduto che la Terra fosse piatta. E ancora, basti ricordare che un pontefice come Innocenzo III (1198-1216), mediante l’osservazione, sapeva bene che quella della luna fosse soltanto una luce riflessa dal sole, nonostante la Genesi descrivesse «due luci grandi» (Gen 1, 16).

Contro il pregiudizio ideologico della storiografia dapprima protestante, poi illuministica e infine scientista di un passaggio traumatico dalla non scienza dell’età antica al metodo sperimentale della modernità, che tralascia e oltrepassa la «grande interruzione» dei ‘secoli bui’, l’indagine storica ed epistemologica condotta da Hannam sulle radici medievali della scienza moderna ha dunque il grande pregio di mostrare attraverso le fonti una storia troppo spesso misconosciuta di uomini che, mediante la fatica dello studio e della ricerca, hanno contribuito notevolmente al lento e graduale evolversi della conoscenza scientifica.

Fonte: Il Timone (Rivista mensile di informazione e formazione apologetica)