Il cammino dell’uomo a Dio nei sei giorni della creazione

“‘In principio Dio creò il cielo e la terra’ (Gen 1, 1). All’origine di tutto c’è un Altro. Le cose non iniziano da noi. La realtà non ci obbedisce. Noi entriamo sempre ‘in corsa’, a partita iniziata”. Sin dall’incipit della Sacra Scrittura, ma in particolare nel racconto dei sei giorni della creazione, è possibile individuare le tappe fondamentali di un preciso iter utile al proprio discernimento interiore.

Tale itinerario spirituale viene delineato con cura e premura pastorale nei suoi passaggi salienti nel recente volume L’arte di ricominciare (San Paolo, 2018) di don Fabio Rosini, Direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma e ideatore del percorso i ‘Dieci Comandamenti’, o meglio delle ‘Dieci Parole’ come egli stesso ama definire i precetti divini, che consente di “introdurre i giovani al discernimento sulla Volontà di Dio, allo scopo di aiutarli a prendersi ‘la parte migliore’, intesa come la propria vocazione”.

Ripercorrendo il racconto della creazione, Rosini individua le fasi principali di un percorso interiore da intendersi come “un’operazione di liberazione dal ‘falso sé’. Tutta la fatica, dalle prime evidenze alle priorità, passando per i limiti, distinguendo ispirazioni da suggestioni, e capitalizzando grazie e umiliazioni, è la fatica del viaggio verso se stessi sotto lo sguardo tenero di Dio, che ci vede così infedeli a quello che ci ha dato, così trasandati sulla nostra gloria”.

Nel suo commento esegetico al primo giorno della creazione, Rosini afferma in maniera apodittica che “tutti gli errori della nostra vita vengono almeno in piccola parte da questa cantonata: non aver rispettato le cose per come sono”. Obbedire alla realtà è dunque la prima evidenza, mentre la creazione della luce suggerisce che “tutto il tempo passato a non amare è notte”. La separazione delle acque del secondo giorno allude piuttosto alla necessità di imparare a riconoscere “quello che ci fa male da quello che ci fa bene”, selezionando opportunamente le proprie priorità, dando cioè il giusto peso ai doveri del proprio stato di figlio e studente, di marito e padre, di moglie e madre. Il terzo giorno della creazione offre il motivo per riflettere sul dono dei propri limiti, dal cui rifiuto scaturì il peccato originale. Al contrario, “i limiti per Gesù sono occasioni di relazione al Padre. Sono la sua occasione per essere figlio”. Egli “non li sfugge, ma li usa”.

Sull’esempio di Cristo “la fame è per chiedere a Lui il pane quotidiano, per sperimentare la sua provvidenza; le cose che non capiamo sono il momento dell’abbandono; la povertà è il luogo per disobbedire all’ansia e passare alla fiducia”. Le fonti di luce maggiore e minore create da Dio per governare rispettivamente il giorno e la notte durante il quarto giorno, ovvero il sole e le stelle, alludono alle ispirazioni dello Spirito Santo, che propongono alla libertà dell’uomo “un bene cui potersi aprire”, mentre invece le suggestioni, che si presentano sempre con i tratti di un’urgenza impellente, vengono dal maligno. Assolutizzando solo un aspetto della realtà le suggestioni arrecano ansie e preoccupazioni prima di dissolversi, mentre le ispirazioni “appaiono luminose anche il giorno dopo, perché hanno in sé un briciolo d’eternità”.

Di qui le parole di benedizione del Creatore: “Siate fecondi e moltiplicatevi!” (Gen 1, 22) pronunciate nel quinto giorno della creazione rimandano all’esigenza di imparare a “rinvenire, accogliere e assecondare la benedizione di Dio nella nostra esistenza”, poiché “ci è consegnata la vita benedetta”. Custodire la propria esistenza equivale in effetti a essere fedeli alla propria realtà, evitando “tutti i sistemi idolatrici, di aspettative, di proiezioni su oggetti o progetti, che sono in fondo disgusto di sé”. Perciò “se uno vuole un’altra cosa che la propria esistenza, smette di benedire ciò che ha e ciò che è”.

Nel sesto giorno della creazione la terra chiamata a produrre esseri viventi (cf. Gen 1, 24) evoca la necessità di morire all’amor proprio per portare molto frutto. Anche il tempo della prova può dunque essere valorizzato, come le umiliazioni ricevute, non solo quelle che subiamo a causa del nostro orgoglio, ma ancor più quelle che sembrano accadere ingiustamente. Tali umiliazioni sono molto preziose perché “consentono di vedere la potenza di Dio che crea dal nulla”, proprio nella misura in cui “ci crocifiggono, ci danno occasione per consegnarci nelle mani di Dio e fargli compiere la sua opera”. “Fare memoria delle proprie umiliazioni” è particolarmente utile poiché consente di “ricordare tutte le volte che la vita ci ha rimesso al nostro posto”.

Il sesto giorno è anche quello della creazione dell’uomo che, nella relazione maschio-femmina, rivela la propria natura sponsale. Da qui ne deriva che “possiamo unirci alla cose, possiamo donarci nelle cose che facciamo”, nella consapevolezza che “ogni atto umano o è aperto all’amore, alla comunione, o è un inganno”. Infatti “solo l’amore spiega la nostra esistenza, io sono io nell’amore. L’amore è il punto di arrivo del mio percorso umano, solo l’amore mi identifica, solamente quando amo giro a tutta velocità, quando servo fiorisco”.

Se questa è la natura dell’uomo, allora a orientare il discernimento interiore non può essere la domanda “Ci sono?”, bensì quella “Per chi sono?”, alla quale si può rispondere adeguatamente soltanto avendo di mira “la vita altrui: che qualcuno esista a causa tua, che qualcuno cresca a causa tua, che qualcuno sia felice a causa tua”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“Elogio della sete”, la sete di Dio e il desiderio dell’uomo

“L’acqua la insegna la sete”, scriveva Emily Dickinson. Entrare in contatto con la propria sete, ossia con la natura profonda del proprio desiderio di felicità, di verità e di bene non è facile, per cui si preferisce spesso evitare di farlo, riducendosi alla “fiction di se stessi” e, nella peggiore delle ipotesi, alla morte della propria vita spirituale. Ma “che cosa insegna la nostra sete? Quale fonte essa illumina? Facciamo della nostra sete una scuola di vera conoscenza, nostra e di Dio? Oppure accettiamo di vivere in penuria di acqua, tentando di mascherare una sete cui non prestiamo ascolto?”

A queste domande prova a rispondere il libro di José Tolentino Mendonça, teologo e poeta, vice rettore dell’Università Cattolica di Lisbona, Elogio della sete(Vita e Pensiero, 2018), che raccoglie le sue meditazioni tenute durante gli esercizi spirituali della scorsa Quaresima per Papa Francesco e  la Curia romana.

Spesso si ha paura di riconoscere la propria secchezza e dunque la propria sete, anzi talvolta dinanzi alla vulnerabilità estrema, quando si è schiacciati dai propri limiti, la sete può diventare anche fonte di aggressività nei confronti del prossimo. Ripercorrendo le pagine della Scrittura fino all’ultima espressione pronunciata da Gesù nel libro dell’Apocalisse: “Chi ha sete venga a me” (Ap 22, 17), Mendonça sottolinea che il desiderio è “una tensione, una ferita sempre aperta, un’aspirazione che ci trascende”, che nessuno oggetto può mai soddisfare pienamente. Esso non deve perciò essere confuso col bisogno, che invece si colma con la soddisfazione di una necessità. Pertanto “l’infinito del desiderio è desiderio di infinito”. Se il desiderio autentico aiuta a trascendere il proprio io, cedendo spazio all’altro e liberando dalla tirannia del proprio egoismo, i nemici peggiori del desiderio sono allora accidia e indifferenza, i quali provocano “una devitalizzazione interiore” che si traduce in una “mancanza di presenza e di interesse” per ogni accadimento o persona.

“Chi si ritiene sazio o poco interessato ad accettare uno svuotamento di sé, spegne il proprio desiderio”. In una società che ha nevrotizzato tutte le forme del desiderio, la sete si lega di frequente “a oggetti finiti”, a “idoli, innalzati al posto dell’assoluto”. Il desiderio diventa così una trappola ingannatrice, per parafrasare Simone Weil.

Il desiderio autentico del cuore umano è piuttosto “una sete diversa: è il desiderio di essere amato, guardato, curato, desiderato e riconosciuto”. Per questo motivo alla sete dell’uomo di verità e pienezza di vita viene incontro la sete dell’uomo da parte di Dio che da sempre precede ed eccede ogni desiderio umano e si fa carne nel suo Figlio. In particolare, nell’incontro con la Samaritana, “Gesù chiede da bere, ma è Lui che darà da bere”. Cristo è l’acqua viva, eppure ha sete di dissetare la sete dell’uomo, come testimoniano le sue parole sulla croce “Ho sete” (Gv 19, 28): “la sete è così il sigillo del compimento della sua opera e, allo stesso tempo, del desiderio ardente di fare dono dello Spirito, vera acqua viva capace di dissetare radicalmente la sete del cuore umano”.

Questa sete d’amore di Cristo effusa nello Spirito Santo costituisce la fonte della stessa sete dell’uomo, ossia della sua capacità di desiderare e possibilità di amare ed è seme di vita piena e promessa di gioia vera. Ne era ben consapevole Madre Teresa di Calcutta che in proposito conferma: “A meno che voi non sentiate nel profondo di voi stessi che Gesù ha sete di voi, non potrete cominciare a capire ciò che lui vuole essere per voi e voi per lui”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Lewis, oltre a Narnia c’è l’apologeta

Il cristianesimo di Clive Staples Lewis non è soltanto quello che traspare sotto il velo dell’allegoria nel suo straordinario romanzo fantasy Le Cronache di Narnia. I grandi temi della fede cristiana, in particolare la bontà e l’onnipotenza divina, la caduta dell’uomo, il peccato e le sue conseguenze,  e in specie il dolore umano e la morte, sono infatti affrontati dall’autore inglese in una serie di saggi contenuti in The Problem of Pain e pubblicati nel 1940.

Nella prefazione a Il problema della sofferenza (Morcelliana, 2017) egli scrive: “Se qualche parte di questo libro fosse ‘originale’, nel senso di lontano dall’ortodossia, questo è contro la mia volontà e risultato puramente della mia ignoranza”, manifestando così la propria vocazione intellettuale di vero apologeta. Docente a Oxford dal 1925, collega e amico di Tolkien, Lewis passò dall’intuizione ideale dell’esistenza di Dio alla consapevolezza della sua presenza nella vita quotidiana e, di qui, dall’anglicanesimo a una fede cattolica vissuta come esperienza e incontro con Cristo. Allo stesso modo, quanto egli teorizzò ne Il problema della sofferenza confluì nell’esperienza personale del dolore che visse in seguito alla morte della moglie e che raccontò in Diario di un dolore.

Riguardo al tema dell’amore e dell’onnipotenza del Creatore, egli afferma che “la bontà divina differisce dalla nostra non come il nero dal bianco, ma come differisce dal cerchio perfetto la prima ruota disegnata da un bambino”, per cui il compito della creatura è quello di rispondere generosamente a tale chiamata all’amore del suo Creatore. “La nostra più nobile e più alta iniziativa dev’essere risposta, non iniziativa – scrive Lewis – poiché la nostra possibilità di amare è un suo dono e la nostra libertà, una libertà di rispondere meglio o peggio”. A tal proposito, con una chiarezza disarmante e senza mezzi termini, egli precisa, ancora in ossequio alla dottrina cristiana, che “quando vogliamo essere qualcosa di diverso da quel che Iddio vuole che siamo, noi vogliamo ciò che in realtà non potrà renderci felici”.

Relativamente al tema del dolore, egli lo definisce come “il rude gusto della realtà che non è fatta né da noi, né per noi, ma che ci colpisce in faccia”. Il dolore può essere però talvolta anche “il tocco del Maestro”, ovvero una spia intelligente che evita che “possiamo riposare soddisfatti sui nostri peccati e sulle nostre stupidità”. Infatti “il dolore insiste per essere ascoltato. Dio si fa dolcemente sentire nei nostri piaceri, parla alla coscienza, ma nel dolore colpisce; è il suo portavoce per svegliare il mondo sordo”. In tal senso la sofferenza risulta allora come un’arma a doppio taglio, e l’autore de Le Cronache di Narnia ne è ben consapevole, in quanto se da un lato può portare anche “alla ribellione finale e impenitente”; dall’altro, decisamente auspicabile, “è l’unica possibilità di correzione per il cattivo”, perché “rimuove il velo, innalza la bandiera della verità sulla fortezza dell’anima ribelle”.

Riguardo alla meta ultima delle anime e ai novissimi, l’autore inglese evidenzia che se per i dannati “le porte dell’inferno sono chiuse dal di dentro”, poiché costoro sono “schiavi di loro stessi”, al contrario i beati “se si sono sottomessi per sempre all’obbedienza, diventano nell’eternità sempre più liberi”. Il premio che attende le anime fedeli è infatti il paradiso, in cui Dio si dona eternamente alle sue creature e dove ciascuno in una comunione perfetta d’amore e di pace è libero di esclamare con gioia: “Finalmente, questo è proprio ciò per cui sono stato creato”.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I Comandamenti raccontati da un bambino

“Per la prima volta un libro di catechismo è presentato come una fiction, il cui protagonista è un ragazzo che ascolta una voce, una voce interiore che è riflesso di una paternità che ci ha generato e ci genera ogni momento”. Con queste parole mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla e fondatore della “Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo”, ha illustrato recentemente in un incontro a Torino il leit motiv del suo recente volume “Le 10 parole di Tullio. I dieci comandamenti raccontati da un bambino (Electa Junior 2017, pp. 80).

Non è il solito manuale per il catechismo, ma un libro in cui la fede non è ridotta a una serie di contenuti da apprendere, ma è incarnata e vissuta da Tullio, un bambino di 11 anni, attraverso le risposte esistenziali che tenta di dare nello sforzo di corrispondere all’anelito del proprio cuore. Di fronte a ogni sua scelta si pone dunque il bene e il male, sia nel suo rapporto con gli amici e coi propri familiari che nel rapporto con le cose. Tullio scopre gradualmente e a proprie spese che non è bene coltivare sentimenti quali l’ira, l’invidia e la gelosia, che lo spingono persino a rubare una bici di un amico, giungendo a comprendere progressivamente che le 10 parole date da Dio a Mosé non sono un retaggio del passato ma, una volta interiorizzate, sono le parole che il Creatore dice alla sua vita e dunque le ‘sue’ parole.

Mons. Camisasca non ha nascosto come nella società contemporanea risulti difficile educare i giovani alla fede. Tuttavia sebbene “l’epoca di crisi in cui viviamo è il vaglio di Dio, anche il nostro tempo ha le sue luci, le venute di Dio, le sue apparizioni”. Insieme alle ombre occorre perciò che i genitori educhino dapprima il loro sguardo e poi quello dei propri figli a guardare tali luci, tali segni della presenza di Dio viva e vera in mezzo al suo popolo.

Nella sua lucida analisi della situazione attuale egli ha capovolto la tesi diffusa per la quale “i giovani non ci sono”, individuando piuttosto il problema nell’assenza degli adulti, divenuti incapaci di leggere i segni della presenza di Dio nella realtà. Per il mondo degli adulti tutto si tinge ormai di negatività, perché essi hanno dimenticato quel “sano realismo cristiano, che si basa sul convincimento che Cristo ha già vinto e il demonio ha perso, per cui può soltanto cercare di trascinare con sé il maggior numero possibile di anime alla perdizione”. Per questo motivo – ha proseguito Mons. Cmisasca – “il trend del pensiero che domina la nostra società è quello di un uomo che agisce pensando di essere Dio: oggi sono i miei sentimenti il criterio della scelta di ciò che è vero o falso, bene o male”.

La radice della crisi attuale dell’educazione è la concezione comunemente diffusa di “un uomo dei diritti infiniti, senza debolezze, che non ha nessuno a cui chiedere perdono, perché non si percepisce più come una creatura”. Ma “se l’uomo non è più creatura, allora non c’è più educazione, perché educare è aiutare la persona a sviluppare tutti i semi che Dio ha posto dentro di lei. Educare è riconoscere il seme di Dio che è nell’altro e di cui io non sono il padrone”.

Ecco perché “l’educazione nasce da un atto di umiltà: io, che sia padre o madre, non sono dio della vita dei miei figli – rileva ancora mons. Camisasca – ma devo essere sole, acqua, aria, perché fioriscano i talenti che il Creatore ha seminato nel loro campo. Come Dio fa con noi, come Egli non si impone ma si propone, così un genitore è chiamato a fare: l’educazione è una proposta”. Una proposta che non rimanga ideale, ma s’incarni nella vita concreta di ogni giorno, facendosi testimonianza vera, in quanto “una verità non può trasmettersi senza il fascino della bellezza”.

Anche educare alla fede deve prendere le mosse da tale consapevolezza.“Gesù stesso infatti non ha mai fatto catechismo in modo sistematico: la dottrina non è un altro mondo, ma è questo mondo letto con gli occhi della fede”. Ecco il motivo del fallimento dell’impostazione tradizionale del catechismo inteso come un mero indottrinamento asettico e non piuttosto quale “introduzione alla vita cristiana”. Nel ribadire allora la necessità di insegnare la dottrina cristiana, il vescovo di Reggio Emilia ha sottolineato però anche l’esigenza di coniugare le verità rivelate con la vita concreta dei ragazzi, aiutandoli a comprendere che la fede non è qualcosa da imparare, bensì un orizzonte che coinvolga ogni aspetto della loro esistenza concreta. Pertanto “essi hanno bisogno di sapere che Dio è un Padre buono che ha cura di loro, devono imparare come è Dio e dove lo si vede e incontra; devono apprendere che il Creatore ha mandato il suo Figlio per la salvezza di tutti; ma anche che c’è il peccato, che l’errore non ha l’ultima parola sulla loro esistenza e che c’è una vita oltre la vita”. Ma ciò di cui un figlio ha più bisogno, prima di ogni cosa e della stessa fede, è naturalmente di sentirsi amato dai propri genitori ed educatori. La mancanza di tale sguardo d’amore contribuisce piuttosto a generare nei ragazzi comportamenti violenti. Infatti gli stessi ragazzi che giocano a fare i bulli vogliono solo attirare l’attenzione: è il loro grido d’aiuto perché non si sentono amati”. Pertanto “il bullismo  come ha infine osservato mons. Camisasca – non si risolve con l’educazione civica, ma costruendo comunità di persone capaci di ascoltarli e amarli”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il sogno di Giuseppe, dove Dio parla

«“Io amo molto san Giuseppe, perché è un uomo forte e silenzioso. Sul mio tavolo ho un’immagine di san Giuseppe che dorme. E mentre dorme si prende cura della Chiesa! Sì! Può farlo, lo sappiamo. E quando ho un problema, una difficoltà, io scrivo un foglietto e lo metto sotto san Giuseppe, perché lo sogni! Questo gesto significa: prega per questo problema!”. Con queste parole, il pomeriggio del 16 gennaio 2015, papa Francesco, di fronte alle famiglie riunite nel Mall of Asia Arenadi Manila, ha parlato della sua devozione a san Giuseppe e di quella statua del santo dormiente che si trova in un cassettone a fianco della piccola scrivania, nel suo studio della Casa Santa Marta, dove papa Bergoglio ha deciso di abitare dopo la sua elezione».

Si apre con questa nota biografica di Papa Francesco il recente volume La devozione a San Giuseppe dormiente di Marcello Stanzione (Segno Edizioni, pp. 202, €15), uno dei massimi esperti di angelologia a livello internazionale, dedicato al culto e alla venerazione del padre putativo di Gesù e del patrono della Chiesa universale.

«In ebraico, Giuseppe vuol dire che ‘Dio faccia credere’ o ‘affinché Dio aumenti, aiuti’». La sua figura di custode della Santa Famiglia è fondamentale nell’economia del disegno salvifico del Padre, come rileva acutamente San Bernardo di Chiaravalle: «Fu necessario che Maria fosse sposata a Giuseppe. Nulla di più saggio e di più degno della Provvidenza divina. Con un solo atto è ammesso un teste ai segreti celesti, ne è escluso il nemico, si conserva integro l’onore della Vergine».

Come per i grandi profeti, anche Giuseppe confida sempre nell’Altissimo e si dispone alla sua visita anche durante la notte. D’altra parte «nella Sacra Scrittura è chiaramente affermato che i sogni possono anche servire a Dio come strumento di comunicazione con gli esseri umani». Ecco perché «il suo sonno non era quello del vigliacco o dell’indifferente che si addormenta egoisticamente nell’incoscienza di tutto, ma era quello dell’uomo di Fede che sa che ad ogni giorno bastano la sua grazia e la sua pena, che nulla giunge che Dio non l’abbia voluto o permesso e che Dio non vuole o permette niente, in fin dei conti, che per il nostro più grande bene».

È questo il significato profondo della devozione a San Giuseppe dormiente. Infatti «Giuseppe, dopo i sogni con l’apparizione dell’angelo, si rende conto che Dio può creare fatti ed eventi nuovi, che l’uomo deve accettare, perché è possibile realizzarli. Contengono ispirazioni divine che risvegliano in lui l’uomo nuovo, retto e giusto, chiamato ad assumere la responsabilità di essere padre legale di Gesù». Oltre al suo totale abbandono alla volontà di Dio, egli è il servo umile, di cui San Francesco di Sales ha cantato le virtù, in particolare la verginità, la generosità e soprattutto la sua prontezza nel rispondere al comando dell’angelo. Egli «fu sempre anche oltremodo valoroso, costante e perseverante».

Sulla conclusione dei suoi giorni terreni, il drammaturgo spagnolo Lope di Vega in uno straordinario lirico poetico immagina che San Giuseppe sia stato abbracciato da Gesù nell’ora della sua morte: «Dio, seduto accanto a quel giaciglio, incoraggia il morente come un figlio. Giuseppe, che da gran dolore è colto, a quello del suo Dio appressa il volto. Gesù abbraccia quell’infermo amato ed il suo cuore piange addolorato».

San Giuseppe ha potuto così ricevere una speciale corona di gloria, che gli conferisce il ‘patrocinio’ sulla Chiesa, ossia un potere universale di intercessione. Lo sapeva bene Santa Teresa d’Avila allorquando affermò in proposito: «Ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe ci soccorre in tutto. Il Signore vuol farci capire che allo stesso modo in cui fu a lui soggetta la terra – dove san Giuseppe che gli faceva le veci di padre, avendone la custodia, poteva dargli ordini – anche in cielo fa quanto gli chiede».

Nella consapevolezza di tale premurosa, attenta e sollecita intercessione del custode della Vergine per ogni fedele che a lui ricorre, questo volume di don Marcello Stanzione presenta infine anche un’ampia raccolta delle più belle preghiere della tradizione cristiana a San Giuseppe affinché, sulle sue orme, ogni battezzato possa cooperare fedelmente all’opera di salvezza del genere umano realizzata dal Padre per mezzo del suo Figlio.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

L’angelo, il pensiero di Dio che arriva a noi

“Quello che viene detto sugli angeli in tanti bestseller di oggi è in contraddizione con la parola di Dio. Sono convinto che molti degli ‘angeli’ che sono così popolari tra i fanatici New age degli angeli oggi non sono niente meno che spiriti demoniaci che impersonano angeli”.

Con questa lucida analisi don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA), introduce il volume contenente gli atti del XIII Convegno Nazionale di Angelologia, svoltosi a Roma (Basilica San Giuseppe al Trionfale, 30 settembre – 1 ottobre 2017) sul tema: Gli angeli custoditra devozione e confusione (Ed. Segno, pp. 196, € 20), che raccoglie sia i contributi dei diversi studiosi che un cospicuo numero di testimonianze.

In relazione agli spiriti celesti, già “nei testi sumerici e assiro-babilonesi si parla spesso di messaggeri degli dèi o di dèi messaggeri. Inoltre, i babilonesi credevano che ogni uomo fosse accompagnato da uno spirito custode ilu, e che esistessero i geni protettori delle case, dei templi, dei palazzi e dell’intero paese, raffigurati come animali alati”. Nella mitologia greca è nota la figura di Ermes, presentato “come messaggero degli dei e come araldo, per comunicare gli ordini dell’autorità”. Nella filosofia di matrice platonica tali spiriti vengono concepiti come “potenze mediatrici tra Dio e l’uomo”, laddove per Aristotele essi hanno anche il compito di sovrintendere al movimento delle sfere celesti.

Ripercorrendo le pagine bibliche emerge la preziosità della loro missione al servizio del popolo di Dio, in specie nelle figure dei tre arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. “A ciascuno dei fedeli sta accanto un angelo come protettore e come pastore per condurlo alla vita”, scriveva san Basilio, in quanto “un angelo è in certo qual modo un pensiero personale con il quale Dio si è rivolto a me”, per dirla con le parole di Joseph Ratzinger.

L’iconografia tradizionale raffigura tali spiriti celesti con le ali. Ciò non è evidentemente senza significato: “le ali simboleggiano il fatto che gli angeli sono liberi da impedimenti fisici. A questo proposito Dionigi l’Areopagita afferma: “L’Ala simboleggia la prontezza ad elevarsi, la leggerezza delle ali indica che essi non hanno alcuna inclinazione terrestre, ma si levano in completa purezza e senza pesi verso le altezze sublimi”.

Sulla possibilità di consacrarsi agli angeli custodi, sulla scia della Madre Gabriella Bitterlich fondatrice dell’Opus Angelorum, riflette invece il contributo di padre Ignazio Maria Suarez: “Il senso della Consacrazione all’Angelo è il legame al proprio santo Angelo Custode, affinché il suo aiuto diventi molto più efficace in noi e noi progrediamo più velocemente nel cammino verso Dio. Il suo Angelo Custode intende usare tutte le sue forze per impedire che mai ci distacchiamo da Dio. Vuole parlarci più chiaramente mediante ammonimenti interiori, spronarci più a fare il bene (cfr. Dio CCC 350), richiamare la nostra attenzione sui pericoli, illuminare la nostra mente, affinché ci addentriamo più profondamente nella conoscenza di Dio, nel timore di Dio e nell’amore di Dio, nella grandezza ed importanza della parola di Dio” (Statuto dell’Opus Sanctorum Angelorum, n. 17).

Tra le testimonianze relative ai provvidenziali interventi angelici nella vita quotidiana delle persone risulta particolarmente interessante il racconto di un episodio accaduto al padre del giornalista Federico Pini: “Babbo doveva allentare un cavo d’acciaio sul ponte di una nave, dall’altra parte un collega doveva assicurarsi che l’operazione venisse compiuta con attenzione. In quel momento sentì una voce dentro di lui, imperiosa, forte che non lasciava spazio a repliche: “Fuggi, vai via!”, ripeteva insistente quella voce. Mio padre lasciò immediatamente il cavo, e meno male, perché proprio in quell’istante questi si sganciò, portandosi dietro un grosso pezzo di ferro che lo avrebbe praticamente diviso in due. Questo è un esempio di come i nostri Angeli Custodi agiscano sui nostri sensi interiori, spronandoci, senza mai però imporsi, perché comunque l’uomo é sempre lasciato libero di agire”.

Questo volume curato da don Marcello Stanzione presenta infine anche un’ampia raccolta delle più belle preghiere cristiane agli angeli custodi.

 

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Padre Francesco Cavallo, l’esorcista più anziano d’Italia, da 40 anni in lotta contro il demonio si racconta in un libro-intervista

 

“L’esorcismo è un comando rivolto al diavolo da un prete, delegato dal proprio vescovo, in nome e per la potenza di Gesù Cristo affinché si allontani e smetta di tormentare i credenti che sono stati redenti grazie alla passione e alla morte di Cristo. Non si tratta di un servizio semplice: i demoni molte volte sono violenti e per compiere un esorcismo occorre la presenza di più persone, spesso anche laici, che devono trattenere l’indemoniato affinché non si faccia male. Per scacciare definitivamente il diavolo dal corpo occorrono molte preghiere e numerose sedute”. Con queste parole don Marcello Stanzione, sacerdote esorcista e uno dei massimi esperti di angelologia, introduce  padre Francesco Cavallo, l’esorcista più anziano d’Italia, nel recente libro-intervista L’esorcista quasi centenario (pp. 90, Edizioni Segno 2017, €9), scritto insieme a Domenico Mariano, giovane studioso di demonologia e angelologia.

Padre Francesco Cavallo fu nominato esorcista nel 1979 ed è tuttora attivo a Salerno nella lotta contro il demonio al servizio delle persone che, da ogni parte dʼItalia, si rivolgono a lui in cerca di aiuto. In relazione al proprio ministero racconta: “Più volte le persone possedute o vessate dal demonio hanno tentato di aggredirmi, ma non sono mai riuscite a toccarmi. Le loro mani, giunte a pochi centimetri dal mio viso, hanno trovato un invisibile ostacolo. C’è stato chi ha esclamato: “C’è quella lì che ti protegge””, con una chiara allusione alla Vergine Maria. Egli sottolinea inoltre “l’importanza della divina benedizione che pone fine all’esorcismo: è una scudisciata efficacissima inferta allo spirito malefico”. Durante l’intervista padre Cavallo racconta anche una sua esperienza acquisita nel corso di un esorcismo a un giovane: “Gli chiesi quale fosse il numero dei demoni che lo tormentavano. Con voce rauca, ben diversa dalla sua, fu costretto a dire: “Siamo sei”, e mi dissero i loro nomi. Alla mia seconda domanda: “Poiché siete concordi nel tormentare questo giovane, c’è amore fra di voi?” Questa la loro risposta: “Fra di noi non c’è amore, ma odio”, che svela chiaramente la natura del diavolo.

Ad integrazione delle risposte di padre Cavallo viene presentata anche un’interessante relazione di approfondimento sul tema che il defunto esorcista napoletano mons. Vincenzo Cuomo inviò al cardinale dell’epoca mons. Michele Giordano. Tra le cause che possono provocare l’intervento del demonio, il prelato individua: “a) Una scelta personale: quando si invoca Satana per essere aiutati nelle proprie malefatte. b) Quando si praticano sedute spiritiche. c) Quando si frequentano maghi, stregoni, e indovini di vari tipi. d) Quando si vive una vita dissoluta fatta talvolta di sacrilegi”. Relativamente alle molteplici tipologie di malefici, e in particolare sulle fatture, mons. Cuomo osserva che si tratta di “interventi compiuti attraverso segni o simboli e per opera del demonio per ottenere degli effetti altrimenti insperati. Si chiama magia bianca se la fattura è compiuta sempre per intervento di Satana per ottenere un beneficio; si chiama magia nera se si vuole ottenere un danno”.

Il libro riporta anche brevi esperienze di esorcismo e raccomanda, oltre alla preghiera costante e ai sacramenti,  l’esercizio “con somma cura e vigilanza delle due virtù che il demonio odia: l’umiltà e la castità” poiché, come è stato autorevolmente detto, “l’umiltà è la castità dell’anima, mentre la castità è l’umiltà del corpo”. Una pratica delle virtù che, insieme alla custodia della grazia divina, aiuta a rimanere vigili per vincere così ogni tentazione.

Fonte: FarodiRoma

“Noi e gli angeli”: alla scoperta degli spiriti celesti che ci custodiscono

“L’Angelo Custode è il nostro primo contatto con il Soprannaturale. Quando una mamma dice (tuttora) a un figlio: “Dormi tranquillo, il tuo Angioletto Custode ti protegge”, di fatto gli dice che esiste qualcosa che c’è ma non si può vedere, ecco dunque l’arrivo del Soprannaturale nella nostra vita, prima ancora che qualcuno ci parli di Dio o della fede”. Da tale consapevolezza prende le mosse il recente volume Noi e gli angeli (pp. 159, Pagine dell’Arco 2017; disponibile in formato e-book su Amazon, € 2, 99) di don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia. Egli si sofferma sulla natura di tali creature spirituali dotate di intelletto e volontà affidate agli uomini per custodirne i passi nelle vie del Signore.  In effetti ogni angelo, “in quanto Puro Spirito, si offre a noi con un carattere di unità, di semplicità, di stabilità, e, nello stesso tempo, con qualità di mobilità, di chiaroveggenza, di vigore e di energia”. Al di là dell’iconografia tradizionale cui siamo abituati, in realtà gli angeli non hanno le ali: esse sono semplicemente “una maniera per esprimere che non fanno parte della sfera umana, la loro rapidità, la fretta che portano nell’eseguire gli ordini del Signore”. La natura spirituale di cui sono costituiti consente loro di muoversi infatti alla velocità del pensiero. Ripercorrendo le pagine bibliche in cui si parla in particolare degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, l’autore ne evidenzia la preziosità di una missione esclusiva al servizio del popolo di Dio. Infatti Stanzione si sofferma successivamente sul legame molto stretto tra gli spiriti celesti e molti santi e papi di ogni epoca storica. Gli angeli sono così presenti nei racconti biografici di diversi martiri dei primi secoli, nella vita di Gregorio Magno, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Francesco di Paola, Francesca Romana, Teresa d’Avila, Giovanna d’Arco, Luigi Gonzaga e di tante altre figure di santi di cui l’autore racconta anche brevi ma significativi aneddoti in relazione al loro personale incontro con tali creature.

San Filippo Neri, per esempio, fu salvato dal suo angelo custode allorquando una carrozza trainata da cavalli imbizzarriti stava per travolgerlo. “Un’altra volta a San Filippo Neri si fece innanzi un povero per chiedergli l’elemosina. Il Santo stava per dargli prontamente tutte le poche monete di cui disponeva, ma l’altro disse sorridendogli: “Io volevo vedere solamente quello che tu sapevi fare””. Era il suo angelo custode, il quale aveva fatto “ricorso a questo travestimento per fargli capire sempre più quanto la carità ai poveri fosse gradita a Dio”. Allo stesso modo San Giovanni Bosco, autore di “un opuscolo popolare per diffondere il culto degli Spiriti Celesti”, per sottolineare l’esigenza di tale devozione, scrive: “Un argomento che mostra l’eccellenza dell’uomo è certamente il fatto che egli abbia un Angelo per custode. Così fin dal primo istante che l’uomo compare nel mondo, egli l’assiste notte e giorno. Lo accompagna nel viaggio lungo le strade; lo difende dai pericoli, sia dell’anima che del corpo, l’avvisa di ciò che è bene perché lo segua”. Di qui l’augurio di padre Pio nel salutare i pellegrini: “Che l’Angelo di Dio ti sia luce, aiuto, forza e guida”. Gli fa eco un passaggio dell’omelia di Papa Francesco, nella quale il Santo Padre esclama: “Quante volte abbiamo sentito: “Ma…questo…Dovrei fare così, questo non va, stai attento”. Tante volte! È la voce di questo nostro compagno di viaggio. Dobbiamo essere sicuri che lui ci porterà alla fine della nostra vita con i suoi consigli, e per questo dare ascolto alla sua voce, non ribellarci”. Il libro di don Marcello Stanzione presenta infine anche una breve appendice con tante utili preghiere e invocazioni di richiesta di protezione angelica a tali creature celesti, in specie ai tre arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele.

Fonte: FarodiRoma

Padre Pio: un vita fra Terra e Cielo. La biografia di Marcello Stanzione

“Francesco ha appena 5 anni quando Gesù gli appare di fronte al tabernacolo della chiesa davanti a cui sta inginocchiato e gli pone la mano sulla testa. Da allora le estasi e le apparizioni diventano sempre più frequenti”. Questo particolare biografico non è relativo al poverello d’Assisi, ma a uno dei più grandi santi del secolo scorso che ne ricalcò le orme, Francesco Forgione, a tutti noto semplicemente come Padre Pio. Ne racconta la vita don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia, nel suo recente volume Padre Pio. Una vita tra Terra e Cielo (pp. 159, Pagine dell’Arco 2017; disponibile su Amazon in formato per Kindle, € 4, 90). Egli indugia con dovizia di particolari anche su retroscena meno noti dell’esistenza del frate di Pietrelcina, soprattutto in relazione alla sua profonda devozione agli angeli che aveva sin da bambino. Infatti “Francesco plasmava sempre San Michele con una bilancia di paglia in mano”. A chi gli chiedesse perché rappresentasse così il principe della milizia celeste rispondeva: “È lui, San Michele, che dovrà pesare le nostre anime”.

L’autore si sofferma altresì sulla straordinaria obbedienza di Padre Pio ai propri superiori, che manifestò in specie nell’accogliere pazientemente e con spirito d’umiltà anche ordini severi che lo limitarono fortemente nel proprio ministero sacerdotale, sia nel confessionale che nel celebrare la Santa Messa. In relazione a tale periodo il cappuccino scrive in una lettera: “Ho sofferto un mezzo inferno: dico mezzo, perché in mezzo a sì straziante martirio non mi sentivo ancora del tutto disperato”. Il tempo della prova venne vissuto dal frate come una feconda occasione di conversione a Dio nell’agire in conformità al suo Figlio crocifisso. Ed è proprio in questo profondo atteggiamento interiore che si rivela in effetti la cifra della sua santità. Allo stesso modo riguardo alle stimmate, ossia ai segni della passione di Cristo nella propria carne, le accurate relazioni dei medici non sono riuscite a dimostrare che Padre Pio sia un impostore, semmai hanno attestato l’esatto opposto. D’altra parte il fatto stesso che tali stimmate scomparvero miracolosamente il giorno della morte del frate cappuccino costituisce una chiara testimonianza della natura divina del fenomeno.

Tra i diversi carismi di Padre Pio c’era anche quello di conoscere la condizione delle anime in purgatorio per poter offrire sacrifici in loro suffragio. Così una volta egli sorprese un fraticello che riordinava in chiesa alcune candele e gli domandò cosa facesse lì vicino l’altare. Il frate gli rispose: “Sto facendo il mio Purgatorio qui. Sono stato studente seminarista in questo convento e ora mi tocca espiare i peccati commessi durante la mia permanenza, qui, perché mancai di diligenza nell’adempiere ai miei doveri in questa chiesa!”. Ben consapevole della preziosità di un dialogo costante con Dio egli si autodefinì a un giornalista come “un povero frate che prega” con una sola ‘arma’ potente tra le mani “per mettere in fuga il demonio e superare le tentazioni, per vincere il cuore di Dio e per ottenere grazie dalla Madonna”: il Santo Rosario. A chi gli rimproverava di stare poche ore nel confessionale, egli replicò con semplicità: “Se io non prego, che cosa do alla gente?”. Era insomma cosciente che i consigli spirituali che dava a chi si rivolgeva a lui non venivano da se stesso, ma dal Signore che egli serviva.

“L’Eucarestia era il centro della sua vita. Si alzava nel cuore della notte e cominciava la preparazione alla celebrazione della Santa Messa – racconta padre Eusebio Notte, che gli fu vicino negli anni ’60. Più di una volta il desiderio era tanto grande che mi ha supplicato perché lo accompagnassi all’altare prima dell’ora stabilita. E, quando gli facevo notare che non era quello l’orario fissato per la celebrazione della Messa, mi pregava che lo accompagnassi almeno in sacrestia: la vicinanza con Gesù sacramentato calmava la sua ansia”. Numerose furono poi le sue bilocazioni. Grazie a una di queste riuscì a distogliere dal suicidio il generale Cadorna. Egli, in preda a una grave depressione dopo la disfatta di Caporetto, fu fermato appena in tempo da una voce e da una presenza inattesa mentre stava per premere il grilletto contro di sé.

Il 5 maggio 1956 il frate di Pietrelcina inaugurò la sua più grande opera di carità: la Casa Sollievo della Sofferenza, ancora oggi fiore all’occhiello nella cura di gravi patologie. Con il nome di Gesù e Maria sulle labbra, Padre Pio muore il 23 settembre 1968 per conseguire la corona di gloria riservata dal Padre ai suoi servi fedeli. Al suo funerale parteciparono oltre centomila persone. Beatificato nel 1999, fu canonizzato dallo stesso San Giovanni Paolo II nel 2002.

La biografia del frate di Pietrelcina di Marcello Stanzione tratteggia pertanto in maniera sintetica ed efficace i principali aspetti della vita di Padre Pio e ne illumina la spiritualità anche mediante un costante ricorso a foto significative rigorosamente in bianco e nero che contribuiscono a restituire al lettore con la forza delle immagini l’essenzialità di una vita interamente spesa per amore di Dio e del prossimo.

Fonte: FarodiRoma

‘Anime vaganti’: una remota possibilità nel destino di alcune anime dopo la morte

E se tra noi esistessero le presenze silenziose dei defunti? Questa la domanda al centro della riflessione proposta nel recente volume Anime vaganti (Dallo sciamanesimo alla teologia cattolica. Sul destino dell’uomo dopo la morte, Sugarco Edizioni, pp. 152, € 16) dal sacerdote Marcello Stanzione, noto angelologo e fondatore dell’“Associazione Milizia di San Michele Arcangelo”, e da Enrica Perucchietti, giovane giornalista e scrittrice che vive e lavora a Torino, autrice di numerose pubblicazioni e collaboratrice con la redazione di Mistero, trasmissione cult in onda su Italia1.

Tale saggio affronta in una dimensione interculturale un argomento piuttosto controverso sul piano teologico, quale quello relativo al destino ultimo delle ‘anime vaganti’, ossia di quelle anime che “errano alla ricerca del loro eterno riposo e il cui giudizio finale è ancora sospeso”. Nella sua ricostruzione storica, la Perucchietti si sofferma sulle tradizioni culturali all’origine di tale credenza, quali la natura degli spiriti elementali, dei jinn della tradizione islamica, “creature del fuoco create prima dell’uomo” e sulle pratiche spirituali degli sciamani volte a neutralizzare gli spiriti maligni “per mantenere la sicurezza della comunità”. Una traccia dell’esistenza di anime erranti sarebbe rintracciabile nel riferimento allo Sheol della tradizione ebraica e allo stesso episodio evangelico del ricco epulone, il quale potrebbe non essere all’inferno, dal momento che nutre ancora sentimenti di compassione per i suoi familiari e chiede ad Abramo che mandi qualcuno sulla terra affinché essi si convertano e vivano in ossequio alla legge divina. Tommaso d’Aquino ammette la plausibilità che a determinate anime sia concesso dal Creatore “di vivere la propria purificazione in luoghi diversi della terra”. Le stesse testimonianze di alcuni esorcisti sembrano avvalorare questa possibilità. Si tratterebbe di anime defunte con un’eccessiva preoccupazione dei propri familiari sulla terra, troppo attaccate alle realtà terrene o timorose del giusto Giudice. Anche al noto esorcista padre Amorth è capitato di trovarsi alla presenza di spiriti vaganti in difficoltà, che sono chiaramente distinti dai demoni, ma non sempre però allo stesso modo facilmente distinguibili da essi. In realtà “nei casi di possessione i demoni manifestano violenza, odio, rabbia, linguaggi e gesti di incredibile forza e potenzialità negativa. Al contrario, il rapporto con le presenze non è mai violento, anche se spesso fastidioso. A volte è addirittura sereno e finalizzato a offrire un sincero aiuto”. Pertanto quello che un esorcista è chiamato a fare nei riguardi di un’anima errante, oltre a dialogarvi con prudenza, è sicuramente il pregare per un suo più sincero pentimento dei peccati, per la sua pace e il suo riposo eterno. L’ipotesi dell’esistenza di anime erranti vanta anche, tra i suoi detrattori, diversi teologi ed esorcisti ‘negazionisti. Il dibattito sull’esistenza di anime vaganti rimane dunque aperto. Don Marcello Stanzione auspica però che biblisti, teologi e medici continuino ad analizzare e approfondire tale tema, affinché presto “il Magistero ufficiale della Chiesa possa farne oggetto di dichiarazione dogmatica formale”.

Fonte: FarodiRoma