Un dizionario degli uomini grandi nella fede e nelle opere

Agostino, Alberto Magno, Benedetto da Norcia, Bernini, Brunelleschi, Carlo Magno, Clodoveo, Cristoforo Colombo, Copernico, Dante, De Wohl, Francesco d’Assisi, Galileo, Giotto, Guareschi, Isabella di Castiglia, Lejeune, Michelangelo, Pampuri, Marco Polo, Stradivari, Tommaso d’Aquino, Vespucci sono solo alcune delle oltre 400 voci che popolano il Dizionario elementare dei cattolici illustri, pubblicato recentemente dall’Istituto di Apologetica, a cura di Gianpaolo Barra, Mario Arturo Iannaccone e Marco Respinti.

C’è ampio spazio per uomini illustri nelle arti e nelle lettere, regine e sovrani saggi, scienziati illuminati, matematici e astronomi acuti, abili navigatori e compositori, grandi storici, sapienti filosofi e teologi, ma anche santi sociali, papi, cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose che hanno lasciato un segno profondo nella storia dell’umanità e ai quali tutti, compreso i non credenti, dovrebbero essere grati. Tali voci riportano in maniera sintetica, con linguaggio semplice e accessibile a tutti, brevi biografie di uomini e donne che hanno contribuito allo sviluppo della nostra civiltà e dato gloria alla Chiesa di cui sono figli.

In ambito matematico spiccano, ad esempio, le figure di Maria Gaetana Agnesi (1718-1799), riconosciuta per le sue Instituzioni analitiche come “una delle più grandi donne matematiche di tutti i tempi” e quella di Ennio De Giorgi (1928-1996), che ha aperto “prospettive inedite alla matematica mondiale”, distinguendosi per la ricerca su equazioni, derivate parziali e calcolo delle variazioni. Egli riteneva che “il segreto della forza della matematica risiedesse nella capacità di passare dalla osservazione delle cose visibili all’immaginario delle cose invisibili”.

In ambito scientifico è davvero considerevole il contributo dei cattolici. Girolamo Fracastoro (1476-1553), medico personale di Papa Paolo III, è stato il “pioniere dell’infettivologia, colui che, 300 anni prima della sua validazione sperimentale, intuì che alcune malattie erano dovute a germi capaci di moltiplicarsi nell’organismo e di trasmettersi per contagio, attraverso la respirazione o altre forme di contatto, ad altri organismi”. A lui si deve anche il nome della sifilide. C’è poi padre Benedetto Castelli (1578-1643), “inventore del pluviometro per misurare la quantità di pioggia nel tempo e iniziatore della scienza idraulica”. Luigi Galvani (1737-1798) è stato “un pioniere dell’ostetricia italiana” e tra i fondatori dell’elettrotecnica moderna. A lui si deve l’invenzione del galvanometro per misurare l’intensità di correnti elettriche e della ‘galvanizzazione’, il processo col quale si riveste di un sottile strato di metallo un manufatto di un altro materiale metallico proteggendolo dalla corrosione. Lavoiseir (1743-1794), padre della chimica moderna, celebre per le sue ‘leggi’ e il suo contributo alla stechiometria, ha anche dimostrato il ruolo dell’ossigeno nei processi vitali di animali e la composizione dell’acqua e dell’aria. A don Giuseppe Mercalli (1850-1914), il sacerdote dei vulcani e dei terremoti, si deve invece l’elaborazione della famosa ‘scala’ che porta il suo nome per la classificazione dei sismi e della loro intensità. In campo astronomico la tesi scientifica di un universo in espansione da un atomo primordiale, poi ribattezzata ‘teoria del Big Bang’, porta il nome di padre George Lamaître (1894-1966).

In ambito letterario sono pochi gli studenti liceali a sapere che l’autore del proprio dizionario Lorenzo Rocci (1864-1950) era un padre gesuita che ha lavorato alacremente per compendiare il cuore della letteratura greca nel poderoso vocabolario che porta il suo nome o che il conte Monaldo Leopardi (1776-1847), padre del poeta Giacomo e gonfaloniere della città di Recanati, dopo aver sperimentato l’efficacia della vaccinazione sui propri figli, sia stato il primo a introdurla nello Stato Pontificio, rendendola obbligatoria per il vaiolo. Egli è stato uno scrittore vivace, intelligente, colto, orgoglioso della propria fede, sebbene la sua fama sia stata ingiustamente oscurata.

In campo sociale, al di là della missione educativa di grandi santi quali Giovanni Bosco e Giovanni Battista De La Salle in favore di orfani e poveri, meritano di essere ricordate l’opera missionaria di Francesca Cabrini (1850-1917), che ha favorito l’insegnamento dell’inglese e promosso la costruzione di ospedali, case di cure e luoghi d’assistenza per immigrati, e quella di don Carlo Gnocchi (1902-1956), rivolta in specie a orfani, mutilati di guerra e malati di poliomielite per una ‘riabilitazione integrale’ della loro persona a tutela della propria dignità.

Sfogliando con curiosità il Dizionario dei cattolici illustri, si possono scorgere dettagli particolarmente significativi tra le pieghe recondite della vita di personaggi celebri scoprendo, ad esempio, che il campione del ciclismo Gino Bartali (1914-2000) era terziario carmelitano col nome di Fra’ Tarcisio di Santa Teresa di Gesù Bambino.

In ambito produttivo tra per gli imprenditori è opportuno ricordare Harmel Léon (1829-1915), sperimentatore della dottrina sociale della Chiesa nella sua fabbrica di filatura con misure concrete a favore dei propri lavoratori, dagli assegni familiari all’istituzione di una cassa di mutua assistenza. In ambito politico basti citare le figure luminose del valoroso Marcantonio Colonna e del frate Marco d’Aviano, i cui apporti furono decisivi per il respingimento dell’esercito turco rispettivamente sia a Lepanto nel 1571 che alle porte di Vienna l’11 settembre del 1683; o quella del giovane martire José Sánchez del Rio durante la rivolta dei cristeros in Messico (1926-1929). In ambito giuridico emerge la figura del magistrato Rosario Livatino (1952-1990) che, per il suo impegno in prima linea per la giustizia contro la mafia, è stato vittima di un attentato. Martire della giustizia, uomo discreto, teneva sulla sua scrivania un Vangelo e un crocifisso, mentre la sua giornata iniziava sempre sostando in una chiesetta in preghiera davanti al tabernacolo.

Insomma, come scrivono i curatori, tale Dizionario si configura come una “collezione di brevi ritratti che porta esempi ed eccellenze di una civiltà millenaria” e che non vuole avere la pretesa dell’esaustività e della completezza, bensì desidera assolvere al compito di riconoscere il meritato onore ai nomi notissimi, meno noti e ignoti di quanti hanno contribuito a edificare il Regno di Dio sulla terra mettendo a frutto i doni del Padre attraverso le loro opere in tutti i campi dello scibile e dell’agire umano.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Una religione umanitaria sta rinnegando la croce

“Il Figlio dell’Uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8). L’interrogativo di Gesù posto ai suoi discepoli risuona nella sua drammatica attualità soprattutto oggi che “la fede viene persa (incredulità) o rinnegata (apostasia)”. Ma un argine solido a tale “scatenamento satanico”, alla costruzione di un “mondo nuovo senza Dio” è rappresentato dalla Vergine Maria, che assicura costantemente nelle apparizioni di Medjugorje il trionfo finale del suo Cuore Immacolato.

Lo racconta Padre Livio, noto direttore di Radio Maria, nel suo ultimo libro-intervista con Diego Manetti La croce rinnegata (Piemme 2019, pp. 206) sull’apostasia dell’Occidente. D’altra parte “è tramite l’incredulità che il diavolo prende sempre più potere sull’uomo, fino a condurlo al supremo peccato d’orgoglio che consiste nella pretesa di essere dio al posto di Dio”. Non solo egoismo, dunque, o meglio egolatria, ma anche materialismo e modernismo sono i sintomi visibili di tale apostasia, che “riduce Gesù a un semplice maestro di sapienza”.

Un faro di luce nelle tenebre è rappresentato allora proprio dalle apparizioni frequenti della Vergine a Medjugorje, le quali costituiscono il “compimento di Fatima”, ossia la piena attuazione di quanto già rivelato da Maria ai tre pastorelli. In questo caso, però, sono già stati rivelati ai veggenti ben dieci segreti; in particolare, a due ammonimenti e un segno visibile a tutti sulla collina del Podbrdo, seguiranno ‘sette castighi’, ognuno dei quali sarà svelato tre giorni prima di compiersi. È questo il cuore profetico di quanto preannunciato a Medjugorje dalla Regina della Pace.

Nella società attuale è evidente come Satana sia ‘sciolto dalle catene’. “I fronti del suo attacco sono il mondo, la Chiesa e la famiglia” e naturalmente il cuore degli uomini, nel quale egli “semina l’incredulità, seducendoli con l’inganno secondo cui senza Dio si vive meglio”. Il demonio all’opera cerca infatti di colpire innanzitutto la famiglia, che è “il vertice dell’opera della creazione e il segno di Dio tra gli uomini”, poiché in essa “si rispecchia la Santissima Trinità”. Per questo “attacca i matrimoni, causa discordie tra genitori e figli, porta l’uomo a preferire la solitudine, stravolge la natura dei rapporti tra uomo e donna, cercando di sostituire al vincolo matrimoniale qualsiasi unione ridotta a mera pratica sessuale, o tra esseri umani dello stesso sesso, fino alle più recenti aberrazioni favorite dall’ideologia gender, ovvero la maternità surrogata e l’utero in affitto, per cui la vita di un figlio non è più dono da accogliere nel matrimonio cristiano, bensì un diritto e un’esigenza da soddisfare con la stessa superficialità con cui si ordina un prodotto da un catalogo commerciale”. Il diavolo fa così fiorire una “falsa religione che vuol sostituire l’adorazione di Dio col culto dell’uomo”.

C’è poi il sincretismo modernista che, neutralizzando la pretesa veritativa del cattolicesimo, mette sullo stesso piano tutte le diverse fedi riducendole a semplici espressioni di cultura e civiltà, a mere produzioni dell’animo umano. Tale eresia modernista, che veicola una religione umanitaria, viene purtroppo talvolta drammaticamente abbracciata anche da diversi sacerdoti e consacrati, la cui predicazione diviene perciò sempre più appiattita sulla dimensione orizzontale. In effetti, fare della Chiesa “una semplice crocerossina” (card. Biffi), piuttosto che evidenziare la dimensione trascendente dell’uomo, parlando di peccato, salvezza dell’anima e realtà escatologiche, genera conseguenze molto gravi sul sensus fidei dei credenti.

Tuttavia, pur nella dilagante e generalizzata apostasia dell’Occidente dentro e fuori la Chiesa, la barca di Pietro non può esimersi dal percorrere la via della croce nell’anelito di conformarsi a Cristo e non può sottrarsi alla propria vocazione alla testimonianza, e dunque anche al martirio se necessario.

Nonostante le criticità evidenziate, non mancano però segni di speranza, quali la fioritura di numerose conversioni e la rassicurazione materna di Maria che alla fine il suo Cuore Immacolato trionferà. Certo nella lotta contro Satana ciascuno è chiamato a fare la sua parte, a combattere con le armi di sempre, quelle consuete della tradizione della Chiesa, ossia preghiera, digiuno e carità, per ottenere la propria conversione e quella di tutti i peccatori. Per questo una raccomandazione incessante della mamma celeste ai suoi figli è innanzitutto questa: “La corona del Rosario sia sempre nelle vostre mani, come segno per Satana che appartenete a me”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

San Giovanni Bosco, il devoto dell’angelo custode

“Renditi familiare con gli angeli, osservali spesso invisibilmente presenti nelle tue azioni, ama ed onora gli angeli della persona vivente con te, e particolarmente il tuo angelo custode; pregali spesso e rendi loro omaggio di lode, invoca il loro aiuto e il loro soccorso in ogni tua impresa spirituale e temporale: essi coopereranno alle tue intenzioni”, scriveva san Francesco di Sales nella sua Introduzione alla vita devota, meglio nota come Filotea.

Gli fa eco san Giovanni Bosco che inscrive la propria missione proprio nel solco del carisma del vescovo ginevrino, chiamando per questo “salesiani” i propri figli spirituali. Il santo educatore torinese si premurò infatti che i giovani del suo oratorio coltivassero la devozione angelica e scrisse anche un opuscolo sul tema dal titolo: Il divoto dell’Angelo Custode. Lo ricorda il noto angelologo Marcello Stanzione nel recente volume Gli angeli di San Giovanni Bosco (La Fontana di Siloe, pp. 192). Don Bosco stesso beneficiò per vari anni della sua vita di una “misteriosa custodia angelica”. Si tratta del Grigio, un grosso cane che non mangiava, non beveva, compariva all’improvviso per soccorrere il Santo nei pericoli e misteriosamente scompariva. Senza dubbio un cane non ordinario, anche se “dire che sarebbe un angelo forse farebbe ridere”, per dirla con le stesse parole del santo amico dei giovani.

Relativamente agli angeli, don Bosco era solito ricordare ai ragazzi: “Fatevi buoni per dare allegrezza al vostro Angelo Custode”. Nello stesso tempo suggeriva loro: “In ogni afflizione e disgrazia, anche spirituale, ricorrete all’Angelo con piena fiducia ed esso vi aiuterà”. Un suggerimento semplice e comprensibile, che diventava per questo anche praticabile, come i moniti: “Ricordati che hai un Angelo, per custode, compagno e amico”, per cui “se vuoi piacere a Gesù e a Maria, obbedisci alle ispirazioni del tuo Angelo custode”. D’altra parte l’angelo custode rappresenta un aiuto nelle tentazioni, anche in virtù del “suo desiderio di aiutarti” soprattutto nei pericoli.

Così, tra i figli spirituali del santo sacerdote, “San Domenico Savio era convinto di avere sempre vicino il compagno celeste, ricorreva a lui con fiducia e ne riceveva favori e aiuti speciali”. Allo stesso modo, un altro dei giovani dell’oratorio poté sperimentare in prima persona tale potenza della tutela angelica. Un giorno, mentre lavorava come muratore al restauro di una casa, cadde dall’impalcatura insieme ad altri due coetanei. Uno purtroppo morì, l’altro finì in ospedale, egli invece rimase illeso proprio per aver invocato il proprio angelo custode che intervenne prontamente a sua protezione mentre precipitava a terra dall’alto.

Nel libricino Il divoto dell’Angelo Custode – che il volume di don Marcello ha il pregio di riportare in appendice in versione integrale – don Bosco condensa in dieci considerazioni fondamentali tale forma di devozione angelica. Muovendo dalla riflessione sulla bontà di Dio nel destinare agli uomini i Santi Angeli Custodi, egli ricorda che queste creature celesti li amano per riguardo a Gesù e Maria, manifestando tale amore attraverso una speciale assistenza quotidiana, e in particolare nel tempo della preghiera, nella tentazione, nelle tribolazioni, nell’ora della morte e confortando l’anima in Purgatorio. Insomma la tenerezza dell’angelo custode nei confronti di ogni peccatore è talmente grande da non abbandonarlo mai nel corso della vita. Perciò è opportuno che ciascuno lo preghi con animo grato con queste parole: “Tenerissimo Custode dell’anima mia, che di continuo specchiandovi ne’ Sacri Cuori di Gesù e di Maria, nuove fiamme traete d’amor divino; fate che il mio cuore per l’avvenire non pensi più che amare Voi, amar Gesù mio Redentore, amare Maria madre mia amantissima”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

L’entusiasmo di un prete, anche nei suoi pensieri più morbosi

“Non sono i nostri sforzi a portarci a Dio, ma senza di essi, per una qualche ragione, è impossibile arrivare a Lui”. A mostrare la veridicità di tale affermazione è il romanzo “Entusiasmo” (pp. 412, Vita e Pensiero) del sacerdote e poeta spagnolo Pablo d’Ors, nominato da Papa Francesco anche consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

Si tratta di un’autobiografia scritta in forma di romanzo; di un “racconto dei cammini da me battuti: come li ho scoperti e percorsi, come ho fatto i miei primi passi per poi alla fine perdermi di nuovo, o come mi sono trovato all’improvviso, senza aspettarmelo, di fronte a un difficile crocevia, totalmente inatteso”.

Così il diciassettenne Pedro Pablo Ros (anagramma del cognome dello stesso autore) è ospite in America di una famiglia tutt’altro che religiosa per uno scambio culturale dove conduce una vita piuttosto dissoluta e comunque lontana dalla fede. Eppure in tale contesto si delineano le condizioni per un’amicizia significativa con il coetaneo spagnolo Salmerón, anch’egli ospitato dalla medesima famiglia americana, che gli testimonia la propria fede e lo invita a pregare insieme a lui.

È questo soltanto il primo di una serie di incontri che costituiranno le tappe fondamentali del suo cammino progressivo di conversione. Rientrato in Spagna, Pablo si reca alle catechesi di padre Aureliano, il quale “era convinto che il cristianesimo fosse intelligibile solo se lo si spiegava a partire dai casi concreti”; quindi si fa seguire nel suo discernimento vocazionale anche da padre Emiliano dell’Opus Dei. In una notte del 22 dicembre sente la propria vocazione percepita “nell’intensità di una Presenza nel buio della mia stanza”, riscopre un senso di “pace e la meravigliosa pienezza” di un Dio con cui egli diventa sempre più familiare mediante la pratica dei sacramenti e in particolare stando in ginocchio dinanzi al tabernacolo, nella consapevolezza che “solo in quello specchio mi avvicino al contempo al mistero di Dio e al mio io”.

Il protagonista confessa dunque di essere ‘un entusiasta’, poiché è consapevole che “c’è Qualcuno che preme dentro di me, e tutto quanto faccio nella vita, assolutamente tutto, obbedisce soltanto al desiderio di farlo uscire”. Sospinto da tale desiderio di servire Dio, Pablo decide di entrare in noviziato nel carisma dei claretiani. Degli anni di formazione gli riscaldano il cuore le estati trascorse al servizio degli ultimi, dai disabili e dagli anziani ai detenuti.

Ma di quegli anni ricorda anche la fatica di resistere alle seduzioni del mondo “perché persino quando sembra sconfitto risorge dalle sue ceneri” e il riconoscimento di aver avuto come docenti diversi teologi preoccupati più di essere ‘moderni’ e al passo coi tempi, leggendo Freud e gli altri ‘maestri del sospetto’, che cristiani.

Egli giudica però criticamente “l’eredità dei preti del ‘68” e nel contempo considera “falsa, riduttiva e inadeguata la lettura rossa del Vangelo”. Divenuto missionario tra i più poveri delle baraccopoli in Honduras, Pablo scopre progressivamente che il suo volersi dedicare ai bisognosi comporta fondamentalmente un ricevere maggiore di quanto egli stesso non riesca a dare.

Nonostante alcuni spunti spirituali interessanti, nel romanzo l’autore indugia morbosamente su descrizioni erotiche con un linguaggio eccessivamente volgare; confessa pensieri inconfessabili, desideri carnali e persino i suoi peccati contro la castità senza pudore. Senza nascondere la sua simpatia per Herman Hesse e l’ammirazione per Gandhi, D’Ors strizza leggermente l’occhio sul piano dottrinale alla ‘teologia della liberazione’ e al modernismo, soprattutto quando scrive che “nella Chiesa abita il germe dell’autodistruzione”, nella misura in cui “l’eterodossia abita in seno all’ortodossia”, sia allorquando invoca una certa ‘flessibilità’ nel modo d’intendere la fede cristiana nel dialogo con le altre fedi.

Fonte: La NuovaBussolaQuotidiana

Tra fiaba e teologia, le letture del cardinal Biffi

Collodi, Sant’Ambrogio, Dante, Guareschi, Bacchelli, Chesterton, Tolkien, Solov’ëv sono gli autori preferiti del cardinale Biffi rievocati durante piacevoli conversazioni confluite nel volume Filastrocche e canarini. Il mondo letterario di Giacomo Biffi, a cura di Davide Riserbato e Samuele Pinna, appena pubblicato da Cantagalli per celebrare i novant’anni dalla nascita (1918-2018) di Sua Eminenza.

Il volume raccoglie i contributi di autorevoli studiosi quali Franco Nembrini, Inos Biffi, Alessandro Ghisalberti, Alberto Guareschi, figlio di Giovannino, Maurizio Vitale, Paolo Gulisano, Guglielmo Spirito, Vittorio Possenti e Giacomo Poretti che, con la sapiente ironia che gli appartiene, si sofferma sul senso dell’ironia dello stesso cardinale e arcivescovo bolognese.

“Un cardinale dovrebbe scrivere filastrocche per bambini e allevare canarini”, scriveva Giacomo Biffi. Di qui la genesi del curioso titolo del libro che rivela un tratto significativo della personalità del cardinale che, oltre a essere un “impavido e intrepido araldo della Verità, è stato maestro di buon senso e di sano umorismo”.

Con profonda gratitudine Franco Nembrini ricorda come il commento teologico a Le avventure di Pinocchio di Biffi sia stato il filo conduttore delle sue lezioni di religione per molti anni. Grazie all’acuta lettura della fiaba proposta dal cardinale nel libro Contro Mastro Ciliegia, Nembrini riconosce il proprio ‘debito’ intellettuale nei confronti di Biffi che gli ha fatto comprendere come “la storia di Pinocchio sia in qualche modo la metafora dell’ortodossia cattolica”. E in effetti, secondo tale lettura, Collodi ha avuto un’infanzia cristiana e ha poi rifiutato da adulto la fede, che sarebbe dunque “riemersa nel linguaggio della fiaba”. Infatti Geppetto è figura allegorica del Padre, in quanto per lui “un pezzo di legno non è solo un pezzo di legno”, poiché condivide “lo sguardo che Dio ha sulle cose”. Egli ha un disegno grande per il proprio figlio, è pronto a perdonargli le intemperanze, anche se Pinocchio si dimentica spesso della relazione con il Padre, ammazza la Sua voce che è in lui (il Grillo Parlante), per assecondare la pretesa di diventare padrone della propria vita e del mondo. E così diventa prima schiavo di Mangiafuoco, poi un asino, fino a toccare il fondo nell’esser divorato dal Pesce-cane, che è “il male per eccellenza”. Ma nel ventre del pesce avviene il ritrovamento del figlio perduto e un commovente incontro tra padre e figlio, che segna anche un capovolgimento di ruoli particolarmente significativo, in quanto alla fine è Pinocchio a prendere il braccio il padre e salvare Geppetto, divenendo quindi figura tipologica di Cristo. Allo stesso modo anche la fata turchina è figura allegorica di Maria e della Chiesa.

Se persino una fiaba può meritare un commento teologico, allora la teologia non può limitarsi alla mera esposizione della verità, perché è anche bellezza. Lo testimonia l’apprezzamento del cardinale per gli Inni di Sant’Ambrogio rievocato da Inos Biffi, nei quali “dottrina e affectus giungono al livello della liricità, della poesia e la fede diventa canto o il canto traduce la fede”. Inos Biffi elogia poi “la cortesia e l’affabilità” dell’amico cardinale e confessa di non aver conosciuto, “almeno in Italia magistero episcopale che abbia saputo più felicemente unire la luce della sapienza teologica e il rigore della scienza sacra con la pertinenza della valutazione e dell’applicazione pratica”.

Un’altra passione letteraria del cardinale è rappresentata sicuramente dal Sommo Poeta, se si considera che non trascorreva giorno che Giacomo Biffi non leggesse un canto o almeno qualche terzina della Divina Commedia. Egli considerava il poema dantesco come “un prodigio che, nella molteplicità delle sue meraviglie e nella varietà dei suoi valori, non trova riscontri plausibili”, anche perché “la scienza teologica sostanzia e connota innegabilmente il canto” di Dante. D’altra parte, come sottolinea il professor Ghisalberti, è notevole “la consapevolezza di Dante, secondo la quale egli ha ricevuto un’autorizzazione dall’alto a compiere questo viaggio, con un fine che consiste nell’evangelizzazione in senso lato”.

Relativamente a Giovannino Guareschi, Biffi ha osservato acutamente che la scrittura del celebre autore delle storie di Don Camillo e Peppone “mira ad arrivare direttamente alle cose”. Guareschi racconta infatti il ‘mondo piccolo’ della Bassa in cui viveva in “comunione con le cose” che gli stavano a cuore. Questo tratto della personalità di Guareschi è evidenziato anche dal figlio Alberto che, riguardo alla capacità narrativa del padre conferma che “la sua arte consiste nel fatto di riuscire a rendere semplici le cose senza cadere nella banalità e di avere le chiavi dei cuori dei suoi lettori”.

Nella conversazione con il professore Maurizio Vitale emerge invece il profilo di uno scrittore del Novecento piuttosto dimenticato ma molto caro a Biffi: Riccardo Bacchelli. La sua opera, Il mulino del Po, è considerata dal cardinale “un canto d’amore all’Italia”, mentre in tutta la sua produzione emerge la passione per l’umano dello scrittore e drammaturgo bolognese unita a un sentimento di pietas che si configura quale “amore condolente per quanti condividono con noi la stessa natura di uomini”.

Riguardo a Chesterton, Paolo Gulisano rileva che “una delle frasi più significative che il Cardinale cita è la seguente: ‘Il mondo moderno ha subìto un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale’”. Dietro tale preferenza si cela la consapevolezza che “la nostra prima preoccupazione nell’approcciare i problemi del mondo contemporaneo non può limitarsi a essere di tipo etico: dobbiamo anzitutto preoccuparci del fatto che esistano comportamenti assolutamente insensati, irragionevoli”. Un esempio? La deriva eugenetica della nostra cultura non è soltanto assolutamente immorale, ma è innanzitutto insensata, poiché denuncia un ottenebramento della stessa ragione. In effetti “Chesterton era un laico che difendeva la fede combattendo in difesa della ragione”. Ed è soprattutto per questo motivo che l’autore inglese è particolarmente caro al cardinale, il quale riteneva che in ogni sua pagina “balena la frase lucente e incisiva che non si dimentica più”. Nel proprio contributo Gulisano ricorda altresì come lo stesso Guareschi sia stato un “appassionato lettore di Chesteron”.

Relativamente a Tolkien e al mondo degli hobbit de Il Signore degli Anelli tanto apprezzato dal cardinale Biffi, padre Guglielmo Spirito afferma che “la loro umiltà, al di là della pietà e della misericordia, li custodisce e permette che il progetto di salvezza si realizzi. Tutto ciò significa veramente cogliere la realtà in una visione di mitezza e di compassione è il cuore stesso del Vangelo! –, e questo Tolkien ce l’ha nel midollo!

Riprendendo Solov’ëv il cardinale Biffi mette in guardia dal rischio profetico di scambiare la Chiesa per un’organizzazione umanitaria. Nel solco della sua riflessione il professor Possenti ribadisce la distanza esistente tra cristianesimo e mera filantropia. Infatti l’espressione del Racconto dell’Anticristo cara al cardinale recita: «Quello che noi abbiamo di più chiaro nel Cristianesimo è Cristo stesso».

Infine Giacomo Poretti racconta i primi passi della sua vocazione di attore, di aver incontrato il cardinale, anche lui come Nembrini, nelle pagine del suo commento teologico alla fiaba di Pinocchio e di averne apprezzato quel sano umorismo che è anche “un bagno d’umiltà”, perché aiuta a essere autoironici e ad avere “uno sguardo positivo anche sulle cose brutte che capitano”.

Le piacevoli conversazioni raccolte in questo volume consentono al lettore, per dirla con le parole dell’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, di “comprendere Biffi attraverso i ‘suoi’ autori, diventati vere e proprie passioni e che ci ha insegnato a gustare. Questa volta, però, e viceversa, sono proprio loro che ci aiutano a comprendere l’intelligenza e la fede del Cardinale, attento all’umano perché liberamente obbediente solo a Colui che è la Verità”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“Campioni del Rosario”. Eroi e storia di un’arma spirituale

“La gente, oggi, deve sapere che esiste un’arma in grado di combattere e vincere l’immoralità e il male. Fidatevi: ho toccato con mano quanto il Rosario possa contribuire alla conversione di un’anima”. Con la freschezza del convertito Donald H. Calloway racconta nel suo Campioni del Rosario. Eroi e storia di un’arma spirituale (D’Ettoris Editori, pp. 280), i prodigi operati dal Santo Rosario nella storia dei popoli e nella propria esistenza.

“Ricordo che mi infilai nella piccola cappella militare di Nostra Signora della Vittoria, presso la base navale di Norfolk, in Virginia. Ero agitato e tremante, pienamente consapevole di non essere in buoni rapporti con Dio”. L’autore, nato negli Stati Uniti nel 1972, ricorda così l’inizio della sua conversione avvenuta all’età di vent’anni, dopo un’adolescenza costellata di esperienze borderline e di periodi di detenzione. Donald entra in una chiesa e scorge alcune donne sgranare la corona, le quali lo invitano prontamente a unirsi alla loro preghiera. Da allora la sua devozione alla Vergine è sbocciata e maturata fino a divenire il carisma peculiare del suo stesso ministero di sacerdote della Congregazione dei Mariani dell’Immacolata Concezione.

“Il Rosario è un’arma spirituale, una spada celeste forgiata dalla mano di un Artefice divino. La lavorazione di una qualunque spada richiede molto tempo e molta abilità: per la fabbricazione di quella celeste c’è voluto un lavorio di secoli. Si tratta di un’arma diversa da tutte le altre. Infatti, ha il potere di uccidere draghi, di convertire i peccatori e di conquistare cuori. La lama è stata forgiata nel fuoco della parola vivente di Dio, il martello dell’ispirazione divina ne ha definito la sagoma e, una volta ultimata, è stata affidata alla Regina del Cielo e ai suoi eletti. Quando finalmente fu pronta per l’uso in battaglia, e l’Artefice divino ebbe stabilito che era giunto il momento di sfoderarla, la Regina del Cielo, la Beata Vergine Maria, la rivelò al mondo, scegliendosi un santo predicatore come cavaliere. Ella lo investì del potere della spada divina, incaricandolo di predicarla in lungo e in largo a chiunque avesse il desiderio di brandirla”.

Nel volume Calloway ripercorre la storia della forma di devozione mariana più diffusa e cara ai fedeli a partire dai suoi ‘antecedenti’, ossia dalle parole di saluto dell’arcangelo Gabriele e di Elisabetta alla Vergine che confluirono nella prima parte dell’Ave Maria, all’uso documentato fin dal III secolo di sgranare coroncine e cordicelle composte di piccoli nodi “per tenere il conto delle preghiere già proferite”, in specie “per adempiere a una penitenza o a un voto”. Certo le prime corone di ‘grani’ che venivano portate, come le spade dei cavalieri, alla cintola di religiosi e sacerdoti che parteciparono alla prima crociata (1096-1099) erano composte di Paternoster. Infatti fino all’Alto Medioevo chierici analfabeti e laici potevano sostituire la preghiera dei Salmi della liturgia delle ore in latino con la recita di altrettanti Padre nostro.

Con l’avvento di certosini e cistercensi e, grazie soprattutto al contributo di San Bernardo, crebbe la devozione mariana, per cui molti monaci cominciarono a “sviluppare un salterio dedicato a Maria che ricalcasse il breviario dei poveri, recitando centocinquanta Ave Maria al posto di centocinquanta Padre nostro. Nel giro di breve tempo, la preghiera fu intercalata da quindici Padre Nostro, che divisero le Ave Marie in quindici ‘decine’”. Ma non era ancora il Rosario.

Bisogna attendere l’apparizione della Vergine a Domenico di Guzman che, per sostenerlo nella lotta contro l’eresia albigese, si rivolse al frate con queste parole: «Non meravigliarti se finora hai ottenuto sì pochi frutti dalle tue fatiche: hai profuso le tue forze su un terreno arido non ancora irrigato dalla rugiada della grazia divina. Quando Dio decise di rinnovare la faccia della terra, Egli inviò la pioggia fertilizzante del saluto angelico. Tu predica dunque il mio Salterio». Il frate intuì che la recita dell’Ave Maria, unita alla contemplazione di alcuni dei principali misteri della vita di Cristo che gli suggerì la Vergine, potesse costituire “una diretta risposta agli errori diffusi dagli albigesi, perché tali misteri si concentravano sull’Incarnazione, sulla Passione e sul Trionfo glorioso del suo Divin Figlio”. Mettendo in pratica il suggerimento della Madonna, Domenico entrava così senza timore in ogni villaggio eretico e, per dirla con padre Lagrange, “predicava alcuni istanti su ognuno di questi quindici misteri, facendo poi recitare dieci Ave Maria. Dove non arrivavano le parole del predicatore, era la dolce preghiera dell’Ave Maria a instillarle nel profondo dei cuori”. Con San Domenico il salterio mariano, unito alla contemplazione dei misteri divini, assunse dunque una dimensione evangelizzatrice e apostolica nuova. Ecco perché egli è a buon diritto considerato il fondatore del Rosario, che però rimase noto al tempo come ‘salterio mariano’. Dietro il nome Rosarium si cela l’uso di omaggiare la Vergine con le rose nel mese di maggio e la crescente consapevolezza che ogni Ave Maria del salterio mariano sia una ‘rosa’ offerta alla Vergine, come testimonia l’“Ave, o Rosa” che si legge nell’incipit dell’Ave Maria de Il Salterio della Vergine Maria del benedettino Engelberto di Admont (1250-1331).

La diffusione del Rosario subisce una battuta d’arresto durante la peste e lo scisma del Trecento per essere poi rilanciata con il beato Alano della Rupe e la nascita della Confraternita del Rosario. È in effetti proprio la preghiera del Rosario ad assicurare il trionfo della Madonna della Vittoria e delle armate cristiane a Lepanto nel 1571 e nuovamente nel 1683 a Vienna. Ogni secolo ha poi i suoi santi e testimoni illustri del Rosario, da San Luigi Maria Grignion di Montfort a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, dal beato Federico Ozanam a padre Massimiliano Kolbe. Ogni secolo miete i suoi martiri che, dalla Vandea al Messico, confermarono con il proprio sangue il loro amore al Figlio, pregando la Madre con il Rosario e mostrandone la corona pubblicamente senza timore né vergogna. ‘Il secolo di Maria’, quello che si estende dalle apparizioni di Rue du Bac nel 1830 a Caterina Labourè all’Anno Mariano del 1954, vede la Vergine manifestarsi nei più disparati luoghi della terra spesso proprio con una corona tra le mani, per invitare i fedeli a recitare il Rosario in specie per la conversione dei peccatori. Il Rosario diventa dunque centrale anche nel magistero dei Papi; basti pensare che Leone XIII dedicò undici encicliche a tale forma di devozione.

Di qui la scelta di padre Calloway, attraverso due brevi appendici al suo volume, di offrire anche alcuni preziosi suggerimenti su come e perché pregare il Santo Rosario, la “catena dolce che ci rannoda a Dio”, per dirla con il Beato Bartolo Longo, e che riconduce ogni figlio al Figlio tramite l’abbraccio e le cure amorevoli della più tenera fra le madri.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici

“Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della tua nascita; questo giorno beato racchiude in sé i secoli futuri; esso è uno e molteplice. Sia dunque anche quest’anno simile a te, e porti la pace fra il cielo e la terra”. Esprime così il desiderio del Natale del Signore Efrem il Siro, un poeta del IV secolo. “Gesù posto nella mangiatoia è il cibo dei giumenti che siamo noi”, scrive invece il cantore del desiderio di Dio Sant’Agostino, che conclude un suo discorso sull’Incarnazione del Verbo ricordandone il significato profondo: “Voi siete il prezzo dell’incarnazione del Signore”. Soffermandosi sul paradosso di un Dio uomo anche Sant’Ambrogio evidenzia con grande lirismo che Gesù Bambino “volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto; fu avvolto in pochi panni perché tu venissi sciolto dai lacci di morte; giacque nella mangiatoia per collocare te sugli altari; scese in terra per elevare te alle stelle; non trovò posto in quell’albergo perché tu potessi avere il tuo nella patria celeste. Da ricco che era, si fece povero per voi – dice l’apostolo – perché per la sua povertà voi diventaste ricchi. Quella povertà è dunque la mia ricchezza, la debolezza del Signore è la mia forza. Volle per sé ristrettezze e per noi tutti l’abbondanza”.

Sono queste alcune delle meditazioni più significative e poetiche dei Padri, di santi, mistici e Dottori della Chiesa sul mistero mirabile dell’Incarnazione del Verbo raccolte dal noto angelologo Marcello Stanzione nel volume Il Natale nella vita e negli scritti di mistici e santi (Mimep-docete). “Che ogni nuovo Natale ci trovi sempre più simili a colui che, in questo tempo, è divenuto un bambino per amor nostro – scrive  John Henry Newman – che si convertì dall’anglicanesimo al cattolicesimo nel desiderio di “riaffermare la centralità e la realtà dell’Incarnazione per ricordare all’essere umano la sua dignità, all’uomo insidiato dall’idolatria e dalle ideologie materialistiche, positivistiche e immanentistiche”. A meditare sul mistero del Verbo fatto carne non sono infatti soltanto i Padri della Chiesa, ma ne hanno contemplato e cantato la bellezza anche numerosi santi e mistici del nostro tempo. Tra costoro vi è Luisa Piccarreta (1865-1947), una mistica che si nutrì per molti anni soltanto dell’Eucarestia, la quale in una delle sue visioni della Natività racconta di un tripudio di luce nella grotta di Betlemme: “Chi può dire la bellezza del Bambinello che in quei felici momenti spargeva anche esternamente i raggi della Divinità? Chi può dire la bellezza della Madre che restava tutta assopita in quei raggi divini? E S. Giuseppe mi pareva che non fosse presente nell’atto del parto, ma se ne stava in un altro canto della spelonca tutto assorto in quel profondo Mistero e se non vide con gli occhi del corpo, vide benissimo cogli occhi dell’anima, perché se ne stava rapito in estasi sublime”.

Un invito alla gioia viene invece dalle parole del sacerdote santo Guido Maria Conforti (1865-1931): “Oh! Si rallegrino pure gli uomini nel Signore come la terra si rallegra ogni mattina quando sorge il sole a liberarla dalle tenebre. Il Natale è la grande aurora della nostra liberazione”. Ne era consapevole già a 8 anni il  giovane Giuseppe Moscati, il medico santo, che in una lettera ai suoi genitori così scrive: “Io prego Gesù Bambino, affinché vi conceda quella pace, che egli promise agli uomini di buona volontà ed ogni altro bene in questa vita e nell’altra”. In Avvicinandosi il Natale, una delle poesie più struggenti legate agli ultimi giorni della sua vita, il rosminiano Clemente Rebora invoca per sé un nuovo ‘natale’: “Se ancor quaggiù mi vuoi, un giorno e un giorno, / con la tua Passion che vince il male/ Gesù Signore, dammi il Tuo Natale / di fuoco interno nell’umano gelo”.

Una figlia spirituale di Padre Pio, Lucia Iadanza, racconta di aver assistito a una delle diverse volte in cui Gesù Bambino veniva a visitare il santo frate: “Vidi apparire tra le sue braccia Gesù Bambino. Il volto del Padre era trasfigurato, i suoi occhi guardavano quella figura di luce con le labbra aperte in un sorriso stupito e felice”. Il frate di Pietrelcina desiderava augurare anche ai fedeli tale esperienza del Verbo: “Il celeste Bambino faccia sentire anche al vostro cuore tutte quelle sante emozioni che de’ sentire a me nella beata notte, allorché venne deposto nella povera capannuccia”. In un suo pensiero sul mistero del Natale un altro santo del nostro tempo, il fondatore dell’Opus Dei, José Maria Escrivà de Balaguer, invita caldamente così ciascun figlio di Dio: “Spingiti fino a Betlemme, avvicinati al Bambino, cullalo, digli tante cose ardenti, stringitelo al cuore. Non parlo di bambinate: parlo di amore! E l’amore si manifesta con i fatti: nell’intimità della tua anima, lo puoi ben abbracciare!”. Sia questo l’augurio più bello per ogni persona che attende con fiduciosa speranza ed esultanza un altro Natale del Signore nella propria vita.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Gli angeli, ‘iniziati dell’Incarnazione’

Gli angeli della Natività sono ‘gli iniziati dell’Incarnazione’ (San Gregorio di Nazianzo) perché è stato rivelato loro il mistero del Verbo fatto uomo prima della nascita di Gesù nella grotta di Betlemme. A tali messaggeri celesti è affidato dal Padre il compito prezioso di intervenire “per creare la disponibilità nell’intimo degli esseri umani che nel Natale del Cristo vedono finalmente il compimento di tutte le attese messianiche”. Ma questo è soltanto uno dei numerosi uffici affidati alle creature angeliche, ora come allora al servizio della Maestà divina sia nella liturgia di lode che nell’agire operoso per la sua gloria. Li sottolinea e approfondisce Marcello Stanzione, noto angelologo, nel volume Angeli della Natività. Il Cantico degli Angeli: gloria e pace, edito da Sugarco.

Sin dall’inizio dei Vangeli gli angeli sono inviati per portare la notizia dell’avvento del Messia a Zaccaria, a Maria e ai pastori nei campi. Certo “la prima scena dell’annunciazione di Gabriele a Zaccaria ci mostra come non dovremmo reagire dinanzi ai messaggi di Dio”. In effetti il sacerdote e marito di Elisabetta viene subito ridotto “al silenzio, non soltanto perché non dica più niente, ma perché tacciano anche le considerazioni troppo umane e terrestri con le quali giudica di continuo se stesso e sua moglie. Lo spazio del silenzio è privo di giudizi. In questo spazio del silenzio Zaccaria cambia. Tornerà a parlare solamente alla nascita del bambino”, quando cioè vede compiersi il disegno divino e, per celebrarne la bontà, prorompe con gioia in quell’inno di lode, il Benedictus, che la Chiesa proclama quotidianamente nella preghiera delle Lodi. Di diversa natura è invece il domandare di Maria che, animato da “prudenza e saggezza”, si schiude in un assenso fiducioso al progetto mirabile del Padre che nell’Incarnazione del suo Figlio “si abbassa al di sotto della natura angelica”. Proprio al momento del pronunciamento del suo ‘sì’, secondo Origene, gli angeli sarebbero discesi a prostrarsi intorno alla loro giovane Regina divenuta, nell’istante dell’Incarnazione, grembo accogliente del Verbo divino. Lo stesso arcangelo Gabriele fa poi visita in sogno a Giuseppe perché comprenda più chiaramente il mirabile disegno di Dio che sta per compiersi anche grazie alla sua collaborazione.

Gabriele è dunque l’arcangelo che reca buone notizie e che annuncia la nascita di bambini molto speciali. D’altra parte non poteva “che essere annunciato da ‘Fortezza di Dio’ colui che veniva quale ‘Signore degli eserciti e forte guerriero’”, come nota opportunamente Gregorio Magno. Così, al momento della nascita di Gesù, intorno alla grotta di Betlemme si strinsero due diverse schiere di messaggeri celesti; da un lato gli angeli annunciatori del Natale del Messia, dall’altro gli Angeli delle Nazioni che, come sottolinea Eusebio di Cesarea, “riconobbero subito il loro Signore, venendo gioiosi per servirlo in soccorso degli altri angeli”.

Apparendo in sogno a Giuseppe, è sempre un angelo del Signore a suggerirgli tempi e modi della fuga in Egitto e del successivo ritorno in Israele. Gli angeli del Natale sono anche quelli che scendono dal cielo per illuminare come il giorno la notte santa e annunciare la grande gioia della nascita del Salvatore “a uomini rudi, consumati dalle fatiche e dalle intemperie”, quali sono i pastori. Essi erano infatti considerati ladri e i farisei sconsigliavano di comprare da loro latte e lane, perché erano probabilmente merce rubata. Di qui la loro testimonianza era considerata nulla persino durante un processo in tribunale. Eppure sono loro i primi destinatari dell’annuncio angelico e i primi a udirne il sublime canto che rivela che la pace tra gli uomini sulla terra è intimamente congiunta alla ricerca della gloria di Dio: “il Gloria è intessuto con la pace in terra, poiché in Dio è la nostra pace. Anche se le guerre continuano una cosa rimane: un figlio dell’uomo ha restituito la gloria a Dio! E nella misura con cui una civiltà o un uomo si unisce a questa glorificazione, ci sarà in esso anche la pace”. In quest’ottica è da intendersi “il Gloria recitato o cantato all’inizio della celebrazione eucaristica, il quale costituisce un richiamo al Natale presente in ogni santa Messa, quasi a indicare la continuità vitale che avviene tra la nascita e la morte di Cristo, tra la sua incarnazione e il suo mistero pasquale”.

Nelle meditazioni teologiche e spirituali dei Padri orientali emerge anche un altro particolare significativo: “gli angeli non sono stati in grado di contrastare l’inondazione del male nel mondo. Pertanto ora che Dio stesso viene in soccorso sia degli uomini che degli angeli, gli angeli dei popoli si riuniscono dinanzi alla mangiatoia e prima dei Re Magi depositano innanzi al Divino Bambino le loro corone e i loro scettri da principi del cielo”. In realtà “anche per gli angeli la Natività rappresentò una meraviglia e un mistero nello stesso modo in cui lo fu per gli uomini. Possedevano la conoscenza di molti segreti che la flebile mente umana non era in grado di cogliere, ma nemmeno gli angeli conoscevano, nella loro interezza, i progetti divini. Anche per loro, l’incarnazione rappresentò non solo una rivelazione ma anche un mistero, tale da richiedere nuove vette di umiltà, di amore e di condiscendenza nell’adorazione di Dio. A loro era stato affidato il compito di annunciare la Natività e loro stessi si trovarono in preghiera al cospetto di Gesù Bambino, insieme ai pastori”.

Annunciatori esultanti, adoratori silenziosi del mistero del Verbo fatto carne e nel contempo già pronti “a seguire Gesù “ovunque il suo cammino l’avesse condotto”, gli angeli del Natale sono chiamati allora a “stabilire la pace nel mondo, nella Chiesa e in ogni anima che nasce su questa terra. La pace è prima di tutto il riposo dell’anima nella verità e nella carità. Gli angeli sono veri illuminatori delle nostre intelligenze e si sforzano di farci conoscere Dio e i suoi progetti. Infaticabili nel realizzare la loro opera di luce, approfittano delle più piccole circostanze: di un lutto; di un’omelia; di una lettura; di un film… ci fanno capire le parole che leggiamo e gli avvenimenti a cui assistiamo. Se noi ci indeboliamo, ci sostengono; se tremiamo, ci rassicurano; se pecchiamo, ci riprendono e ci riportano sulla retta via; i nostri angeli, incessantemente, ci incoraggiano al bene; ci animano al dovere e ci spingono alla santità”. Per questo motivo ciascun cristiano è chiamato a coltivare e rinsaldare il legame spirituale con il proprio angelo custode e quello con i Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele per camminare ogni giorno con passo fermo e deciso nella via del Signore e crescere nella comprensione dei misteri divini a partire dal concepimento verginale del Figlio nel grembo di Maria.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Come si trasforma la mente di un lettore nativo digitale

Nel recente volume Lettore, vieni a casa (Vita e Pensiero, 2018), Maryanne Wolf – neuroscienziata cognitivista e docente all’University of California di Los Angeles – indaga i rischi cui va incontro il cervello umano che legge in un mondo digitale. A pagare il prezzo più alto di una lettura limitata a smartphone e tablet sono i nativi digitali, diseducati a una lettura profonda e a un’indagine acuta e critica della realtà

Leggere meno e distrattamente in un mondo digitale è un problema di non poco conto, se ciò comporta anche avere a disposizione meno parole per raccontare se stessi e il proprio mondo interiore. D’altra parte la lettura su tablet e smartphone è troppo spesso legata a un veloce scroll sul proprio dispositivo o alla durata di una corsa in metro da casa a scuola o al lavoro, e ciò naturalmente a discapito della qualità dell’attenzione al testo che si sta leggendo.

Come si modifica dunque il cervello che legge in un mondo digitale e, soprattutto, quali ricadute sociali porta con sé tale trasformazione? A queste domande di grande e scottante attualità risponde nel suo recente volume Lettore, vieni a casa (Vita e Pensiero, 2018), Maryanne Wolf. “La questione non è ciò che i libri diventeranno in un mondo di lettura elettronica. La questione è che ne sarà dei lettori che eravamo”. Il cervello umano è assimilabile con una metafora, secondo l’autrice, a un grande Circuit du Soleil, in cui ogni parola letta sollecita migliaia e migliaia di circuiti neuronali, coinvolgendo non solo le sfere del linguaggio, della cognizione e della visione, ma anche quelle legate all’area motoria e affettiva. Nell’esperienza della lettura è possibile infatti vivere quello che Proust definiva “il miracolo fecondo d’una comunicazione in seno alla solitudine”, nella misura in cui è possibile sentire le emozioni altrui senza muoversi dalla propria stanza, mediante un’esperienza di empatia profonda e sicuramente arricchente. In realtà quando siamo assorti nella lettura “per un momento abbandoniamo noi stessi, e quando ritorniamo, magari arricchiti e rafforzati, ci troviamo cambiati emotivamente e intellettualmente”. Per vivere tale esperienza è però necessaria una buona dose di pazienza cognitiva, che consente di immergerci nei mondi creati dai libri e nella vita e nei sentimenti degli ‘amici’ che li abitano”.

Tale pazienza di leggere con cura e in profondità i libri e la stessa realtà che ci circonda sembra però drammaticamente venir meno nella società attuale, in un’era del digitale in cui ci stiamo trasformando da un gruppo di lettori esperti con piattaforme interiori di conoscenze uniche e personali, in un gruppo di lettori esperti sempre più dipendenti da server esterni di conoscenze sempre più simili”. Il rischio, cui sono esposti soprattutto i più giovani lettori digitali, è dunque quello di ridursi a “consumatori passivi di informazioni”, privati della capacità di analizzare in maniera critica la realtà. Se la riflessione e l’analisi richiedono tempo e concentrazione, a farla da padroni su smartphone e tablet sono invece lo skimming (lettura superficiale), lo skipping (salto di parti di testo) e il browsing (scorrimento veloce), ovvero una lettura a o a zig zag. In questo modo il cervello si abitua a processare sempre più velocemente le informazioni che legge senza soffermarsi troppo su di esse, con una ‘mente da cavalletta’ (Papert), e ciò va a inficiare conseguentemente anche “il modo in cui le cose vengono scritte”.

Infatti, se la lettura di un libro cartaceo ammette più facilmente la possibilità di tornare a rileggere un determinato brano, sullo schermo “non si guarda mai indietro” (Jackson). Per questo motivo è opportuno educare sin dalla più  tenera età i bambini alle “tre vite del buon lettore”.

“La ‘prima vita’ è quella che raccoglie informazioni e acquisisce conoscenza. Noi siamo immersi in questo tipo di vita”. La ‘seconda vita’ consente di volare in alto con la fantasia e l’immaginazione, “di immergersi nei racconti della vita degli altri o in resoconti su misteriosi pianeti extrasolari appena scoperti o ancora in poesie che ci tolgono il respiro”. La ‘terza vita’, che è la “vita di riflessione”, costituisce “l’apice della lettura”, nella misura in cui consente anche di “guardarci intorno in modo più consapevole attraverso la lente dei pensieri degli altri”. Queste tre differenti modalità di lettura attestano che la semplice informazione non basta perché non è conoscenza, così come la conoscenza non è saggezza. Di qui la preoccupazione maggiore della neuroscienziata è rivolta soprattutto ai più giovani, i quali “facendo eccessivo affidamento a fonti esterne d’informazioni, non riescano a rendersi conto di ciò che non sanno”, ma non risparmia nemmeno il mondo degli adulti che “non si rendono conto dell’insidioso restringersi del proprio pensiero, dell’impercettibile abbassarsi della propria attenzione per le questioni complesse, dell’insospettato ridursi della propria capacità di scrivere, leggere o pensare oltre 140 caratteri”.

Esiste allora un solo rimedio per giovani e meno giovani: riscoprire che “i libri sono la nostra casa – oggetti reali, fisici, che si possono amare e di cui avere cura” (Michael Dirda), nella consapevolezza che “il cervello che legge in profondità è sia una realtà di tessuti e ossa cerebrali sia una metafora per l’espansione continua dell’intelligenza e delle virtù umane”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il cammino dell’uomo a Dio nei sei giorni della creazione

“‘In principio Dio creò il cielo e la terra’ (Gen 1, 1). All’origine di tutto c’è un Altro. Le cose non iniziano da noi. La realtà non ci obbedisce. Noi entriamo sempre ‘in corsa’, a partita iniziata”. Sin dall’incipit della Sacra Scrittura, ma in particolare nel racconto dei sei giorni della creazione, è possibile individuare le tappe fondamentali di un preciso iter utile al proprio discernimento interiore.

Tale itinerario spirituale viene delineato con cura e premura pastorale nei suoi passaggi salienti nel recente volume L’arte di ricominciare (San Paolo, 2018) di don Fabio Rosini, Direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma e ideatore del percorso i ‘Dieci Comandamenti’, o meglio delle ‘Dieci Parole’ come egli stesso ama definire i precetti divini, che consente di “introdurre i giovani al discernimento sulla Volontà di Dio, allo scopo di aiutarli a prendersi ‘la parte migliore’, intesa come la propria vocazione”.

Ripercorrendo il racconto della creazione, Rosini individua le fasi principali di un percorso interiore da intendersi come “un’operazione di liberazione dal ‘falso sé’. Tutta la fatica, dalle prime evidenze alle priorità, passando per i limiti, distinguendo ispirazioni da suggestioni, e capitalizzando grazie e umiliazioni, è la fatica del viaggio verso se stessi sotto lo sguardo tenero di Dio, che ci vede così infedeli a quello che ci ha dato, così trasandati sulla nostra gloria”.

Nel suo commento esegetico al primo giorno della creazione, Rosini afferma in maniera apodittica che “tutti gli errori della nostra vita vengono almeno in piccola parte da questa cantonata: non aver rispettato le cose per come sono”. Obbedire alla realtà è dunque la prima evidenza, mentre la creazione della luce suggerisce che “tutto il tempo passato a non amare è notte”. La separazione delle acque del secondo giorno allude piuttosto alla necessità di imparare a riconoscere “quello che ci fa male da quello che ci fa bene”, selezionando opportunamente le proprie priorità, dando cioè il giusto peso ai doveri del proprio stato di figlio e studente, di marito e padre, di moglie e madre. Il terzo giorno della creazione offre il motivo per riflettere sul dono dei propri limiti, dal cui rifiuto scaturì il peccato originale. Al contrario, “i limiti per Gesù sono occasioni di relazione al Padre. Sono la sua occasione per essere figlio”. Egli “non li sfugge, ma li usa”.

Sull’esempio di Cristo “la fame è per chiedere a Lui il pane quotidiano, per sperimentare la sua provvidenza; le cose che non capiamo sono il momento dell’abbandono; la povertà è il luogo per disobbedire all’ansia e passare alla fiducia”. Le fonti di luce maggiore e minore create da Dio per governare rispettivamente il giorno e la notte durante il quarto giorno, ovvero il sole e le stelle, alludono alle ispirazioni dello Spirito Santo, che propongono alla libertà dell’uomo “un bene cui potersi aprire”, mentre invece le suggestioni, che si presentano sempre con i tratti di un’urgenza impellente, vengono dal maligno. Assolutizzando solo un aspetto della realtà le suggestioni arrecano ansie e preoccupazioni prima di dissolversi, mentre le ispirazioni “appaiono luminose anche il giorno dopo, perché hanno in sé un briciolo d’eternità”.

Di qui le parole di benedizione del Creatore: “Siate fecondi e moltiplicatevi!” (Gen 1, 22) pronunciate nel quinto giorno della creazione rimandano all’esigenza di imparare a “rinvenire, accogliere e assecondare la benedizione di Dio nella nostra esistenza”, poiché “ci è consegnata la vita benedetta”. Custodire la propria esistenza equivale in effetti a essere fedeli alla propria realtà, evitando “tutti i sistemi idolatrici, di aspettative, di proiezioni su oggetti o progetti, che sono in fondo disgusto di sé”. Perciò “se uno vuole un’altra cosa che la propria esistenza, smette di benedire ciò che ha e ciò che è”.

Nel sesto giorno della creazione la terra chiamata a produrre esseri viventi (cf. Gen 1, 24) evoca la necessità di morire all’amor proprio per portare molto frutto. Anche il tempo della prova può dunque essere valorizzato, come le umiliazioni ricevute, non solo quelle che subiamo a causa del nostro orgoglio, ma ancor più quelle che sembrano accadere ingiustamente. Tali umiliazioni sono molto preziose perché “consentono di vedere la potenza di Dio che crea dal nulla”, proprio nella misura in cui “ci crocifiggono, ci danno occasione per consegnarci nelle mani di Dio e fargli compiere la sua opera”. “Fare memoria delle proprie umiliazioni” è particolarmente utile poiché consente di “ricordare tutte le volte che la vita ci ha rimesso al nostro posto”.

Il sesto giorno è anche quello della creazione dell’uomo che, nella relazione maschio-femmina, rivela la propria natura sponsale. Da qui ne deriva che “possiamo unirci alla cose, possiamo donarci nelle cose che facciamo”, nella consapevolezza che “ogni atto umano o è aperto all’amore, alla comunione, o è un inganno”. Infatti “solo l’amore spiega la nostra esistenza, io sono io nell’amore. L’amore è il punto di arrivo del mio percorso umano, solo l’amore mi identifica, solamente quando amo giro a tutta velocità, quando servo fiorisco”.

Se questa è la natura dell’uomo, allora a orientare il discernimento interiore non può essere la domanda “Ci sono?”, bensì quella “Per chi sono?”, alla quale si può rispondere adeguatamente soltanto avendo di mira “la vita altrui: che qualcuno esista a causa tua, che qualcuno cresca a causa tua, che qualcuno sia felice a causa tua”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana